11 giugno 2019

La morte di John Wayne da vittima della guerra fredda

«Please, God, don’t let us have killed John Wayne»

(Uno scienziato dell’Agenzia nucleare di difesa del Pentagono, 1979)

 

Nel 1954 John Wayne, tra i più rudi, patriottici e conservatori dei divi hollywoodiani, icona dell’American way of life, convinto anticomunista e presidente fino all’anno precedente della Motion Picture Alliance for the Preservation of American Ideals, si trovava nella località di St. George, nello Utah, per girare uno dei suoi innumerevoli film, The Conqueror (1956), di Dick Powell.

A circa 200 km di distanza, nel confinante Stato del Nevada, si estendeva una riserva di 3.500 km2 designata a sito per esperimenti nucleari. Il Nevada Test Site era stato scelto nel 1951, in uno dei momenti più tesi della guerra fredda, durante il conflitto di Corea, in quanto desertico e perché i venti, risparmiando a sud gli abitanti di Las Vegas (che si trovava a un centinaio di chilometri dal sito), spingevano le polveri verso nord-est, in una zona scarsamente popolata, abitata perlopiù da comunità di mormoni e nativi.

Negli anni Cinquanta nel sito furono compiuti circa 100 test atmosferici (cioè non sotterranei, e pertanto particolarmente pericolosi per le radiazioni, che furono nel complesso stimate 20 volte quelle emesse a Černobyl′), ai quali si invitava anche la popolazione ad assistere, perché, assicuravano le autorità, non vi era alcun rischio di fallout, di ricaduta radioattiva: la parola d’ordine era di godersi sereni lo straordinario spettacolo, manifestazione di potenza, progresso tecnologico, superiorità militare sul nemico comunista – tutto ciò che più era congeniale al divo hollywoodiano. Numerose sono le immagini che attestano l’esistenza di un vero e proprio turismo nucleare e altrettante sono quelle di militari privi di protezione che osservano da una distanza di una decina di chilometri le esplosioni (ma molti erano anche mandati a perlustrare direttamente le aree contaminate).

Nel 1953, partì l’Operazione Upshot-Knothole, e tra le undici deflagrazioni compiute nel corso dell’anno ve ne fu una particolarmente micidiale, la Shot Harry, soprannominata non a caso “Dirty Harry”: l’enorme e inattesa quantità di fallout prodotto, spinto dal forte vento, investì più di tutti proprio la cittadina di St. George, senza che nessuno fosse stato avvertito di mettersi al riparo, o nei giorni successivi di evitare i prodotti alimentari locali – i bambini, raccontarono i testimoni, furono lasciati a giocare all’aperto anche nelle ore immediatamente successive all’esplosione.

C’è una incredibile foto in cui Wayne, insieme ai suoi due figli adolescenti che lo erano andati a trovare sul set, maneggia un contatore Geiger: secondo la testimonianza dei figli, dato l’altissimo livello di radioattività rilevato ancora un anno dopo, l’attore pensò che lo strumento fosse difettoso, e decise di credere a quanto il governo del suo Paese aveva più volte assicurato – nessun pericolo, tutto sotto controllo.

Wayne riuscì a sopravvivere a un primo tumore ai polmoni che gli fu diagnosticato nel 1964; non al secondo, però, allo stomaco, che lo uccise l’11 giugno 1979. Ma quel film si meritò il nome di “RKO Radioactive Picture”, per via del numero altissimo di casi di cancro riscontrati tra la troupe: entro il 1980, 91 persone delle 220 del cast avevano contratto la malattia e 46, tra cui il regista e altri tre interpreti principali del film (Susan Hayward, Agnes Moorehead e Pedro Armendáriz), erano morte; anche i due figli di Wayne ebbero qualche forma non letale di tumore. Nonostante ciò, la correlazione tra i due fatti fu messa a lungo in dubbio, anche perché molti membri del cast, tra cui Wayne, erano forti fumatori e bevitori (e ovviamente era una variabile non neutra).

Fu dalle popolazioni mormoni e locali che nacquero le prime battaglie più credibili: nativi e mormoni (a cui era difficile imputare scarsa sobrietà di stile di vita e presso i quali si erano riscontrati tassi significativamente anomali di incidenza di tumori linfatici) avviarono cause di risarcimento che, pur risultando provato il nesso causale, vennero respinte per anni in giudizio per ragioni processuali, ma senza far mancare l’auspicio di un intervento legislativo che provvedesse al ristoro delle vittime; questo arrivò nel 1990, con il Radiation Exposure Compensation Act, che istituì un apposito fondo, ancora rifinanziato sino a 2 miliardi di dollari nel 2015: all’aprile 2018 le richieste di risarcimento accolte erano state 34.372, ma vi sono cause ancora in corso.

 

Immagine: Il test nucleare Small Boy nel Nevada Test Site, Nevada, Stati Uniti  (14 luglio 1962). Crediti: Federal Government of the Unites States [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

0