24 aprile 2020

L’italiano non è una lingua da confinare. Intervista a Claudio Marazzini

 

Intervista a Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca

 

Alla bassa qualità del linguaggio utilizzato abitualmente ‒ e oggi ancora di più ‒, in questa fase di pandemia si affianca una retorica della guerra. L’uso di vocaboli che, per esprimere la drammatica situazione che stiamo vivendo, racchiudono significati sì più ampi ma anche arditi. Nelle ultime settimane abbiamo sentito, quasi quotidianamente, parole come guerra, trincea, prima linea, eroi e nemico. Tutti lemmi che rimandano a un’idea forte di aggressione e del suo altro, vale a dire la difesa. Un atteggiamento che ha aperto un dibattito tra i linguisti sull’opportunità di utilizzare un frasario bellico.

 

E proprio sulla necessità di difendersi, di assumere buone pratiche per resistere al contagio e alla malattia, i più hanno preferito propendere per la necessità di usare un linguaggio forte. Fra questi anche il professore Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca che, nei giorni scorsi, ha giustificato il bisogno di usare metafore belliche perché solo così le persone possono percepire l’esatta portata del pericolo che stanno vivendo e assumere una conseguente reazione di comunità. La necessità di tutelare se stessi e gli altri attraverso i simboli e le parole che evidenzia, una volta di più, che tipo di rapporto abbiamo con la nostra lingua.

 

Il distanziamento sociale, un maggior formalismo nei comportamenti, possono portare anche a un impoverimento del linguaggio?

Non direi. Si continua con le nostre abitudini, si guardano la TV, gli approfondimenti, si ascolta la radio. Il problema è un altro, la scuola. Temiamo per la scuola, e oggi ne parliamo sul sito dell’Accademia della Crusca con un appuntamento dedicato. Si è notato, infatti, che qualcuno ha approfittato del largo uso dei mezzi telematici per prospettare un “futuro paradiso” in cui questi strumenti sostituiranno i rapporti interpersonali in presenza. In realtà la presenza, l’interazione reale a scuola è fondamentale, non tanto dal punto di vista didattico ma della relazione. Lo strumento è utile e sicuramente prezioso in una fase di emergenza, ma resta uno strumento ausiliario. Il Professore Francesco Sabatini sul sito spiegherà proprio questo delicato aspetto.

 

Ancora una volta le parole non sono solo una definizione…

Sul distanziamento sociale mi preme dire quello di cui si discusse nel gruppo Incipit. Non piacque quella definizione, sembrava più appropriato distanziamento interpersonale. In questi giorni il filosofo Giorgio Agamben sta mettendo in discussione, anche con argomentazioni forti, il concetto di distanziamento sociale. Se alle parole avessimo dato un altro significato, come fa più semplicemente Google che lo traduce con “riduzione dei contatti”, forse Agamben non avrebbe avuto armi per la sua critica. Detto ciò, distanziamento sociale è sicuramente una formula infelice perché espresso in questi termini sembra distruggere la società anziché difenderla. Se si fosse detto riduzione dei contatti sarebbe stata più chiara la necessità di conservare la società. Banalmente, la traduzione di un termine inglese a occhi ciechi può produrre effetti nefasti.

 

Il linguaggio utilizzato in periodo di pandemia fa ricorso a vari termini tecnici, scientifici ma soprattutto non in lingua italiana. Perché cediamo così volentieri alla seduzione di anglismi?

Ne abbiamo scritto molto, è alla base della nascita di Incipit. Una considerazione che si può fare in termini più generali è che, forse, manca negli italiani un sentimento di appartenenza ad un unico Stato, e indubbiamente anche l’impopolarità della lingua italiana. Spesso si usa una lingua grottesca, un’antilingua come diceva Italo Calvino. A parte i singoli casi in cui l’italiano può essere manchevole, in realtà c’è un’infinita varietà di termini che possono essere utilizzati ma spesso è più facile fare ricorso a forestierismi. Lo facciamo sin dal 1500.

 

 

Il frontespizio della prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca , 1612 (per gentile concessione dell’Accademia della Crusca)

Periodi di reclusione forzata, avuti anche in passato per ben altri motivi, hanno portato a una feconda produzione letteraria. Una società schiacciata dai social sarà capace di fare altrettanto?

Non sono un profeta, mi è difficile immaginare cosa accadrà. Se restiamo ai social, il problema non sta nel fatto che una gran quantità di persone fa circolare delle idee più o meno giuste, più meno false attraverso questi canali. Il problema è quando chi dovrebbe muoversi a un livello alto improvvisamente scende a un piano di discussione che non ci si aspetta dal ruolo di queste persone. Massimo Gramellini ne ha fatta una riflessione divertente e ironica raccontando le discussioni pubbliche, le accuse reciproche, che si scambiano i virologi e gli scienziati, scadendo nell’insulto. Dagli scienziati ci si aspetterebbe un contributo all’approfondimento e alla conoscenza diverso.

 

Dal suo osservatorio privilegiato, quali sono le parole che secondo lei resteranno?

Noi lavoriamo sul passato e sul presente, come sa. Ma se dovessi fare una previsione forse resterà lockdown. Si tratta di una parola americana comparsa nel linguaggio giuridico-carcerario, poi arrivata nel linguaggio scolastico dopo le sparatorie nelle università e soltanto con la Sars ‒ in riferimento all’Oriente ‒ viene utilizzato in ambito medico. Da noi arriva in una forma abbastanza nuova, tanto che un quotidiano americano lo ha definito “lockdown all’italiana”. Probabilmente da noi avrà un futuro anche se non ne possiamo avere la certezza. È una parola utilizzata ovunque, lo stesso però non è successo in Spagna e Francia dove hanno continuato ‒ in modo del tutto naturale ‒ a utilizzare il corrispettivo nella loro lingua.

 

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Immagine di copertina: La biblioteca dell’Accademia della Crusca a Firenze (per gentile concessione dell’Accademia della Crusca)

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