18 aprile 2016

"La Comune": la violenza delle parole

Per vivere in una comune bisogna sottoporsi a un colloquio.

Anna (la grande Trine Dyrholm, vincitrice dell’Orso d’argento al Festival di Berlino) ed Erik ( Ulrich Thomsen ), sposati da molti anni, ereditano nel 1975 una grande casa e, invece di venderla, decidono di trasformarla in un esperimento di convivenza collettiva. Interrogano, scelgono e accolgono i nuovi coinquilini; stabiliscono sorellanze e fratellanze. Parole come abbracci, come porte aperte. Insieme a Steffen, Allon, Ole, Mona e Ditte, Anna ed Erik stabiliscono regole, ribadite o confutate in riunioni dai toni accesi, piene di dissenso o comprensione, sempre e comunque di condivisione, e di parole: di un linguaggio comune, per l’appunto. La parola è rituale, in questo caso un rituale domestico. Può sancire un sodalizio, può sovvertire gli equilibri. Ma viene comunque dopo, dopo che le cose hanno iniziato a essere nel silenzio.

A Thomas Vinterberg, regista danese, già autore dello sconvolgente Festen (1998), del Sospetto (2012), e ora della Comune, interessa la violenza: la frizione abrasiva che si scatena ogni volta che le parole decidono a mettere ordine nella realtà. Erano violente le parole dette quasi per gioco che nel Sospetto portavano ad accusare il protagonista di pedofilia. Così come qui è violento usare la conversazione collettiva per non ascoltare chi ci ama; violento accettare con parole di comprensione il tradimento del proprio marito e invitare a vivere nella comune la nuova amante; condividere con gli altri il desiderio di essere scelta come compagna di una notte, anche solo per sbaglio. Violento voler dichiarare il proprio tradimento, così come sottoporre a votazione collettiva l’espulsione di uno dei coinquilini, soprattutto se l’espulsione di una madre viene sancita dalle parole di una figlia (forse più preoccupata per l’equilibrio comunitario che per la salute della madre). E dunque violenta diventa l’utopia della convivenza da cui nasce il film. Armonia, amore, fratellanza: attengono così profondamente all’umanità, sono così vicini al nucleo fondante del nostro essere da sconfinare con facilità nel loro contrario. L’utopia traballa nel momento stesso in cui cerca di essere coerente con sé stessa usando la parola, mostrando i denti, la ferocia che ogni logica porta con sé.

In questo rimanere sul confine tra umanità e disumanità, tra singolo e collettività sta il fascino insidioso del cinema di Vinterberg. La famiglia, in ogni sua forma, è il catalizzatore delle nostre contraddizioni. La famiglia ci dà una lingua e ci condanna all’ambiguità. Chi infligge violenza? Chi la subisce? Esistono davvero ruoli precisi? D’altronde, i sentimenti, in purezza, accadono nel silenzio, passano sui volti dei protagonisti, scorrono nelle rughe, nelle pieghe della pelle. È più sconvolgente la lettera che in Festen Christian legge davanti a tutti, denunciando il festeggiato di violenza sessuale, o la faccia impietrita di suo padre che sembra trasformarsi in un cretto? Sono più eloquenti i dialoghi spezzettati del Sospetto o il viso di Lucas che in chiesa si gira per guardare negli occhi chi lo ha accusato ingiustamente?

In Kollektivet (questo il titolo originale del film) siamo sommersi dalle parole, travolti dall’incapacità di prendere parte per l’uno o l’altro personaggio, di dare una definizione ai ruoli. Eppure, sono le scene afasiche a essere indimenticabili. La disperazione di Anna è tutta nel fascino che si trasforma via via in vecchiaia. Fino a quando, davanti alle telecamere, lei anchorwoman di un importante telegiornale danese, non riesce a parlare, si blocca.

A uno dei colloqui iniziali si presenta una coppia con un bambino. Un bambino di sette anni malato di cuore con poche aspettative di vita, ma con uno sguardo elettrico. Lui e Fraja, la figlia adolescente di Erik e Anna, si osservano per tutto il colloquio senza dire una parola: la condivisione di un’innocenza che una sta per perdere e da cui l’altro non uscirà mai. È uno sguardo complice, uno sguardo d’amore, un piccolo insensato e inaspettato colpo di fulmine che scocca purissimo, senza spiegazioni. Alla fine, all’ennesima riunione intorno al grande tavolo della sala da pranzo, Fraja si presenterà con il nuovo (primo?) fidanzato. Il bambino la guarda, non dice nulla, va in braccio alla madre, sembra addormentarsi, invece esala il suo ultimo respiro: muore per amore, colpito al cuore.

 


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