15 gennaio 2019

La “Rosa rossa” uccisa cento anni fa

«Qui giace sepolta/Rosa Luxemburg/ ebrea di Polonia/ in prima linea sul fronte dei lavoratori tedeschi/ assassinata per mandato/ di oppressori tedeschi. Oppressi/ seppellite la vostra discordia!»

(Bertolt Brecht)

 

Quando scoppiò la Rivoluzione russa, Rosa Luxemburg si trovava, insieme al compagno Liebknecht, in carcere da circa un anno. Appartenente all’ala di sinistra del Partito socialdemocratico tedesco, pacifista e contraria all’intervento in guerra, antimilitarista radicale (considerava il militarismo il miglior sostegno della dominazione di classe), critica della corrente revisionista del socialismo, salutò con grande favore gli eventi russi, esaltando il coraggio dei bolscevichi che oppose alla pusillanimità dei socialdemocratici tedeschi, ma nello stesso tempo ne indicò i limiti e i rischi: in particolare era avversa alla concezione bolscevica del partito centralistico e autoritario, e in La Rivoluzione russa. Un esame critico (scritto in carcere nel 1918 ma uscito postumo nel 1921), trattò approfonditamente del problema del rapporto tra democrazia e socialismo.

«Senza elezioni generali – scrisse –, senza libertà illimitata della stampa, senza libera lotta fra le opinioni, la vita si spegne in tutte le istituzioni pubbliche, diventa apparente e l’unico elemento attivo rimane la burocrazia. È una legge alla quale nessuno può sottrarsi. La vita pubblica entra a poco a poco nella sonnolenza: qualche dozzina di capi di partito, muniti di una inesauribile energia e di sconfinato idealismo, dirigono e governano; fra essi la direzione è praticamente nelle mani di una dozzina di uomini eminenti, una élite della classe operaia viene, ogni tanto, convocata

in assemblea per applaudire i discorsi dei capi, votare all’unanimità le risoluzioni che vengono proposte (è in fondo un governo di cricca) una dittatura, è vero, ma non la dittatura del proletariato, no: la dittatura di un pugno di politici, cioè una dittatura nel senso borghese, nel senso giacobino, (il rinvio dei Congressi dei Soviet da tre mesi a sei mesi!)» (p. 19).

Luxemburg credeva nell’importanza, per la rivoluzione, della spontaneità della massa, della sua piena partecipazione, e quindi che la democrazia socialista dovesse iniziare al momento della conquista del potere da parte del Partito socialista, non dopo. Mise pertanto in guardia Lenin e Trotsky dal rischio, insito nella loro visione del partito, di una degenerazione totalitarista. Contemporaneamente, però, si rese conto delle enormi difficoltà a seguire la strada da lei immaginata nel contesto dell’epoca, con la guerra ancora in corso e l’isolamento della Russia: perché quella rivoluzione potesse funzionare, era necessario che il proletariato europeo si sollevasse ovunque.

Uscita dal carcere, dunque, riprese la sua instancabile attività rivoluzionaria, che l’aveva condotta da giovane dalla Polonia, dove era nata, alla Germania. Prese così parte alla rivoluzione tedesca iniziata il 3 novembre 1918, che avrebbe condotto alla instaurazione della Repubblica di Weimar, e fondò con Liebknecht il Partito comunista tedesco. Nel gennaio del 1919 organizzò a Berlino una nuova insurrezione, la cosiddetta rivolta spartachista (dal nome della Lega di Spartaco), per protestare contro la rimozione del capo della polizia, il socialista Emil Eichhorn: fu nel corso di questi eventi che Luxemburg, insieme a Liebknecht, fu rapita e il 15 gennaio del 1919 assassinata dai Freikorps, le milizie volontarie di orientamento reazionario. Anche Brecht, allora ventenne, la pianse, dedicandole questi versi (ancora “acerbi”): «Ora è sparita anche la Rosa rossa./ Dov'è sepolta non si sa./ Siccome disse ai poveri la verità/ I ricchi l’hanno spedita nell’aldilà».

 

Crediti immagine: UnknownUnknown author [Public domain], via Wikimedia Commons

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