10 marzo 2014

L'urlo di una generazione: Pete Townshend e gli Who

di Marco De Nicolò

“Spero di morire prima di diventare vecchio”, questo il motto contenuto in una delle più celebri canzoni degli Who, “My generation”, un inno generazionale datato 1965. Oggi Pete Townshend, chitarrista e anima di quel gruppo, di anni ne ha quasi 70 e ha deciso di mettersi a nudo in un'autobiografia per niente celebrativa. “Who I am” è un mattone di quasi 500 pagine che gli appassionati di rock leggeranno con avidità, perché, oltre alla vita fragile, incerta e dominata da scelte contrastanti, è anche un affresco di un ambiente frequentato da leggende della musica dei decenni Sessanta-Ottanta.

Townshend racconta la sua vita da rock star senza indulgenze per sé stesso. Non nasconde l'attrazione per l'alcol e per la droga, anche se la sua vita è stata anche una lotta vincente per molti anni contro le dipendenze in un ambiente in cui poteva capitare che un ubriacone, come era diventato nel 1973, si desse da fare per salvare dalla tossicodipendenza da eroina un amico, Eric Clapton.

Nato nel 1945, Pete Townshend rispecchiava bene quella generazione britannica ancora immersa nell'eco della guerra. In maniera solo poco meno maniacale di altri esponenti del rock, come Roger Waters dei Pink Floyd, emerge, anche in questo volume, come in alcuni testi degli Who, l'angoscia di un possibile ultimo conflitto. La generazione dei padri, dopo due guerre, si era rifugiata nel conformismo, quella dei figli cercava una propria via, spesso a tentoni. La musica e la vita di Townshend riflettono tale ricerca in una continua oscillazione tra megalomania e bassa autostima, tra impegno sociale e ricerca spirituale, fino all'approdo a Meher Baba, a cui, in un mix di rivolta sociale e sguardo interiore, è dedicato uno dei pezzi più significativi del gruppo (Baba O'Riley). L'accostamento alla spiritualità indiana, propria del periodo (basti pensare ai Beatles e, poi, in particolare a George Harrison), doveva sembrare coerente a chi cercava armonia interiore e rapporti pacifici. Ma Townshend e gli Who non portarono in scena solo questa ricerca; con un'energia rara nelle esibizioni live, essi rappresentarono, per oltre un decennio, i giovani proletari inglesi e la loro rabbia. Ne furono gli interpreti più autorevoli fino all'emersione del punk, quando inni come My generation e Won't get fooled again apparivano superati da una furia a tratti nichilista. Dal punto di vista artistico, le svolte decisive per l'affermazione del gruppo sarebbero state la prima vera opera rock, “Tommy” (per una rappresentazione completa dal vivo) e l'esibizione a Woodstock, entrambe datate 1969.

Townshend racconta come il personaggio di Tommy, un ragazzo cieco, sordo e muto, dovesse avere un ruolo da guru, dopo aver tratto lezioni che ricordavano il traghettatore e Siddharta di Herman Hesse. In realtà, attraverso varie stesure, quel ragazzo diventò il mago del flipper (Pinball Wizard) e da una vita piena di abusi, di violenza e di difficoltà sarebbe uscito superando ogni limite fisico. Il lavoro sarebbe stato valorizzato sul palco dalla presenza scenica del cantante del gruppo, Roger Daltrey. Ma, più in generale, la sua voce avrebbe dato ai pezzi degli Who un'ulteriore nota di inconfondibilità. Ineguagliabile l'urlo in “Won't get fooled again”, a rappresentare una generazione che si sentiva beffata.

L'idea di lavorare al limite tra rappresentazione teatrale e musica è stata una costante di Townshend. Così dopo un notevole album dal vivo, “Live at Leeds” (1970), il chitarrista si mise al lavoro per un altro concept album, la cui storia era ambientata in un futuro prossimo segnato dal disastro ambientale e dalla dittatura, riecheggiante in parte il “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley. La musica, portata alla sua essenza (Pure and Easy), riscattava dal disastro politico ed ecologico. Il titolo immaginato era “Lifehouse”. Il lavoro non vide poi la luce come album, anche se sarebbe stato ripreso come opera teatrale. Quel fallimento generò tuttavia un disco di grande spessore, composto da tracce singole e non da una storia, “Who's next” (1971), in cui comparivano, oltre Baba O'Riley e Won't get fooled again, già citate, pezzi come “Behind Blue Eyes” e “Getting in Tune”.

Ma in Townshend è stata sempre forte l'idea di lavorare alla narrazione di storie. Così si mise al lavoro per raccontare la vita di un giovane mod. I mods erano giovani proletari che vestivano bene e giravano in scooter, che intendevano presentarsi alla società con il loro orgoglio e la loro rabbia, ma con un loro stile. Jimmy, il mod descritto in “Quadrophenia” (1973), ha una multipla personalità che ricorda un po' quella del suo autore e trova una sintesi nel pezzo finale (Love Reign O'er me). La registrazione quadrifonica, la distinzione del suono di ogni strumento, le registrazioni ambientali riportate negli intermezzi musicali tra un pezzo e l'altro, davano al disco l'effetto di una vera narrazione realistica. Una musica potente ma anche molto “lavorata”. Sia Tommy che Quadrophenia si presentavano come ottime sceneggiature per essere tradotte in due film, realizzati rispettivamente da Ken Russell e da Franc Roddam.

Tra scioglimenti e riavvicinamenti, tra disastri sentimentali e fisici (Pete venne riacciuffato per i capelli con un'iniezione di adrenalina dopo un'overdose), gli Who hanno prodotto ancora musica eccellente negli anni successivi, nonostante la scomparsa di Keith Moon, il batterista folle che fece perdere buona parte dell'udito a Pete in seguito a uno scherzetto durante una registrazione televisiva, e, in anni più recenti, quella di John Entwistle, l'imperturbabile e virtuoso bassista che mentre gli altri tre componenti si scatenavano sul palco rimaneva fermo come una quercia in mezzo alla tempesta.

Nel 1978 uscì un ottimo “Who are you?” (il pezzo con lo stesso titolo dell'album è noto anche per essere la colonna sonora introduttiva di CSI – versione al Live 8), nel 1981 “Face dances”, nel 1982 “It's hard” con la movimentatissima “Eminence front” e, infine “Wireless End” nel 2006. La potenza delle esibizioni live non è mai calata, anche in anni recenti (si confrontino un'esibizione del 1974, una dei primi anni 2000 e una ancora più recente).

Pete Townshend, che spesso ha curato le proprie angosce con il superlavoro, nel frattempo aveva inciso molti dischi da solista, aveva aperto una casa editrice, aveva partecipato a iniziative benefiche, aveva collaborato all'organizzazione della messa in scena teatrale di alcune sue opere. La sua vita inquieta pare aver trovato una stabilità che non manca di progetti per il futuro. Non è morto prima di diventare vecchio, forse perché chi ha sempre progetti in testa invecchia lentamente.


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