7 dicembre 2018

La moschea blu di Tabriz

di Fabio Tiddia e Giuseppe Labisi

 

«Le idee risvegliate in me dalle rovine sono grandiose. Tutto si annulla, tutto perisce, tutto passa. Resta solo il mondo. Com’è vecchio questo mondo! Io avanzo tra due eternità». Così nel 1767 scriveva il filosofo ed enciclopedista francese Denis Diderot (1713-1784) a proposito dei sentimenti suscitati nell’uomo dalla contemplazione delle rovine. Chissà cosa avrebbe scritto alla vista della moschea blu di Tabriz, quali commenti avrebbe saputo aggiungere alla sua poetica o se forse sarebbe stato completamente avvolto da un silenzio celestiale e da un’infinita solitudine. Due meravigliosi documenti delle rovine della famosa moschea azzurra si devono proprio a tre suoi connazionali, all’archeologo e orientalista Eugène Flandin (1809-1889), che la visitò nel 1841 accompagnato dall’architetto Pascal Coste (1787-1879), e al pittore Jules Laurens (1825-1901), il quale la immortalò meravigliosamente avvolta dalla neve nel 1872.

Prima del conflitto con gli Ottomani e dei loro saccheggi e prima di una serie di terremoti tra il XVI e il XVIII secolo, queste voluttuose e sublimi ruines furono una straordinaria moschea, visitata e descritta da illustri storici e viaggiatori quali Evliya Çelebi (m. 1679), autore di un celebre Siyahat name, Jean-Baptiste Tavernier (m. 1689) e Jean Chardin (m. 1713). Ma nel 1870 una devastante scossa colpì la moschea, lasciando intatto solo il monumentale iwan di accesso e segnandone il destino d’abbandono. Il popolo di Tabriz, scrive Madame Dieulafoy nel 1887, ignaro la saccheggiò ampiamente per edificare le proprie abitazioni, vandalizzandola.

La moschea era stata fondata il 25 ottobre 1465, come attestato nell’iscrizione presente nel grande portale di ingresso, su ordine di Abu Al-Mozaffar Jahanshah b. Shah Yusef Noyan (1397-1467), sovrano, mecenate e anche poeta della dinastia turcomanna dei Qara Qoyunlu. Durante il periodo di governo delle due dinastie turcomanne (1348-1501) la città, rinomata per la produzione di manoscritti e ceramiche, si ornò di grandi opere architettoniche. Esempio di tale ricchezza è la mappa di Tabriz disegnata dal pittore Matrakçi Nasuh (m. 1564) che tra il 1533 e il 1536 seguì il sultano ottomano Suleyman I nelle sue campagne in Persia. La città sarebbe rimasta la capitale dello Stato persiano fino al 1555.

La moschea blu (Gök Masjid) ‒ il cui patronaggio fu affidato a Khatun Jan Beygom, moglie del sovrano Jahanshah ‒ faceva parte di un grande complesso, completato sotto la dinastia turcomanna dei Aq Qoyunlu, noto come Mozaffariya, includente una cisterna, una biblioteca, un convento di dervisci (khangah), un giardino, delle terme e un mausoleo. Rimangono oggi solo la moschea e il mausoleo, al cui interno si troverebbero le spoglie di Jahanshah, della moglie e della figlia.

La pianta della moschea è a forma di T, insolita per il mondo persiano, ma che rivela una forte influenza ottomana. Lo spazio interno è organizzato intorno a una sala centrale quadrangolare cupolata ed è coperta da altre nove cupole; è inoltre dotata di tre mihrab e (originariamente) di due minbar. Agli angoli della struttura sono presenti quattro matronei. La moschea presenta un grande portale d’ingresso (iwan) con soprarco (pishtaq). A sud della sala di preghiera è situato un mausoleo cruciforme, originariamente separato da quest’ultima per mezzo di una porta in legno. L’edificio fu realizzato in mattoni cotti con un basamento in pietra e decorato con mattonelle policrome formanti dei mosaici. L’alabastro decorava le pareti inferiori del mausoleo e i tre mihrab, dando così l’effetto di una calda luce rossa, come descritto da Tavernier. La ricca decorazione policroma (turchese, blu cobalto, bianco, marrone, verde, giallo, nero, rosso e oro) è ingentilita da un complesso schema decorativo epigrafico, di cui rimane la firma del maestro Ne‘mat-Allah b. Mohammad al-Bawwab. Anche la grande cupola centrale era decorata con mattonelle esagonali rivestite d’oro e cobalto. Il ricco patrimonio ceramico della moschea, formante motivi iconografici arabeschi e geometrici, dimostra l’apporto specificatamente turcomanno che sintetizza le tradizioni artistiche di origine timuride.

La moschea ha ripreso le sue forme originarie solo a partire dal XX secolo grazie alle diverse campagne di restauro, la prima delle quali nel 1939. Nel 1950 sono state ricostruite le mura esterne, mentre nel 1965 il vestibolo è stato trasformato in una piccola moschea. Tra il 1973 e il 1979 l’architetto di Tabriz Reza Meʻmaran ha condotto la più importante opera di recupero dell’edificio: sono stati ricostruiti le cupole, la sala di preghiera, i matronei e il mausoleo. I restauri, interrotti durante la rivoluzione del 1979, sono ripresi nel 1998, quando il ministero della Cultura ha acquisito il sito e avviato un restauro filologico della decorazione ceramica. Grazie a questi lavori i contorni e la forma originale sono stati restituiti a noi: il restauro filologico ha permesso, inoltre, di conservare quell’elemento incancellabile della rovina polverosa, di cui l’etrusca Veio è testimone. Non erano che rovine, solo rovine, quelle che ispirarono tanta meraviglia in diversi visitatori a Tabriz e che il nostro Luigi Montabone, nel 1862, in piena epoca Qajar, al seguito della missione diplomatica italiana voluta da Camillo Benso di Cavour, pioneristicamente fotografò. Fino alle parole ammaliate di Ella Mailart (m. 1997) che di fronte agli smalti comparava il suo sentire a « quella sensazione particolare di quando si è innamorati e si crede di non aver mai capito, fino ad allora, lo splendore di un cielo a mezzanotte allorché le stelle, non una uguale all’altra, sfavillano con tale luminosità da sembrare venirci incontro. Quello straordinario mosaico fa sognare un angolo dove ogni stella sia un fiore colorato ». Ma una metafora abituale della poesia tradizionale non afferma forse come nelle rovine si trovino spesso occulti tesori? Il più celebre poeta mistico persiano, Jalal al-Din Rumi (m. 1273), cantava persino che « l’Uomo di Dio è, in diroccate rovine, tesoro». Possa lo stesso destino sfiorare chi ammira oggi questa moschea dai tanti nomi, non a caso con uno di essi definita come il Turchese dell’Islam (Firuze al-Islam).

 

Crediti immagine: Tabriz nel 1673, disegno di Jean Chardin, Journal du Voyage du Chevalier Chardin en Perse et aux Indes Orientales, par la Mer Noire et par la Colchide, Londra 1686

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