28 giugno 2020

La fiera, congiungere attraverso i libri. Intervista a Giorgio Vasta

 

Prosegue la nostra indagine sul ruolo sociale dell’editoria in Italia; da questa settimana però cambia angolazione. Dopo gli interventi di diversi editori italiani, adesso ascoltiamo le riflessioni dei direttori artistici di alcuni dei principali festival letterari del Paese, a cominciare da Giorgio Vasta, direttore editoriale di Book Pride – Fiera nazionale dell’editoria indipendente.

 

Il 17 aprile, alla Fabbrica del Vapore di Milano, si sarebbe dovuta inaugurare la nuova edizione di Book Pride. Ma la storia, come sfortunatamente sappiamo, ha preso un’altra piega. Come avevate immaginato la Fiera?

Da qualche anno Book Pride pone un’attenzione particolare al tema, che viene assunto come una prospettiva e, allo stesso tempo, come un criterio organizzatore. Quest’anno era, forse sarà, «Leggere i venti». Lo abbiamo pensato, discusso, modificato in tante riunioni, lo abbiamo collaudato. Ha come obiettivo quello di tenere viva un’altra peculiarità che ci sta molto a cuore, che è l’ambiguità, l’oscillazione dei significati, il fatto che le cose non stanno ferme, si procede appunto per collaudi, per interpretazioni, per ipotesi, non per certezze assolute. La parola “venti” in una locuzione come “leggere i venti” non sta ferma. Venti è l’anno che stiamo attraversando, 20-20, quasi una specie di moltiplicazione interna o di elevazione a esponente: il racconto del tempo presente mentre prende forma e assume sembianze inattese. Venti è il fenomeno atmosferico che, di nuovo, non sta fermo in sé, ma non sta fermo nemmeno nelle impressioni che ne abbiamo. Perché, è vero, i venti distruggono; al contempo però modificano profondamente gli ambienti, rimodellano, riplasmano e sono fertili. Trasportano i pollini, i semi in giro per lo spazio. Sono addirittura un mezzo attraverso il quale spazi lontani tra loro dialogano e costruiscono parentele. Venti è anche un’età: fin dall’inizio abbiamo voluto evitare l’equivoco per il quale gli incontri in una fiera sono incontri in cui si parla dei ventenni, un po’ idealizzandoli, un po’ ospedalizzandoli, considerandoli un problema o appunto dandone una versione edulcorata. L’idea è di dare loro la parola… ma “dare la parola” non rende ancora, perché tradisce un’intenzione concessiva, come se uno concedesse la parola: vogliamo che siano loro a prendersi la parola.

 

Il Book Pride è una fiera di editoria indipendente. Ecco, per voi cosa significa “indipendente”?

Indipendente è la parola su cui ho dovuto maggiormente studiare per farla evolvere dalla percezione poco chiara che ne avevo. Nel senso che la registravo come un termine un po’ eroico, distintivo, come se esprimesse uno sguardo forte sul mondo, per cui ciò che è indipendente si oppone all’atteggiamento omologato degli altri. Ma bisogna ricordare che indipendente è prima di tutto un termine tecnico: descrive quelle case editrici che dal punto di vista economico e finanziario non appartengono a grandi gruppi ‒ rischiano in proprio, mi vorrebbe da dire ‒ e non sono partecipate, cioè non hanno una quota partecipata di un grande editore o di altri soggetti. Alla luce di questo, è un aggettivo che non va né semplificato né banalizzato né idealizzato. Indica un aspetto specifico del comparto editoriale, e rispecchia quegli editori che decidono di non assecondare semplicemente il mercato, ma cercano di provocarlo, di carezzarlo contropelo.

 

Ci potrebbe fare un esempio?

L’orma editore può offrirci un esempio molto concreto. Prima che cominciasse a pubblicare Annie Ernaux, alcuni libri della scrittrice francese erano già usciti in Italia per tre diversi marchi editoriali. Ma erano edizioni scollegate fra di loro. Non c’era lungimiranza, non trovavano spazio in uno sguardo complessivo. Quando L’orma ha pubblicato Il posto, subito ci si è accorti che quell’autrice stava all’interno di una visione d’insieme. Che durava nel tempo, che sarebbe durata nel tempo. Il pubblico della Ernaux, prima dell’Orma editore, non c’era, l’uscita dei suoi libri non aveva suscitato alcunché, perché su di loro non c’era stato un investimento culturale. Con L’orma cambia tutto. Allora, a prescindere dal fatto di essere piccola, appena nata o di avere le dimensioni di Sellerio o del Saggiatore, una casa editrice è una realtà che riesce a costruire un equilibrio tra le ragioni dell’ufficio commerciale e le ragioni di una visione, di uno sguardo. È una realtà che dice: questo è un libro culturalmente indispensabile, e se il pubblico non c’è, lo inventiamo, lo creiamo. Perché possediamo fiducia sufficiente nell’animo dei lettori per andarlo a generare, quel pubblico.

 

La Fiera ha due anime, una a Milano e una a Genova. Quest’anno ci sarebbe stata la sesta edizione milanese ad aprile e poi la quarta edizione genovese in autunno. Che tipo di rapporti vive Book Pride con queste due città?

Sono due rapporti diversi. A Milano ciò che prevale è la sensazione di un’efficacia: ragionare sulle cose e trasformarle in fatti che accadono. Il rapporto con Genova, invece, somiglia tanto a quello che è lo spazio fisico attorno a Palazzo Ducale. Palazzo Ducale sta nel centro storico. Il centro storico di Genova è un dedalo e ha una caratteristica: se non conosci molto bene quel reticolo di strade o se non hai qualcuno che ti accompagna, il navigatore del cellulare non basta. Perché il segnale non arriva. Questa caratteristica s’è rivelata essere una piccola, accidentale metafora del rapporto che abbiamo, a poco a poco, creato con Genova. Abbiamo costruito legami con dei “Virgili” e delle “Beatrici” che ci hanno portato in giro e che ci hanno letteralmente messo nelle condizioni di non perderci. Non sono semplicemente interlocutori, sono complici nella realizzazione della fiera. E come per Milano, ognuno di questi legami è diventato un rapporto d’amicizia e lo dico al netto di qualsiasi edulcorazione e idealizzazione. Direi che Milano, in alcune sue zone, è una città con una sua regolarità, con delle sue procedure, con un ordine logico e dei risultati altrettanto logici. Genova è più selvatica, più imprevedibile.

 

Una curiosità, quasi un paradosso. Vasta, lei è uno dei più apprezzati scrittori e intellettuali italiani. Progettare una fiera letteraria, in qualche modo, ha a che fare con lo scrivere? Dare forma a una fiera come Book Pride è per lei una sorta di scrittura parallela?

Organizzare una fiera come Book Pride non può venire considerata un’azione identica alla scrittura di un libro. Per un insieme di motivi. Il libro lo scrivi da solo, hai un governo assoluto, tutti gli azzardi sono tuoi. Mentre invece l’organizzazione di una fiera è un’attività condivisa. Che ti mette a confronto con tante persone, con tanti “altri”, che non possono essere te, che non devono essere te. E ancora: noi possiamo realizzare la migliore fiera possibile, il miglior programma, ma il cattivo tempo può sempre vanificare tutto…

 

Mentre scrivi un libro, se fuori piove o se c’è bel tempo, non ha una particolare importanza

Nel non essere sovrapponibili, nel non essere identiche, non significa però che queste azioni non abbiano alcuni elementi in comune. È possibile affrontare la direzione di una fiera con un’esigenza autoriale, cioè con l’idea che costruire un programma sia dare forma a un disegno o costruire una pagina. Pensare Book Pride come un editore di editori, nell’accezione di editoria che ci dà Roberto Calasso nell’Impronta dell’editore: si fanno libri perché è un bellissimo modo di far continuare una conversazione, di renderla inesauribile. E questo proviamo a farlo anche noi. Quindi uno prova a dare forma a una fiera con un atteggiamento, con una postura che non è identica a quella che si assume quando si scrive un libro ma che ha comunque dei punti di contatto, dei punti di somiglianza.

 

Nel nostro Paese, da Nord a Sud, i festival e le fiere letterarie riscuotono sempre enormi successi. Eppure un rischio c’è, lo sottolineano bene Giovanni Solimine e Giorgio Zanchini nel loro ultimo saggio, La cultura orizzontale: è la preoccupazione che questi eventi predichino a chi è già convertito

Penso che una manifestazione letteraria debba rivolgersi sia ai convertiti sia a quelli che non hanno un’altra religione, che proprio non si pongono il problema. Deve riuscire a portare nella sua dimensione, nei giorni che ha a sua disposizione, qualcuno che non è convertito. Anzi, una grandissima quantità di non convertiti. A loro fa una proposta, è come se dicesse: tu vieni qui, vieni ad ascoltare qualcuno o qualcosa che già conosci, però può anche darsi che entri in contatto con qualcosa che ancora non conosci, che ti sorprende, che ti interessa. Il problema principale, che riguarda tanto i convertiti che i non convertiti, è che le manifestazioni possano diventare “sostitutive”.

 

In che senso sostitutive?

Mi spiego: vent’anni fa le prime manifestazioni letterarie, come il Festivaletteratura di Mantova, davano l’impressione di essere delle possibilità di sensibilizzazione nei confronti di un comportamento particolare che è leggere. Arrivi, ascolti un autore e poi magari leggerai il suo libro. Oppure: hai letto il libro di un autore e ne integri la conoscenza ascoltandolo dal vivo. Trascorsi vent’anni dobbiamo tenere conto che qualche volta si va ad ascoltare l’autore senza averlo letto, senza avere intenzione di leggerlo, ma al posto di leggerlo. E l’incontro che dura cinquanta minuti, un’ora, possiede una brillantezza che finisce davvero per prendere il posto della lettura. Che è un’azione che permette di confrontarsi con dei livelli di complessità del tutto diversi rispetto a quelli che si presentano quando ascolti qualcuno durante un evento. Dobbiamo considerare questo aspetto e fare in modo che il libro non si trasformi in una cornice retorica: il libro deve rimanere il punto d’origine e la ragione verso cui ci si indirizzano le nostre iniziative. Se diventa la sola cornice di qualcosa che è la fruizione degli incontri, allora sì, un problema c’è.

 

Che fare, allora?

L’obiettivo di una manifestazione è ottenere che da qualche parte ci sia qualcuno che se ne sta da solo, silenzia il cellulare e si prende un’ora per iniziare a leggere o per finire di leggere un libro. Un’attitudine come la lettura non può trasformarsi in modernariato. È chiaro che le forme di conoscenza si modificano, e senz’altro il ruolo del libro è meno significativo di quanto lo era in passato, ma è qui che sopraggiunge il compito di una fiera: farsi punto di congiunzione di due parti, che sono gli editori e i lettori. L’elemento attraverso cui comunicano, ciò che concretizza il loro legame, è il libro. Gli editori lo pubblicano, i lettori lo comprano e lo leggono.

 

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