15 febbraio 2017

La Milano di Gadda

Raccontare Milàn col cœur in man: questo fa Carlo Emilio Gadda, in modo trasversale e in molte delle sue opere letterarie. Raccontare Milàn col cœur in man: questo fa Lucia Lo Marco all’inseguimento di Gadda a zonzo per il capoluogo meneghino.

Compulsando e saccheggiando la multiforme produzione dell’ingegnere, l’autrice ha imbastito un saggio delizioso, che è altresì una guida, che è altresì un viaggio sentimentale nella «Svergolata» Milano di Carlo Emilio Gadda (Giulio Perrone, pagg. 122, € 12,00). Ai piedi della Madunina Gadda è nato (1893-1973) ed è vissuto fino agli anni Quaranta, cogliendo, già all’inizio del Novecento, tutti i pregi e difetti della sua città natale, scissa tra operosità e parsimonia, frugalità e gola, imborghesimento e snobismo, denari e ignoranza: «Ventidue banche, quel giorno, otto assicurative incendi o trasporti, trentatre cotonifici e settanta società elettriche e para-elettriche fra grosse e piccine, fra madri e figlie, riempiranno del loro unìsono nerolistato colonne e colonne del Corriere della Sera».

Il libro di Lo Marco traccia una «cartografia temporale», non procede per luoghi ma per momenti della giornata: mattina, mezzogiorno, pomeriggio, sera, notte, più un utile «itinerario bibliografico» finale, che raccoglie tutte le opere spulciate, dall’Adalgisa alla Cognizione del dolore, dagli articoli di giornale ai racconti e novelle. Per l’autrice, così come per il suo Virgilio, Milano si configura «come carattere, come narrazione, come esperienza letteraria»: un organismo pulsante, «popoloso, ricco, attivissimo», da attraversare anima e corpo, stando ben attenti a schivare «l’andirivieni di biciclette senza incrocio possibile».

Legato a essa da sentimenti di «odio e amore», Gadda ha della metropoli una visione organicistica, carnale, viscerale: nella «rugginosa folla» dei suoi concittadini, che fende «col naso la nebbia», spiccano i «velocipedastri… alati messaggeri di ossobuco, lacett e rognon» e i macellai dalla «mano lorda» come Macbeth. Il pellegrinaggio meneghino parte proprio dai macelli, dai treni che «bofonchiano e ringhiano a Porta Vittoria, con tutta la grazia di Dio»: qui si vede all’opera, già alle prime luci dell’alba, la «società laboriosa, ma non colta», una società che sa tutte le lingue «salvo beninteso che l’Italiana» e che possiede solo «el librett» dei debiti, «uno dei pochi libri che ornino di lor presenza le case degli agiati lombardi».

Lo sciame frenetico del mattino si sposta poi, dai macelli al mercato ortofrutticolo e alla Borsa di piazza Affari: «Tutto esiste a Milano... Milano è la scansia di ogni possibilità, d’ogni idea che possa diventare industria o commercio». Qui il lavoro è come il «tumulto di una battaglia», «una “necessità” intrinseca alla gente», «una forma di passione morale», seconda solo a Dio e alla famiglia. In proposito, l’autrice fa notare che esiste una «singolare convivenza ambrosiana tra la dimensione civile e quella religiosa, tra la terrestre, utilitaristica laboriosità degli uomini e la provvidenza dei santi».

L’austerità e la laboriosità nascondono, però, «una certa gaiezza e golosità insubrica… una dirittura ingenua, vivida, entusiasta della tradizione barbarica»: il pranzo meneghino è un rito godurioso, un trionfo dei sensi grazie a «certi prosciutti e coppe, certe brisàvole» e soprattutto grazie al mitologico «risotto patrio». Sono i piaceri del palato a ingentilire i burberi e barbari milanesi, a rabbonirli e a smussare la loro indole spigolosa: a tavola il milanese si scopre «generoso, facilmente proverbiante, impegnato con serietà all’azione», dotato insomma di «sobria untuosità». In questa atmosfera godereccia anche Gadda si lascia andare alla parodia triviale, facendo il verso alla Lucia manzoniana: «Addio monti di spaghetti sorgenti dall’acque salsose della pommarola».

Fiaccati da pranzi pantagruelici, i milanesi si rifugiano, nel pomeriggio, in conservatorio, in biblioteca, al circolo, ai concerti di musica classica, al cinema e ai mercatini, come impone la convenzione sociale. La doppiezza della città e dei suoi abitanti, oltre che nel contrasto tra ozio e negozio, si nota già nell’architettura, tra facciate fatiscenti e cortili lussureggianti, palazzi asimmetrici e interni curatissimi. Gadda mal sopporta questa ipocrisia borghese, l’«Uggia e il Cattivo Gusto», il «senso-del-dovere» della «somaresca tribù»: «Quello che più mi terrorizza – scrive – è la sacra buseccherita città della saggezza moraleggiante, consigliante, sentenziante, giudicante, e stentatamente grammaticante». E poi, lapidario, appunta: «Vorrei essere il Robespierre della borghesia milanese».

La luna nera gaddiana si eclissa, però, di fronte alla quieta maestà del Castello Sforzesco, con i suoi colori e luci bramanteschi e le sue coppiette di innamorati, avvinghiati dentro ai fossati. La notte riconcilia l’ingegnere con la sua città: qui egli si incanta e riprende sonno sentendo i netturbini al lavoro, prima che la strada ridiventi «manicomio». Questi umili e ultimi lavoratori sembrano «sciamani», dotati di «sacro e antico contegno» e in grado di guarire Milano dalla sua febbre, frenesia, psicosi. Questi spazzini, semidei, eroi, «paiono i saggi esecutori del destino, che col loro sdruscio accompagnano, quanto dura la notte, il corso altissimo delle stelle».

 


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