9 maggio 2018

La morte di Moro, le commemorazioni divise

9 maggio 1978. Aldo Moro ucciso e il suo cadavere ritrovato in via Caetani a Roma. Si concludeva così, nel modo più drammatico, una vicenda traumatica per il Paese, che per 55 giorni aveva vissuto in uno stato di sospensione, di emergenza e violenza latente e di profonda incertezza. Non erano serviti né le frenetiche quanto lacunose indagini, né i continui controlli per le strade, i fermi e le perquisizioni, né i numerosi appelli per la sua salvezza – da quello di Amnesty International a quello della Caritas fino a quello, soprattutto, di Paolo VI, che a Moro e alla sua famiglia era legato da una profonda amicizia già da molto prima della salita al soglio pontificio.

Durante la lunga prigionia, era prevalsa anche all’interno della Democrazia cristiana (DC)  la cosiddetta posizione della fermezza. Atteggiamento che non venne perdonato da Moro: «per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore», aveva scritto in una lettera del 24 aprile indirizzata al segretario della DC Benigno Zaccagnini. E in rispetto della sua volontà il funerale si tenne in forma strettamente privata, con pochissimi amici, nella chiesa di S. Tommaso a Torrita Tiberina, un borgo alle porte di Roma, di cui il parroco locale celebrò la funzione.

Il 16 maggio, poi, la moglie Eleonora promosse una messa presso la basilica del Sacro Cuore di Cristo Re, pronunciando dal pulpito le seguenti parole: «Per i mandanti, gli esecutori e i fiancheggiatori di questo orribile delitto; per quelli che per gelosia, per viltà, per paura, per stupidità hanno ratificato la condanna a morte di un innocente; per me e i miei figli perché il senso di disperazione e di rabbia che ora proviamo si tramuti in lacrime di perdono, preghiamo». Questa messa, voluta dai figli dello statista e ufficiata da coloro che più si erano spesi per la liberazione, il teologo don Italo Mancini, il padre servita Davide Maria Turoldo e il presbitero don Gianni Baget Bozzo, si svolse in un clima particolare, tra canti con la chitarra e preghiere, a esaltare un tipo di religiosità, che pure apparteneva profondamente a Moro e alla sua famiglia, lontana da quella delle autorità e del potere.

Completamente diversa era stata invece la commemorazione funebre officiata il 13 maggio dal cardinale vicario di Roma Ugo Poletti nella basilica di S. Giovanni in Laterano, in presenza di Paolo VI e delle autorità istituzionali e politiche. Non vi erano né il corpo di Moro, né la moglie e i figli: solo i fratelli dello statista avevano accettato di prendervi parte, in un ultimo tentativo di mediazione. Paolo VI, che per amicizia aveva in via del tutto eccezionale infranto il protocollo presenziando a una messa fuori le mura, e che pochi mesi dopo sarebbe anch’egli morto, era l’immagine di «un papa vinto, un papa folgorato che balbettava oppresso dai paramenti le ultime e confuse battute della propria sconfitta» (C. Garboli, Un racconto fantastico che incomincia in via Fani, in l’Unità, 7 giugno 1980).

In molti hanno visto in quella commemorazione tanto divisa la celebrazione del funerale della Prima Repubblica. Moro era stato l’uomo della mediazione, lo statista che aveva cercato nel corso di tutta la sua lunga storia politica punti di contatto con la sinistra, con i socialisti prima e con i comunisti poi, in una logica di superamento della guerra fredda. Sul lungo periodo, la storia sembra avergli dato ragione: pur tra conflitti e contraddizioni, il coinvolgimento del movimento operaio nelle dinamiche della democrazia liberale, anziché innescare un processo rivoluzionario, ha costituito la premessa per scrivere una pagina nuova della vita politica italiana dopo la fine dello scontro fra Oriente e Occidente.

13 maggio 1978, messa funebre per Aldo Moro. In prima fila, dal secondo a sinistra, Pietro Ingrao Giovanni Leone, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Virginio Rognoni (fonte immagine: http://www.ansa.it/sito/notizie/protagonisti/politica/2015/03/29/pietro-ingrao_6aa0073e-351e-4ad0-b1c1-01ef7f70599c.html)


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