27 aprile 2017

La differenza fra un problema e un mistero. Due Sicilie di Alexander Lernet-Holenia

Da Cnosso a Babilonia, attorno al XII secolo a.C., immagini spiraliformi cominciano a comparire sul recto e sul verso di tavolette di terracotta o di argilla, evocanti nella vibrazione di senso che le attraversa, in armonia con un pensiero non ancora schiacciato dall’univocità, un corteo di immagini legate fra loro dall’analogia, capaci di attraversare tutte le dimensioni della realtà senza che alcuna di esse prevalga sulle altre, in una sorta di compresenza naturalmente paradossale per il pensiero razionalista: la rappresentazione stilizzata delle viscere di animali offerte in sacrificio, materia di interpretazione degli aruspici, si fonde per affinità con la rappresentazione del mondo infero e con lo schema di una danza sacra la quale, grazie al suo movimento prima di immersione nel viluppo e poi di emersione da esso, si caratterizza per il suo tratto soteriologico, di salvezza dallo sprofondamento nella morte fine a sé stessa, priva di alcuna via di uscita. È il mitologema del labirinto, dell’incontro con il minotauro, della morte come fondamento della vita, della loro congiunzione inestricabile: come direbbe Eraclito, il nome dell’arco è vita, ma la sua azione è morte, quindi Ade e Dioniso sono la stessa divinità.

Sarebbe di certo sorprendente osservare l’emersione di questa “prova del labirinto” alla superficie di una realtà omogenea e coesa, se non se ne concepisse l’apparizione in un momento di rottura fenomenica, di sbriciolamento delle consuetudini consolidate a favore di quella ferita che, sulla scorta di Bataille, renderebbe possibile, attraverso la lesione di ogni integrità, la comunicazione e lo scorrere fluido dei concetti, che ritornerebbero così come immagini libere e spesso incontrollabili; accadrebbe, per esempio, alla luce di un grande cataclisma o allo svanire di un mondo. La finis Austriae rappresentò, per molti degli scrittori che vissero, spesso con astio e fastidio, gli ultimi anni di K. und K., il momento nel quale il passato prossimo imperial-regio diviene, per un rovesciamento di valori, il saturnino rifugio ai confini del mondo, sottratto al divenire e alla morte, contrapposto al demoniaco che la contemporaneità ha instaurato sulla terra ormai desolata.

Due Sicilie di Alexander Lernet-Holenia, appena pubblicato per i tipi di Adelphi nella traduzione di Cesare De Marchi, si inserisce in questa temperie culturale, sviluppando e portando a compimento temi e figure che il suo autore, negli anni precedenti alla composizione di questa opera, aveva iniziato a delineare in una serie di romanzi capaci di sollevarsi, come nella tradizione di Roth, Musil o Perutz (nel quale egli vide sempre il suo maestro), al di sopra dell’elegia o del naturalismo stricto sensu, per spingersi verso una metafisica ardua e audace della caduta, del crollo, una metafisica dello spazio sensato e ordinato, staccato dal fluire delle cose, che improvvisamente si muta in caos luciferino. Pubblicato nel 1942, il romanzo risente dell’atmosfera storica nella quale è stato composto, caratterizzandosi per sfumature spesso claustrofobiche e ossessive.

Nella Vienna ormai decaduta del 1925, una serie di misteriosi omicidi colpisce un gruppo di ex commilitoni, tutti reduci dal reggimento di ulani il cui nome dà il titolo al romanzo e che ormai, crollato l’impero, non esiste più. Tutto comincia con Engelshausen il quale, durante un ricevimento, dopo essersi appartato con la figlia del suo ex colonnello viene trovato morto, la faccia rivolta al soffitto e il collo torto « come notoriamente fa il diavolo quando viene a prendersi qualcuno » ; in un appassionante giallo il romanzo si sviluppa, inanellando altri omicidi ed enigmi, fino alla soluzione, improvvisa, di tutta la vicenda. Ma non ci si lasci ingannare; Lernet-Holenia è perfettamente consapevole della differenza che passa fra un problema e un mistero: dove il primo, infatti, una volta risolto, scompare, il secondo al contrario si nega a qualsivoglia spiegazione, lasciando che qualsiasi ermeneutica ne indichi la soluzione non lasciandolo svanire, accennando alla presenza irriducibile dell’enigma.

La concretezza della realtà è scompaginata, out of time: il fondamento dell’io sfarfalla in preda alle convulsioni, introducendo fra le vie ordinate di Vienna doppelg ä nger che raccontano versioni speculari e contraddittorie della medesima storia, aprendo a pochi passi da case rispettabili scenari polverosi e ambigui degni di Kubin, scatenando visioni escatologiche (cui l’autore, alcuni anni prima, nel 1937, si era già dedicato in un altro romanzo molto affascinante, Un sogno in rosso) delle quali l’unico contrappeso sarà costituito dal ricordo dell’illud tempus, inabissato e riemerso nella lontana Ogigia. In un valzer viennese, il cui ritmo intride le pagine di Due Sicilie, che diverrà la sacra danza soteriologica che, una volta attraversate le desolazioni dell’apocalisse, potrà rinascere dal buio del mondo infero alla luce incerta ma avvolgente del “forse” col quale si chiude il romanzo.

 

Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, traduzione di Cesare De Marchi, Adelphi, 2017, pp. 243

 


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