19 maggio 2020

La provincia di Lagomarsini

 

«Per fare un fantasma occorrono una vita, un male, un luogo. Il luogo e il male devono segnare la vita, fino a renderla inimmaginabile senza di essi. Il luogo dev’essere circoscritto, con confini precisi; più che un luogo, una porzione chiusa di luogo: preferibilmente una casa».

Michele Mari, Fantasmagonia.

 

 

Vita di provincia

Il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini, Ai sopravvissuti spareremo ancora, racconta una provincia che ricorda senz’altro quella della sua infanzia (Carrara), ma è, in fondo, anche la provincia di molti (vissuta o abbandonata): tra uomini duri e generosi (come i cavatori delle cave di marmo), maschi dominanti («Il loro problema è che, sentendosi maschi-maschi, devono dimostrarlo in ogni azione, gesto, parola», p. 29) e donne dominate (come la madre di Marcello e del Salice).

 

Una provincia che è cura dell’ordinario («Le case sono tutte uguali: l’intonaco color pesca, la siepe di pitosfori, il ghiaino bianco, omogeneo, abbacinante», p. 8) e serate tutt’altro che straordinarie: per molti familiari, per altri mai conosciute, serate come quelle passate in compagnia dei racconti del Tordo e i ricordi della nonna, che spaccano in due la stessa realtà («Vorrei prendere la parola e dire che i mondi che mi raccontano – stessa epoca, stessa piccola cittadina, stessi personaggi – sono tra loro incongrui: una specie di Sodoma il mondo del Tordo. Un mondo arcaico, tradizional-patriarcale, quello che ci dipinge nonna», p. 127).

 

 

Italiano e medio.

Una provincia di molti, ma la storia di nessuno: la storia di un fratello figlio unico e senza nome (conosciuto solo come il Salice, soprannome che gli dà suo fratello Marcello). Storia ritrovata nei quaderni-romanzo di Marcello, ma nessuna dolce vita (i nomi ci accendono spesso delle spie, ma non sempre portano da qualche parte) e neanche una vita agra, anche se pronta a esplodere («Presi da soli, sono tutti ingredienti innocui, vagamente pittoreschi.

 

Insieme hanno creato una miscela di cui nessuno poteva sospettare il potenziale esplosivo»), vita forse un po’ bassa, però (se è vero che gli anni sono proprio quelli di quella moda lì e delle canzoni dei Marlene Kuntz con le vocali alterate): è una vita seria, quella della provincia, concreta, ma quasi mai seriosa, molto spesso seriale, è una vita media, molto italiana, che da un lato ci fa storcere il naso, per tanti, ovvi motivi, molti dei quali sono quelli raccontati spietatamente dalla voce di Marcello (restituita dalla sua «grafia piccola e nervosa», p. 10), dall’altro ci ricorda che, come scriveva Soldati: «Se la vecchiaia consiste, talvolta, nel timore della vecchiaia, il provincialismo consiste quasi sempre nel timore del provincialismo e in una spasmodica cura di evitarlo», perché in quel mondo, nei suoi tanti difetti, qualche lezione per il mondo d’oggi – che in questo periodo più che mai ci urla che dovremo ripartire diversamente – forse esiste, senza dividerci tra tifosi di questa o quella fazione, ovviamente («bisogna sempre essere superiori all'ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori.

 

Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette!», scriveva Antonio Gramsci al fratello). Marcello lo sa e non piagnucola (lo fa, invece, ogni tanto il fratello – Salice, appunto – quando cede alle emozioni), anche se non ha avuto modo di scegliersi il suo posto nel mondo e vive quello imposto dalla sua vita, con fermezza e sensibilità, spietato e ironico, gustoso per il lettore («da almeno due anni ho deciso di essere diverso nel modo più radicale possibile, e fin dall’epidermide. Esibisco il mio pallore come una rivendicazione ideologica o religiosa che lui, membro di una setta ostile, deve giudicare incomprensibile. Anzi: blasfema», p. 43).

 

 

Le case delle madri

La storia è quella di un ritorno nella casa paterna (materna, in realtà, perché il padre era già lontano: («Quando c’era il babbo, le estati erano diverse, mi sembrava che ci fosse più ordine, che ci fosse un nesso tra le cose», p. 127) per liberarla dagli ultimi ricordi e venderla: i fantasmi della casa sono tutti racchiusi nella scrittura di Marcello, fantasmi che si fanno corpo, una volta che ritrovano la casa spogliata («l’ombra che sopravvive sulla parete – questa sindone di intonaco che non avevo notato quando la stanza era arredata – è la sagoma tracciata da un corpo esasperato dal caldo; un corpo sudato che nelle notti d’estate cercava refrigerio appiattendosi contro il muro», p. 56).

 

Una ricognizione del dolore iniziata svogliatamente, poi vissuta come un’epifania («Perché finalmente mi rendo conto che dopo quindici anni mi è appena stata concessa l’occasione di ascoltare mio fratello come non lo avevo mai fatto», p. 12): stazione necessaria («Insieme alla voglia di andarmene sento il doloroso obbligo di rimanere», p. 56) e rito di liberazione per sé, per la casa e i fantasmi che la abitano ancora.

 

Impossibile, invece, abitare in quella nuova (nella provincia che non è più umanità corale anche se stonata, ma periferia anonima), con la madre e il compagno di lei («La verità è che non sopporto l’idea che casa mia sia questo posto», p. 51), arrendersi a quella realtà, anche solo per qualche giorno («Abita in un condominio, celletta tra le celletti d’api, le scale che sanno di sugo e disinfettante al limone, l’ascensore corroso dal fumo, i TG1 che parlottano all’unisono dietro i portoncini blindati», p. 50): case che sembrano alveari (che poi è il titolo di una canzone recente di Diodato che canta un’altra provincia, ma tutto il mondo è provincia, a volte) e un po’ prigioni (dei nostri luoghi comuni, blocchi giustapposti).

 

 

Pulito.

L’equilibrio della giustapposizione funziona bene, invece, nella prosa di Lagomarsini: un accumulo intelligente di piccole scene che non stupiscono con effetti speciali, ma raccontano con normalità e creano uno stile limpido, pulito, breve, tagliente. Del resto, le parole l’autore le conosce per professione e, quindi, sa che a volte non bastano («Dico qualche parola di circostanza, sconcertato dalle banalità che mi colano dalla bocca», p. 55); altre ancora non si risparmiano («Nella narrazione la parola non deve mai permettersi di tacere ciò che appartiene alla natura», p. 64); molte volte sono colpevoli («Colpa del linguaggio, quasi sempre», p. 71); altre ci stupiscono («Nell’uso, il dialetto è limitato a qualche espressione colorita, ai proverbi, le bestemmie, gli insulti idiomatici. Non credevo che si potesse usare anche per dire ti amo», p. 84); qualche volta sono terapeutiche («Ho ripetuto una, due, cinque, dieci, venti volte. Quaranta, sessanta, cento. Ho scarnificato una frase dopo l’altra, ho annullato la sintassi, spezzettato i sintagmi, scomposto le sillabe, disossato i fonemi. Ho ridotto il rifiuto a lallazione, il dolore a esercizio spirituale. Arrivata la sera, mi sento guarito», p. 112). Parole usate bene che respirano e mantengono un’anima, ancorate anche nelle radici: non importa se per mimetismo o anche per nostalgia («Si volta verso nonna, che fa larghi gesti per richiamarlo, batte un palmo sulla panca come si fa con i bambini o con i gatti per dire: vieni a fare cecce qui», p. 133).

 

Ai sopravvissuti spareremo ancora, Fazi Editore, 2020, pp. 207.

 

 

Immagine: Parcheggio di biciclette. Crediti: Zephyrka attaverso Pixabay
 

 


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