09 gennaio 2017

La freschezza del Dialogo di Leopardi sull’anno nuovo

Forse quando Giacomo Leopardi scrisse, nel 1832, il suo Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, non avrebbe immaginato che la breve operetta, quasi due secoli dopo, sarebbe rimbalzata sui social, condivisa da pagine istituzionali ma anche da tanti singoli utenti, come commiato all’anno vecchio e saluto a quello nuovo.

Tra tutte le venticinque Operette morali, composte dal poeta recanatese tra 1824 e 1832, è infatti questa la più amata, tuttora, dagli studenti e dai lettori d’ogni età; e forse, al di là degli interrogativi filosofici che il genio leopardiano è stato capace di condensare in queste poche righe, ciò che ci fa ancora apprezzare il Dialogo è quel sapore familiare che in poche battute ci fa cogliere l’aria di festa, il passeggio affaccendato che animava, come anima oggi, le nostre città, e allo stesso tempo la voglia di fermarsi a fare un bilancio dell’anno passato, di guardarsi intorno, riscoprire l’altro e cercare in lui il riflesso dei nostri stessi dubbi.

Anche Ermanno Olmi fu catturato dalla profondità di questo breve testo, tanto da trarne, nel 1954, un cortometraggio – con Enzo Tarascio nel ruolo del Passeggere –, che anticipa le ambientazioni e le poetiche che saranno care al regista maturo. In questa intensa trasposizione del testo leopardiano seguiamo il Passeggere, voce del poeta, dalle campagne fino al centro di Milano, dove, nella Galleria Vittorio Emanuele, incontra il Venditore, “maschera” del senso comune, e, dopo averlo travolto con la sua retorica, gli concede – e si concede – una speranza, comprando l’almanacco più costoso: il sorriso, forse, di un pessimista, ma che ancora crede nella solidarietà come unica via per contrastare l’infelicità.

Leopardi affronta, sì, temi universali, ma che si adattano in modo particolare a questo nostro presente in cui l’incertezza è divenuta ormai una condizione esistenziale: e allora è meglio coglierne le infinite possibilità, piuttosto che persistere a recriminare sul caso che «ha trattato tutti male»; perché, d’altronde, anche oggi è bello pensare che «quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura».

 


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