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14 maggio 2016

La metafisica del ping pong

di Tamara Baris

Guido Mina di Sospiro, come ci ricorda la quarta di copertina, è cresciuto a Milano, in una casa in cui si parlavano diverse lingue; ha lasciato l’Italia per la California dove ha frequentato la School of Cinema Production della University of Southern California; da allora risiede negli Stati Uniti. I suoi libri – scritti in inglese – sono stati tradotti in dodici lingue.

È uscito, nella traduzione di Alessandro Peroni, per Ponte alle Grazie, il suo La metafisica del ping-pong.

La metafisica del ping-pong è un libro a più facce; con diversi livelli di lettura (dai più semplici, ai più profondi); è un libro per gli appassionati del ping-pong, ma anche per appassionati di un qualsiasi tipo: perché le passioni, raccontate bene – a più livelli, con profondità, leggerezza, più facce – appassionano, sempre e comunque tutti (tutti quelli che sanno appassionarsi).

L’autore racconta la propria esperienza: dagli inizi, dall’ingenuità, fino a un progressivo cammino di crescita e consapevolezza. Ma perché proprio il ping-pong? In cosa risiede il suo fascino? Perché il ping-pong è uno sport «incredibilmente non euclideo» (p. 11), perché «la geometria non euclidea è la geometria delle superfici curve» (p. 12). Il ping-pong è un gioco di curve, di effetti (spin in inglese), di polso, di traiettorie, di non linearità, un gioco che ha «molte caratteristiche spiazzanti e piacevolmente illogiche» (p. 14).

Non giocare se non hai la tua racchetta.

Potrebbe essere una regola, ma la regola è che, in fondo, ognuno ha le proprie regole personali spiazzanti e piacevolmente illogiche, anche quando applica regole, anche quando si appresta a iniziare qualcosa o pratica una disciplina da anni. Così, magari, alcuni incontri possono mettere in discussione tutto ciò che sappiamo, o credevamo di sapere: una sconfitta può aprirci gli occhi; un tentativo di apprendimento; una serie di partite con sconosciuti, molto diversi da noi, possono insegnarci cose che prima non immaginavamo. Questo nel ping-pong, ma anche nella vita.

Una chiave.

Una partita al tennistavolo con uno sconosciuto ottuagenario che ci costringe a «schizzare da una parte all’altra del tavolo come un tergicristallo durante un temporale» (p. 21) può essere la chiave, della nostra idea di ping-pong, certo, ma può essere una chiave per tutto. Perché attraverso quelle partite l’autore capisce qualcosa in più: capisce che chi gioca in modo diretto e senza fronzoli può demolire chi fa dell’effetto e dei virtuosismi il suo punto di forza; capisce che spesso può arrivare qualcosa che demolisce il nostro sistema, e a me viene in mente Cortázar, in questi casi, sempre, e questo libro potrebbe, a modo suo, incarnare questo pensiero, potrebbe essere una «piccola storia tendente a illustrare quanto precaria sia la stabilità all'interno della quale crediamo di vivere, ovvero che le leggi potrebbero cedere terreno alle eccezioni, al caso, o alle improbabilità, e qui ti voglio» (J. Cortázar, Storie di cronopios e di famas, Einaudi, 1971).

E qui ti voglio. Se il sistema crolla capisci, come Guido Mina di Sospiro, che essere il re dei giocatori improvvisati non è poi un gran pregio. Infatti nel libro l’autore racconta di come preferisca crescere; apprendere; mutare (quando necessario); scontrarsi coi giocatori cinesi, con il cubano Emilio, con i giganti accomunati dall’umiltà; riflettere sui diversi approcci. Elabora una propria teoria del ping-pong, e riflessioni più ampie, intrecciandole con von Clausewitz e con Sun Tzu, o ancora con Jung o l’I Ching, o con i tre gioielli del Tao (compassione, moderazione, umiltà).

Senza barriere.

Lingue diverse, sconosciuti, culture e approcci differenti, tutti azzerati dal tennistavolo che diventa la lingua franca che lega i principianti, gli iniziati, gli esperti e i giganti: «la barriera linguistica è azzerata», «il pianeta del tennistavolo sembra essere un mondo parallelo, di fatto più illuminato, giusto e amichevole di quello in cui normalmente viviamo» (p. 55). 

Insegnamenti, strade e maestri.

I pensieri che sembrerebbero essere delimitati dai confini del tavolo da ping-pong possono, in realtà, applicarsi a un’infinità di situazioni, perché sarebbe bene ricordare anche fuori una frase di Platone, mantra dell’autore: «Non scoraggiare mai chi fa progressi costanti, per quanto lenti» (p. 67); sarebbe bene, ancora, riflettere sulla dinamica maestro-discepolo e ricordarsi che un maestro non deve essere come un padre: «un buon padre è indulgente, e quando il figlio sbaglia, gli sta comunque accanto. Un buon maestro, no», (p. 77).

Sempre che si riesca a trovarlo, un maestro, perché «trovare un maestro il cui unico interesse sia il progresso del discepolo è un dono degli dèi» (p. 82), chiedendosi costantemente: chi vince la corsa? Il purosangue o il mulo? Risponde anche a questo, e capisce che Jaime Álvarez è stato la sua conditio sine qua non, divide il mondo tra empiristi e metafisici, tra chi vive (e gioca) in prigione e chi in libertà.

Alla fine del libro, tirando le somme, tra un particolare tipo di gomma e una racchetta che si chiama Durlindana, l’autore ci spiega che «la bravura in sé non è l’obiettivo finale» (p. 227), ci insegna l’importanza delle sconfitte e chiude con le parole di Lin Yutang, traduttore dal cinese classico all’inglese, romanziere e inventore: «Un buon viaggiatore è colui che non sa dove stia andando, e un perfetto viaggiatore è colui che non sa da dove venga» (p. 228).

Guido Mina di Sospiro, La metafisica del ping-pong, Ponte alle Grazie, pp. 238 - 16.80 €

Traduzione di Alessandro Peroni

Con la collaborazione dell’autore


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