10 aprile 2014

La commedia di Lehman Brothers

Solomon Paprinskij è «il miglior equilibrista che New York conosca»: si esercita tutti i giorni, avanti e indietro sul cavo tirato tra due lampioni di fronte alla Borsa degli Scambi, da poco inaugurata in Wall Street. Là dentro, «in centinaia, folle, eserciti, / da mattina a sera / ininterrottamente / parlano / dicono/ trattano / gridano… Chissà se l’aria / buttata fuori da tutte quelle bocche / finirà mai per fare una tormenta / che scaraventi il funambolo/ giù di sotto». Quest’immagine folgorante è forse metafora dell’intera Lehman Trilogy di Stefano Massini (Einaudi, pagg. 328, € 17,50), una commedia corposa, epica, su ascesa e declino della società tristemente famosa dal 2008, anno della sua morte: il drammaturgo affabula ora la parabola della Lehman Brothers come un affare di famiglia, la saga di tre cocciuti fratelli, ebrei tedeschi emigrati in America nell’Ottocento in cerca di fortuna. Grazie a fatica e intuito, Henry, Emanuel e Mayer riusciranno a costruire un impero economico, e poi finanziario, sopravvivendo brillantemente alla guerra di secessione e alla crisi del ’29. Toccherà, dopo, ai loro figli e nipoti mettere al riparo e rilanciare l’azienda durante i due conflitti mondiali, la pace armata, il maccartismo, il boom, il trading selvaggio.

«Se la banca fosse un forno quale sarebbe la farina?», chiede un giornalista alla famiglia più potente degli Stati Uniti. Risponde il rampollo intelligente: «La gente normale, vede / usa i soldi per comprare. / Ma chi come noi ha una banca / usa i soldi / per comprare soldi / per vendere soldi / per prestare soldi / per scambiare soldi / ed è con tutto questo / che noi / mi creda / mandiamo avanti il forno». Le fortune dei patriarchi ricadono sulla prole: il cinico e chirurgico Philip, Herbert l’idealista in carriera e il complessato Bobbie, ultimo dei Lehman, «morto ballando il twist» e sognando l’immortalità. Massini è troppo raffinato per stigmatizzare colpe e responsabilità; si limita piuttosto a rintracciare le “somiglianze di famiglia” tra fedi vecchie e nuove, religione e capitalismo, non tanto per il travaso di valori o per un’affinità di “etica e spirito” in senso weberiano, quanto in termini di riti e liturgie, riformati e adattati al culto cool contemporaneo: dopotutto, «la Borsa ha i soffitti più alti di una sinagoga».

Scorrono così 160 anni di business, dall’«Oro del Reno di un’Alabama negriera al Crepuscolo dei divini indici di Wall Street», scrive nella prefazione Luca Ronconi, affascinato dalla «natura dichiaratamente ibrida dell’opera: un sistema complesso, sfuggente, dove la letteratura corre limitrofa al teatro, perdendo a tratti i suoi confini narrativi per sfociare nel dialogo e magari risalire non più al romanzo ma alla saggistica». Il regista allestirà la trilogia nella prossima stagione del Piccolo Teatro di Milano, in occasione di Expo 2015. Tuttavia, la pièce è già stata rappresentata con successo al Théâtre du Rond-Point di Parigi nello scorso autunno, confermando l’involontaria moda dei teatranti nostrani, che sempre più spesso diventano famosi Oltralpe prima che in Italia. L’elenco è lungo; va da Lina Prosa, prima autrice e regista a “entrare” nella  Comédie-Française, alla Socìetas Raffaello Sanzio del Leone d’Oro Romeo Castellucci, da Pippo Delbono a Scimone e Sframeli, da Fanny e Alexander a Francesca Garolla, giovane dramaturg e ultima a essere sbarcata in Normandia a marzo.

Il “passaggio in Francia” sembra una prassi consolidata, se non obbligatoria, e mai come per il nostro teatro vale la massima «Nemo propheta in patria», citazione dalla Bibbia (seppur nel Nuovo Testamento) tanto cara a Massini, che ha scelto le Sacre Scritture quali paradigma di crudeltà: Noè alle prese con il diluvio della Grande depressione, Davide che ha per fionda una bomba atomica, Giona nella pancia della balena-guerra fredda, inseguita intanto dagli squali, o lupi, di Wall Street. Ma crudele è pure la legge del filo, da cui Solomon Paprinskij cadde un benedetto giovedì nero del ’29. Il maestro dell’equilibrismo avrebbe detto: «Possiedo la saggezza di colui che una volta è caduto; quando mi si dice che un funambolo s’è sfracellato al suolo rispondo: “Ha avuto ciò che si meritava”».


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