5 febbraio 2019

La United Artists nella Hollywood delle origini

«Gli internati stanno prendendo possesso del manicomio», fu la battuta con cui Richard Rowland, capo della Metro Pictures Corporation, commentò la creazione, il 5 febbraio 1919, della United Artists Corporation da parte del “padre” del cinema statunitense D.W. Griffith e i tre divi del muto Charlie Chaplin, Mary Pickford e Douglas Fairbanks, che avevano deciso di associarsi per «migliorare l’industria del cinema e il suo livello artistico, nonché i metodi di vendita dei film». I primi protagonisti del neonato star system, che stavano contribuendo a trasformare il cinema da una forma di intrattenimento da “dopolavoro” adatta alle classi meno istruite in settima arte, avevano deciso di ribellarsi al dominio delle major, sottraendosi a contratti troppo vincolanti e a ritmi produttivi che mortificavano il valore artistico delle opere cinematografiche, ma in un certo senso già a quell’epoca erano giunti troppo tardi: non per ottenere il giusto riconoscimento del loro genio, ma per potersi sottrarre alla struttura produttiva hollywoodiana.

Si era infatti appena all’inizio, ma una buona parte dei giochi era già stata fatta. Solo intorno agli anni Dieci, infatti, la costa occidentale aveva cominciato a essere pioneristicamente presa d’assalto da una miriade di piccoli produttori, che illegalmente esercitavano la professione sfuggendo al controllo della Motion Picture Patents Company (MPPC), il potente trust di produttori e imprenditori nato sulla East Coast nel 1908, che era riuscito con una politica di brevetti a imporre il proprio dominio sul settore: per gli indipendenti Hollywood presentava il vantaggio della lontananza dalla MPPC, della prossimità al confine col Messico ove ci si poteva rifugiare nel corso dei ripetuti e violenti controlli da parte dei mandatari delle major, e non ultimo di un clima perfetto. Le leggi del mercato ebbero in breve la meglio sull’oligopolio e, tra cause vinte in tribunale, esercizio illecito dell’attività e scontri addirittura fisici – una sorta di novello Far West per conquistarsi uno spazio del nuovo business –, si formò in pochissimi anni per fusione degli indipendenti un nuovo gruppo di potenti major, per lo più create da immigrati di origine europea alquanto determinati: tra questi, William Fox, che inventò il tipico (e geniale, secondo le parole di André Bazin) sistema hollywoodiano verticale, con un’unica società al controllo di produzione, distribuzione ed esercizio, e Carl Laemmle, fondatore della Independent Motion Picture Company (nucleo originario della futura Universal), che fu il primo a farsi pubblicità attraverso i nomi degli attori – prima mai menzionati nei titoli per evitare di doverne aumentare i compensi –, dando così vita di fatto allo star system.

Era questa struttura che Griffith, Chaplin, Pickford e Fairbanks intendevano contrastare, ma erano “internati che si appropriavano del manicomio” perché da quel sistema erano in ampia parte stati creati: Chaplin, in particolare, che era ormai paragonato ad Aristofane, Plauto, Terenzio, Shakespeare o Molière, aveva ottenuto dalla First National l’ingaggio più alto dell’epoca, ma era vincolato a un numero di film così alto da non riuscire a rimanere al passo. L’idea utopistica, quindi, di bilanciare finalità commerciali e artistiche era ragionevole, ma si scontrò con una realtà seppure così giovane ormai già ben strutturata: la United Artists fu costretta a rivolgersi alle majors per ottenere le star, i registi e il personale, già tutti con esse sotto contratto, ad affittare i teatri di posa dagli studios per girare i progetti più ambiziosi, a usare le loro sale per le proiezioni e a cedere quindi a esse una buona parte dei suoi introiti. Tradendo definitivamente la sua aspirazione all’indipendenza, nel 1922 costituì con Universal Pictures e Columbia Pictures, che insieme a essa costituivano le cosiddette Little three, e le Big five (MGM, Paramount, Fox, RKO e Warner Bros), un nuovo trust, il Motion Picture Producers and Distributors of America (MPPDA), con cui continuò a realizzare un gran numero di grandi film nel corso della cosiddetta “epoca classica” di Hollywood (1930-50) e resistendo anche allo choc che il passaggio al sonoro avrebbe prodotto su molti dei protagonisti del muto – ma questa, come si dice, è un’altra storia.

 

Crediti immagine: New York World-Telegram and the Sun Newspaper Photograph Collection staff photographer [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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