11 ottobre 2018

La morte di Caravaggio

Irrequieta, avventurosa, scandalosa, la vita di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, non ha mai smesso di affascinare gli studiosi, anche perché buona parte di essa si ritrova nelle sue opere, non meno audaci e per l’epoca sfacciate. Il loro marcato realismo, teso a fare dell’arte “una cosa sola con la vita”, era molto lontano dal rappresentare quel decoro che l’ufficialità romana della Controriforma si attendeva, e talvolta furono per questo rifiutate. Avvenne per esempio con La morte della Vergine, oggi conservato al Louvre, commissionatogli dal giurista Laerzio Cherubini per la cappella in S. Maria della Scala a Roma, ma poi giudicato irrispettoso dell’iconografia tradizionale: nulla di mistico vi era in quel dipinto, in cui la Madonna, forse ispirata a una prostituta trovata morta nel Tevere, appare abbandonata in una posa quasi sensuale con il ventre gonfio e addirittura a piedi nudi, un dettaglio inaccettabile per l’epoca.

Dal punto di vista della dottrina, Caravaggio s’ispirava all’umanesimo cristiano di Erasmo da Rotterdam, a una religiosità calata tra i comuni mortali, come si coglie per esempio nelle Sette opere della misericordia del Pio Monte della Misericordia a Napoli, che sembra proprio ambientato in un vicoletto della città partenopea, con personaggi ritratti dal vero e per le strade. Ma un suo riferimento erano anche i coevi studi naturalistici – Tommaso Campanella, tra gli altri, o forse Galileo che in quegli anni stava acquisendo notorietà – e la filosofia sperimentale: Caravaggio si descriveva infatti un pittore capace di «depingere bene et imitare bene le cose naturali», e da qui i suoi incredibili studi sulla luce, l’uso degli specchi, le nature morte, il realismo delle figure umane.

Dunque una serie di riferimenti culturali non pacifici in piena Controriforma, che hanno forse anch’essi contribuito a restituire l’immagine di una personalità ribelle, violenta e dissoluta, in un’epoca tuttavia in cui la violenza era un fatto ordinario. Anche sulla sua morte è pesata una sorta di stigma morale e finora era stata prevalentemente attribuita a sifilide, “meritata” punizione per la sua promiscuità sessuale. A conclusioni diverse è però giunto un gruppo di ricerca di varie università, che ha riesumato il cadavere dell’artista conservato a Porto Ercole, in Toscana. Merisi vi si trovava di passaggio mentre tornava a Roma, dopo quattro anni di tempestosa fuga,  per chiedere la grazia dalla condanna a morte per l’omicidio nel 1606 di Ranuccio Tommasoni, protettore dell’amata prostituta Fillide Melandroni (che compare in Ritratto della cortigiana Fillide, nel Marta e Maria Maddalena, nel S. Caterina d’Alessandria, in Giuditta e Oloferne e in Natività con i santi Lorenzo e Francesco). Nel corso del viaggio però si era scontrato a Napoli di nuovo in duello, riportando una ferita che gli avrebbe causato un’infezione degenerata in setticemia. Che il cadavere sia proprio il suo è stato dimostrato sia dal rinvenimento di tracce di piombo, metallo presente nelle vernici dell’epoca e che creava il tipico “saturnismo” dei pittori (e i conseguenti problemi ‘caratteriali’ di cui era affetto anche Merisi), sia dall’incrocio con il DNA di altri probabili appartenenti alla sua famiglia.

Caravaggio nel 1610 aveva 38 anni, aveva rivoluzionato l’arte e in molti se ne erano accorti, e anche per questo la grazia gli era già stata concessa, ma a sua insaputa.

 

Crediti immagine: Caravaggio [Public domain], via Wikimedia Commons

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