28 settembre 2018

La debuttante, di Leonora Carrington

di Marco Tagliaferri

Per avvicinarsi all’opera di Leonora Carrington, si renderà necessario rinunciare a qualsiasi strumento ne possa, in qualunque modo, incidere e deturpare l’integralità; ovvero, in altre parole, qualsiasi sguardo si renda troppo dirimente, sotto il segno di un’analisi che ne scinda la totalità in due fonti distinte, dalle quali sgorghino rispettivamente scrittura e pittura. Scelta miope e avvilente, quanto altre mai: sarà infatti attraverso la visione di una compenetrazione fra espressioni normalmente considerate opposte come scrittura e pittura, che diverrà più comprensibile il pregiudizio, squisitamente platonico, che oppone l’immagine, destinata al mondo dell’apparenza in quanto colpevole di fomentare un fuorviante illusionismo, la cui esemplificazione più fulgida si potrà rintracciare nella sfida fra Zeusi e Parrasio narrata da Plinio nella sua Naturalis historia, al logos, concepito come potenza intrisa di causalità logica e cogente. Soprattutto, quando questa compenetrazione non assumerà l’aspetto accessorio che molta letteratura estetizzante sfoggia, bensì quello di un emergere necessario, inequivocabile.

The Complete Stories of Leonora Carrington (appena pubblicato da Adelphi col titolo del racconto che apre la raccolta, La debuttante, nella traduzione di Nancy Marotta e Mariagrazia Gini), rappresenta in questa prospettiva una manifestazione straordinaria del modo in cui la scrittura possa essere privata di qualsivoglia conato a comunicare o a rendersi specchio passivo di una realtà percepita meno con intuito e partecipazione che attraverso abitudini e convenzioni; fra le sue pieghe, nel ronzare di una parola inconsapevolmente cieca e troppo ben levigata da un senso fallibile, si spalancheranno fratture che il linguaggio ormai irrimediabilmente tecnicizzato e causalizzato faticherà ad accettare, la cui origine andrà cercata nel contagio cui l’immaginario l’ha sottoposta, nella lebbra che ne invade le regole e la coerenza. L’intero corpo della lingua è solcato di bubboni.

La prosa dei racconti di Leonora Carrington si disgrega, dando vita ad una poesia la cui luminosità sarà quella di Phanes. La gratuità degli accostamenti e delle soluzioni narrative non ha mai l’aspetto di una ragione che compia sforzi sisifei per sragionare; essa, al contrario, si innerva di una coerenza che nulla ha a che vedere con quella che sillogismi o rappresentazioni incatenano, risalendo bensì alla natura anfibolica del mito il quale, nelle pagine de La debuttante, risuona delle stesse vibrazioni che una materia adeguata e affine alla propria sorgente potrà rilasciare. Poiché forse è proprio in questo slancio che Carrington intuisce la vera essenza del surrealismo: la sua essenzialità, che lo fa aprire naturalmente al mondo incandescente del mito e a quello, apparentemente antitetico, della vita.

Questi fiotti di lingua evocheranno un mondo brulicante e oscuro nel quale un uomo innamorato dormirà con la propria donna fra le braccia, sul pavimento di una cucina ove sembrava annidarsi «ogni sorta di cose orribili. Una quantità di topi stavano sul bordo delle loro tane e cantavano con delle vocine stridule e ripugnanti. Odori immondi si spandevano e si dissolvevano uno dopo l’altro, e c’erano strane correnti d’aria»; plasmeranno Drusilla, i cui slanci linguistici degni di una Salomé wildiana troveranno, finalmente, la loro metamorfosi mostruosa in Juniper, la sorella il cui «corpo candido e nudo era adorno di piume, che le spuntavano sulle spalle e intorno ai seni», e che la sete di sangue e il regime lunare avvicineranno agli abissi stregoneschi di Ecate; mostreranno il Cadavere Squisito portare in groppa «il giovane con la parrucca bionda» in cerca dell’amata, in un viaggio verso l’inferno teso a stabilire quell’identità inestricabile fra Eros e Ade che solo la mollezza sentimentale («Il sentimentalismo è una forma di stanchezza», questo l’apoftegma incontestabile del Cadavere Squisito) sarà incapace di riconoscere.

È sempre la luce dell’immaginario a fare in modo che questi oggetti mitici vibrino di un melisma ipnotico capace di sprofondare la coscienza strutturata e patriarcale verso profondità materne, quelle madri che, a detta di Mefistofele sono «a voi mortali dèe/ignote, da noi/non volentieri nominate./Sulla via alle loro dimore dovrai esplorare gli abissi»: è il rilucere di un ordine matriarcale denso come la vegetazione boschiva nella quale si muove, a solcare la figura di Virginia Fur e della sua teoria brulicante di gatti, la cui libertà orgiastica e naturale viene osteggiata dall’ordine virile e morale rappresentato da Sant’Alessandro; o la figura della Dea Cornuta, che interpreta il mondo come un ordine di manichini attraverso i quali il reale prende forma e corpo; o quella di Jemima, con spine e artigli fra i capelli, che abbandona la propria madre per sprofondare nella Maternità soffocante del bosco, pervasa dalla sessualità divorante del licantropo.

Lo sforzo di Carrington di svincolarsi dalla rappresentazione a favore di una dimensione che stabilisca una presenza, una presentificazione di forze e flussi, è fondamentale per comprendere la natura della sua opera; la quale, per le caratteristiche cui ho accennato, sarà più affine all’hikayat nella misura in cui lo ha inteso Henry Corbin a proposito dei racconti di Sohravardi: un atto in cui il recitatore (nel nostro caso il lettore), il racconto e l’eroe dell’evento mistico o eroico in qualche modo si riuniscono. Il lettore, da agente attivo, in questa prospettiva sarà anche “il paziente agito” dalla scrittura la quale, congelata in una sorta di tempo mitico, diverrà grazie a questo incontro avvenimento dell’anima sgorgando in essa e letteralmente divenendo codesta, senza che alcuna rappresentazione o exemplum si distingua da essa.

 

Leonora Carrington, La debuttante, traduzione di Nancy Marotta e Mariagrazia Gini, Adelphi, 2018, pp. 179

 
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