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19 luglio 2018

La fotografia è la letteratura di questo millennio

di Domenico Marcella

Intervista a Fabrizio Ferri

Se non avesse fatto il fotografo avrebbe fatto il musicista. Occhi chiari, capelli screziati che gli conferiscono un’aura di saggezza, stazza imponente e fiera da antico romano, Fabrizio Ferri – maestro del ritratto e pioniere della fotografia di moda – con voce rassicurante, delicata e al tempo stesso profonda, soppesa parole che scorrono liberamente.

«La mostra al Due Mondi? Non mi aspettavo un successo simile; pensavo sarebbe stata una cosa intima, sai quelle cose un po’ sottotono? E invece ha avuto grande rilievo, ed è andata veramente bene».

Ferri commenta così, senza occultare l’entusiasmo provato per quello che da molti è stato considerato l’evento nell’evento della 61a edizione del Festival di Spoleto. Per l’occasione, oltre alla personale, il fotografo ha firmato anche l’opera fotografica scelta dal direttore artistico Giorgio Ferrara come immagine-simbolo del festival 2018:

«È il viso di Giulio Cesare che riaffiora dalle acque, ed è l’unico scatto appeso al muro del mio ufficio a New York».

 

La personale a Spoleto ti ha procurato grande gioia. 

«Moltissima. Credo che questa mostra abbia veramente aperto una porta importante perché è arrivata in un momento in cui la fotografia smette di essere cibo per i giornali per rilanciarsi come forma di comunicazione e arte. Il fatto che ci sia questa meravigliosa invasione di immagini fa sì che la fotografia, quando riesce a emozionare veramente, abbia un ruolo ancora più importante di quello che ha avuto in passato. Ecco, l’esigenza di questa mostra a Spoleto ha coinciso probabilmente con il ruolo ridisegnato e rinfrescato della fotografia». 

 

Una serie di scatti dal 1973 a oggi, tutti incredibilmente attuali. 

«Sedici ritratti di personaggi famosi colti in momenti di calore e amicizia. Ciò ha permesso loro di essere particolarmente liberi, di non nascondersi e difendersi dietro le tipiche espressioni che utilizzano per comunicare. La foto di Roberto Bolle è una delle più intense perché ha interpretato il dolore che rievoca la fine di Pompei. Lo scatto più attuale, per tutto quello che sta succedendo, è probabilmente quello all’attore Djimon Hounsou – molto simile alla testa di Cesare che emerge o affonda nell’acqua – con un’espressione negli occhi in bilico tra la paura e l’incertezza. Hounsou, tra l’altro, è stato protagonista di un’esperienza simile ai tanti ragazzi che decidono di scappare dalla propria terra d’origine per mettersi in salvo; è partito dal Benin, legato sotto a un treno con la cintura dei pantaloni, e ha fatto un viaggio impossibile, prima di arrivare a Parigi dove ha vissuto come un clochard per un certo tempo, per poi raggiungere New York. Le foto esposte avevano tutte una storia, non soltanto per me ma anche per chi ne è stato protagonista».

 

Osservando le tue opere si riconosce la fedeltà che hai verso te stesso. Cos’è la coerenza per un artista? 

«La coerenza è come scavare un buco, e se insisti a farlo nello stesso posto lo fai più grande e profondo e sicuramente troverai qualcosa. Fare tanti buchi, inseguire tante identità, non è altrettanto efficace. Oltretutto nella fotografia bisogna avere sempre il coraggio di raccontare senza sovrapporsi ai soggetti. Ci deve essere soltanto una forte convergenza». 

 

La capacità di evolversi senza snaturarsi, però, non è da tutti. 

«Questo è difficile, è vero. Spesso vediamo la fotografia di un grande fotografo e già da lontano riconosciamo l’autore, perché per motivi tecnici, e anche per coerenza, lo scatto può essere letto come una sorta di ripetitività che si presenta immediatamente come l’opera di qualcuno. Le mie fotografie colpiscono principalmente per il soggetto e per l’emotività che esprimono; successivamente innescano nell’osservatore la curiosità di dare un nome all’autore. Questa è un po’ la cifra stilistica che mi ha sempre contraddistinto». 

 

Se poi uno pensa che da ragazzino non pensavi di fare il fotografo…

«In realtà neanche ora penso di fare il fotografo». 

 

Sei musicista. 

«Ed è ancora quello che voglio fare. Ci sto ancora provando». 

 

Qual è stato il punto di partenza di questa grande impresa? 

«Non ho mai avuto la passione per la fotografia. Mi interessava soltanto condividere quello che vedevo, sentivo e mi emozionava. La condivisione può essere fatta in vario modo, ma la fotografia è sicuramente un’espressione che supera tutte le barriere linguistiche. È la letteratura di questo millennio». 

 

Una carriera, la tua, nata nei primissimi anni Settanta dopo uno scatto realizzato durante una manifestazione del 1° maggio in piazza San Giovanni a Roma. 

«Una carriera nata dalla passione di un mio compagno di classe che, dopo essersi fatto regalare dai genitori una camera oscura, chiese a noi amici di scattare delle foto affinché potesse divertirsi a stamparle. Per fargli un favore, senza nessun’altra motivazione, presi in prestito la macchina fotografica di mio zio e andai a quella manifestazione senza avere la più pallida idea di come funzionasse quell’arnese. Avvicinai un professionista, un fotoreporter che aveva quattro macchine attaccate al collo, e gli chiesi di spiegarmi come fare. Era il grandissimo fotoreporter Vezio Sabatini che, dopo un’espressione di scoramento, mi ha dato qualche dritta, augurandomi buona fortuna. Iniziai a girare per la piazza e durante l’intervento di Luciano Lama notai in prima fila un signore con la faccia segnata dal sole e dalla fatica, con il figlio a cavalcioni sulle sue spalle. In quel momento ho sentito una grande emozione e ho deciso di immortalare quell’attimo. Una sera, a casa dei miei genitori venne un giornalista di Paese sera che vide la foto e decise di acquistarla per 50 lire. Da allora non mi sono più fermato».

 

Non hai nostalgia di quel periodo? 

«No, non ho nostalgia di quel periodo perché l’ho vissuto da protagonista. Ne sono stato pregno. Non mi manca perché ce l’ho dentro, è parte integrante di quello che sono oggi. Ne potrebbe avere una nostalgia inconscia soltanto chi non sa cosa siano stati quegli anni, chi non li ha vissuti, chi non ha ancora compreso il significato dell’impegno politico, dell’importanza della solidarietà e del valore della condivisione degli ideali senza dogmi».

 

E della politica scellerata e fuori controllo di questo momento storico che idea hai?

«Credo sia una fase. Gli scellerati, in fondo, ci sono sempre stati in modo più o meno velato. Quello che manca oggi è l’alternativa. In quegli anni c’erano Berlinguer e persone di ben altro spessore, capaci di diventare leader perché con il loro pensiero creavano una convergenza di uomini donne che spingevano affinché quelle idee diventassero realtà. C’era, oltre a quella tensione ideale che oggi non c’è più, una grande onestà, non soltanto di pensiero, ma anche proprio nella vita e nell’amministrare». 

 

L’imbarbarimento delle immagini e dei costumi ti turba?

«L’imbarbarimento esiste dai tempi degli antichi romani. Le barbarie fanno parte della nostra storia, un po’ come il brutto che in questi anni è stato rifondato, soprattutto nella moda. Si è cercato di reinventare un cammino alternativo per cercare di risolvere tutta una serie di problemi, uscendo dalla ricerca del bello per comprendere – in modo più meno conscio – che occorreva ricominciare dal brutto. Ci siamo così riempiti di bruttissime immagini sui giornali, che non hanno avuto il risultato sperato ma che hanno dato la botta finale alla moda. È stato comunque un fenomeno molto interessante perché il brutto è una componente importante che permette e favorisce una crescita. Quando proprio dal brutto si raggiungerà il bello, quel bello sarà diverso da quello a cui abbiamo lavorato negli ultimi anni. Ecco, tornando a quello che mi chiedevi poco fa, potrei dirti che non ho nostalgia del passato ma del futuro. Questa specie di nostalgia rappresenta la voglia di capire dove questo cammino ci porterà. Io ci voglio essere, e continuerò a fare il mio lavoro pensando a un ruolo che non è soltanto quello di ripetere ma di interpretare un mondo nuovo che da tempo è già cambiato». 

 

Cambiare è osare. Osare è coraggio. Dal costume politico alla moda, il passo è stato breve? 

«In realtà non ho mai avuto la sensazione di passare da un mondo a un altro. Il passaggio è stato molto più banale di quello che si possa pensare. Facevo il fotoreporter di costume politico, lavoravo veramente tanto, già viaggiando in giro per il mondo. Quando però tornavo dai viaggi e giravo da giornale in giornale per vendere le foto, mi accorgevo che i servizi pubblicati erano sempre privati di qualche scatto, magari di quello più forte o significativo. Questo era per me frustrante. Mi ritrovavo così con un malloppo di foto non vendute. Avevo difficoltà a vivere. Allora mi sono chiesto quale fosse il settore che commissionava le foto, affinché io non dovessi passare più tempo a vendere foto che a farle. La risposta più ovvia è stata la moda». 

 

Sei figlio di due noti intellettuali comunisti. Tuo padre Franco diede vita alla Resistenza romana, tua madre Giuliana scriveva sui giornali del Partito. Impossibile credere che circolassero giornali di moda a casa. 

«A casa mia non era mai entrato un giornale di moda. La moda era la cosa culturalmente più distante dalla nostra famiglia. Per cui andai in un’edicola sotto casa e chiesi quale fosse il giornale di moda più importante; il giornalaio mi diede Vogue Italia. Guardai l’indirizzo, gli restituii la copia, presi il treno e andai a Milano. Mi presentai in redazione senza appuntamento – con il mio book di fotografie di operai, casalinghe, studenti, manifestanti e quant’altro – e chiesi di vedere il direttore artistico. Ed è stato un nuovo inizio». 

 

C’è un aneddoto molto bello riguardante non soltanto l’inizio della tua carriera nella moda, ma anche quello di una nota attrice e figlia d’arte. 

«Sì. Fui chiamato da Terry Jones, il direttore artistico del Vogue inglese, che aveva visto un mio lavoro. Mi propose di fotografare a Roma, su una modella di mia scelta, dei gioielli di Bulgari. Durante una manifestazione a Botteghe Oscure notai una ragazza con un viso straordinario. La avvicinai, le chiesi se era disponibile a farsi fotografare e lei accettò. Era Isabella Rossellini, e io non sapevo chi fosse. L’ho scoperto successivamente, quando da Londra, dopo aver visto gli scatti, si complimentarono con me perché ero riuscito a beccare la figlia di Roberto Rossellini e Ingrid Bergman». 

 

Qualcosa è cambiato rispetto al passato. Oggi fotografiamo qualsiasi cosa con il telefonino. Siamo diventati tutti fotografi? 

«Certo, e questa è la cosa bella. Siamo tutti fotografi. Una volta si diceva “Speriamo che la foto sia venuta”, oggi non è più così. Le fotografie vengono comunque. Una volta, inoltre, per fare il fotografo bisognava avere un’attrezzatura costosa, una pratica alle spalle, bisognava imparare la tecnica e pagare un laboratorio. Tutte cose che oggi non servono più perché i cellulari permettono di fare scatti perfetti. Questo è meraviglioso perché ci mostra la capacità del mondo di comunicare per immagini in modo assolutamente globale. C’è però un problema, che riguarda coloro che con la fotografia vogliono raccontare qualcosa di profondo e che per farlo utilizzano la fotografia come mezzo di espressione. È sempre più difficile sbagliare, e questo non favorisce la crescita professionale del fotografo. La perfezione è sempre più omologante. Per emanciparsi occorre avere tanta forza altrimenti non si riesce a venir fuor da questo infinito oceano di immagini. Ecco, forse bisognerebbe proprio iniziare a distinguere tra immagini e fotografia». 

 

Non sei neppure scettico nei confronti di Instagram. 

«Lo uso poco, ma più per pigrizia. Mi piace da morire quando carico uno scatto e subito dopo arriva un like dall’altra parte del mondo. Mi diverte questo sistema, lo trovo una delle cose più belle che ci siano in circolazione». 

 

Nessuna perplessità?

«Sarebbe bello se si andasse oltre il significato piacevole e un po’ leggero del cuoricino e del like, magari creando un simbolo per dire “io la penso così”, un simbolo capace di avvicinare e unire».

 

La responsabilità dell’artista è quella di determinare il cambiamento. Non è da escludere che ciò possa avvenire anche attraverso Instagram.

«Gli artefici del cambiamento sono gli uomini. Non è probabile in questo momento storico, ma sicuramente possibile. Credo che il ruolo degli artisti sia quello di esercitare sempre il muscolo degli occhi, delle palpebre, per guardare lontano, e guidare un cambiamento anche su un media come Instagram. O magari facendone nascere uno simile che non sia soltanto cuoricini, ma un sistema capace di determinare un gran bel cambiamento».


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