24 gennaio 2013

L’omaggio di Kitano al maestro Oshima

Lo scorso 15 gennaio si è spento in un ospedale di Fujisawa, nella prefettura di Kanagawa, Nagisa Oshima, uno tra i più importanti autori cinematografici della seconda metà del Novecento: ingiustamente noto presso il grande pubblico soprattutto per il controverso Ai no Korida («La corrida dell’amore», Giappone-Francia 1976; intitolato in Italia, sulla scorta del titolo francese, prima Ecco l’impero dei sensi, poi – nella riedizione filologicamente corretta – L’impero dei sensi), ha diretto diverse pellicole unanimemente considerate tra i capolavori del cinema nipponico e nel complesso la sua filmografia costituisce un momento e un percorso di riflessione importante nella cultura del Giappone tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso. Piace qui ricordarlo attraverso l’omaggio tributatogli alcuni anni fa da Takeshi Kitano, affermatosi ormai da un quindicennio – dal Leone d’Oro a Venezia per Hana-bi (1997) – come il regista giapponese più noto e amato in Occidente: un omaggio che non sembra essere stato colto e valorizzato dalla critica, almeno dalle nostre parti, e che invece è significativo nel dare il senso di un lascito, della ‘scuola’ che l’opera di Oshima, pur certamente isolata e in qualche misura irripetibile, ha costituito per un autore che rappresenta anche lui, in tempi e modi diversi, un caso a sé nell’attuale panorama cinematografico internazionale. Nella filmografia di Nagisa Oshima un posto particolare spetta a Merry Christmas Mr. Lawrence (Regno Unito-Giappone 1983; intitolato in alcuni paesi, tra cui l’Italia, Furyo, mentre il titolo giapponese è più vicino all’originale inglese), opera per tanti aspetti eccentrica nella produzione dell’autore, basata sui libri di memorie di Laurens van der Post (che fu prigioniero dell’esercito nipponico tra il 1942 e il 1945), nella quale l’esplorazione oshimiana di eros e thanatos è trasposta in un campo di prigionia giapponese all’epoca del secondo conflitto mondiale. Il film, che si ricorda anche per l’eccezionale colonna sonora di Ryuichi Sakamoto (comprendente il suo tema più famoso e amato) e per un cast che – a posteriori – ha del sorprendente, vede recitare insieme in ruoli da protagonisti, accanto a Tom Conti, David Bowie, lo stesso Sakamoto e un giovane Takeshi Kitano, qui alla sua prima importante prova come interprete. Nella scena conclusiva, ambientata dopo la fine della guerra e di grande intensità lirica, si incontrano per un’ultima volta, a parti invertite, il personaggio interpretato da Kitano, il sergente Hara, ora prigioniero degli americani in attesa di essere giustiziato, e quello interpretato da Conti, che non può fare nulla per salvargli la vita: al termine del loro dialogo, quando questi si sta già allontanando, Kitano lo chiama improvvisamente indietro per un’ultima battuta, che dà senso – retrospettivamente – al titolo del film. Anni dopo, divenuto a sua volta regista di fama internazionale, Kitano riprodurrà, in un contesto completamente diverso, la stessa scena, in un film anch’esso eccentrico nella filmografia dell’autore, ma che si è tentati di considerare per certi aspetti il suo più felice, anche rispetto ai capolavori noir, da Sonatine a Hana-bi, che gli sono valsi i maggiori riconoscimenti: Kikujiro no Natsu (Giappone 1999; in italiano L’estate di Kikujiro). Nella scena finale dell’addio tra i due protagonisti, questa volta è il personaggio interpretato da Kitano a essere richiamato da Masao, il bambino insieme al quale ha trascorso l’estate, a voltarsi indietro proprio come Conti nel film di Oshima e a scambiare con lui un ultimo brevissimo dialogo che, anche in questo caso, rivela il senso del titolo e contribuisce di conseguenza, in qualche misura, a definire il significato del film. E il parallelo è reso ancor più notevole dall’identica scelta relativa all’accompagnamento musicale, qui di Joe Hisashi: un vibrante sottofondo che prelude al dispiegarsi del tema principale immediatamente dopo l’ultima battuta. La scena è chiaramente un tributo di Takeshi Kitano al maestro, ma ancor più è testimonianza dell’esistenza e della vitalità di una tradizione espressiva e di un linguaggio comune che attraversano i generi, le stagioni e le opere di due autori peraltro diversissimi: quella di Oshima è una lezione – non soltanto formale, dal momento che qui la forma determina il senso – di cui l’allievo ha saputo, magistralmente, fare tesoro.


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