28 marzo 2017

La poesia vagabonda di Kadye Molodowsky

di Simone Zoppellaro

Poche lingue conoscono una storia ricca di fascino pari a quella yiddish. Con la sua storia millenaria, questa ha dato vita a una fioritura straordinaria di opere letterarie, un corpus la cui definitiva consacrazione si è avuta nel 1978 con l’assegnazione del Nobel a Isaac Bashevis Singer. Una lingua distintiva, che permise agli ebrei ashkenaziti dell’Europa centro-orientale di tramandare per secoli cultura e tradizioni, ma anche un frutto di molteplici innesti e contaminazioni con le realtà circostanti. Una pluralità e una ricchezza di prestiti – parallele all’apporto fornito dagli ebrei alla cultura europea, che hanno contribuito ad arricchire in modo determinante – rintracciabili sul corpo stesso della lingua. Scritta in caratteri ebraici, questa conosce apporti dall’ebraico, naturalmente, ma anche aramaici, slavi e romanzi, che si innestano su una base germanica associabile – raccontano i linguisti – a dialetti tedeschi d’epoca medievale. Una vera lingua europea, insomma, capace di oltrepassare i confini di nazioni e religioni e di farsi ponte fra gli uomini, mettendo in relazione Oriente e Occidente. Ma anche un idioma materno e familiare capace di rendere conto, da una prospettiva ebraica, del percorso di emancipazione della donna. Un carattere, questo, che emerge in modo lampante nella poesia e nel pensiero di Kadye Molodowsky (1894-1975), una delle voci più prolifiche e apprezzate di questa letteratura. Un’opera, quella della Molodowsky, resa da poco disponibile in italiano grazie all’ottima traduzione di Alessadra Cambatzu, giovane studiosa e traduttrice scomparsa prematuramente l’autunno scorso a Berlino, e di Sigrid Sohn, lettrice di lingua yiddish all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il libro “Sono una vagabonda”. Liriche scelte (ed. Free Ebrei, pp. 244, disponibile nelle versioni ebook e cartacea on demand) rappresenta una sintesi densa e significativa di una produzione che si svolge in un arco di cinquant’anni, dal primo dopoguerra sino agli anni Sessanta del Novecento, e si muove con sicurezza tanto fra i paesaggi urbani di New York, quanto in terra d’Israele e nelle realtà rurali dell’Europa dell’Est. Nata nello shtetl di Bereza Kartuska, in Bielorussia, la Molodowsky si batterà tutta la vita – come scrittrice, insegnante e attivista – per l’educazione e la salvaguardia del mondo ebraico dell’Europa orientale, di cui avrà in sorte di assistere, seppure da lontano, al rapido disfacimento ad opera della barbarie nazifascista. Un trauma, questo, che la porterà, negli anni della shoah, ad abbandonarsi a episodi di autolesionismo. Una ferita non più solo simbolica, quella della persecuzione, di cui troviamo traccia nella sua produzione poetica. Ma non c’è solo questo: la sua è anche e soprattutto una voce traboccante di vitalità, capace di rendere come poche la magia della vita rurale degli ebrei nel primo Novecento, con particolare attenzione alle donne e ai bambini. Una tessitura poetica capace di grande leggerezza, ma insieme di note tragiche e profonde; di coniugare un corposo realismo con le leggende ebraiche, come quella del Golem, o ancora con la tradizione biblica e religiosa, sempre presente sullo sfondo. Un volume tradotto in italiano con grande cura, che risulta godibile anche per un pubblico di non specialisti. Raccomandato tanto agli appassionati di poesia, che a tutti a coloro che si interessano della cultura ebraica nell’Europa orientale. Un mondo in larga parte scomparso che negli ultimi anni sta conoscendo un importante revival a livello internazionale, e portato alla ribalta in Italia anche dal teatro di Moni Ovadia.


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