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16 febbraio 2018

La megalopoli maya nascosta nella giungla

È emozionante scoprire che esistono aree del pianeta del tutto inesplorate e selvagge, e ancora di più scoprire che queste aree a noi ignote non lo furono ad altri, che hanno lasciato anzi tracce della loro intensa antropizzazione e della loro cultura estremamente evoluta: nella Reserva de la biosfera maya, una riserva naturale di circa 22.000 km2 nella regione del Petén nel Guatemala settentrionale, nascoste sotto il fittissimo verde della giungla che nulla lascia trapelare dalle viste aeree, gli archeologi hanno scoperto un’immensa ‘megalopoli’ maya, composta da circa 60.000 strutture tra case, luoghi di culto, mura difensive e bastioni, strade, aree a intensa coltivazione, risalenti a circa 1.200 anni fa, per noi il secolo di Carlomagno o – per restare più in tema – quello in cui iniziarono i lavori per la basilica di S. Marco a Venezia.

I Maya, benché non avessero inventato la ruota né si servissero di bestie da soma, avevano tecniche ingegneristiche molto avanzate e ben note, ma gli archeologi in questo caso parlano di una ‘rivoluzione conoscitiva’ poiché mai si sarebbero attesi una tale complessità, che mostra una cultura nel pieno dello splendore, molto più interconnessa e popolosa di quanto si immaginasse: a loro parere, tale ritrovamento suggerirebbe una civiltà composta, nel periodo detto classico (tra il 250 a.C. e il 900 d.C.), da 10-15 milioni di abitanti invece che dai 5 milioni fino a oggi stimati. Inoltre, le immagini fanno emergere capacità tecniche ancora superiori a quelle rese note di siti celeberrimi come Tikal, sempre nel Petén, o Tulum, in Messico, che consentivano di rendere abitabili zone anche paludose, di muoversi agevolmente durante la stagione delle piogge attraverso il sopraelevamento delle strade e di sopravvivere durante i periodi di siccità grazie alle tecniche molto sviluppate di irrigazione.

A rendere possibile tale scoperta è stata la tecnica di telerilevamento laser LiDAR (Light Detection and Ranging), che permette, sorvolando la zona, di rimuovere la vegetazione dalle immagini e di far emergere dunque quello che vi si nasconde sotto, di cui è molto più arduo rendersi conto passandoci sopra a piedi; tale tecnologia era stata utilizzata anche in altri casi, ad esempio sulla città maya di Caracol in Belize e ad Angkor Vat in Cambogia, ed è sempre più usata in archeologia, consentendo la mappatura di aree altrimenti quasi impossibili da esplorare.

L’immagine è un fotogramma tratto dal video: See how LiDAR brings a hidden Maya site to life and discovers a new major discovery (National Geographic)


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