24 maggio 2020

La responsabilità di fare libri per bambini. Intervista a Fausta Orecchio

 

Intervista a Fausta Orecchio

Prima di essere una delle più amate realtà editoriali per bambini e ragazzi, Orecchio acerbo era uno studio grafico. «Lavoravamo molto nel campo editoriale», ci racconta Fausta Orecchio, «avevamo degli interlocutori che erano per noi una fonte di ricchezza continua». A un certo punto, però, i rapporti cominciarono a chiudersi, soprattutto a causa dell’ingresso degli uffici marketing all’interno delle case editrici. «Una volta, di una copertina che avevamo fatto, l’editore ci disse: troppo bella, non funziona per il mercato».

Allora hanno voluto provare loro a immaginare i libri, le copertine, la carta. «Abbiamo cominciato con un libro soltanto. All’inizio non era così importante per noi la letteratura per bambini; era più importante continuare a fare il nostro lavoro come volevamo farlo. Però molto rapidamente ci siamo resi conto delle responsabilità che ti assumi nel fare dei libri per i più piccoli. Ed è così che la nostra attenzione s’è molto concentrata sul mondo dell’infanzia». Orecchio Acerbo è nata nel 2001; da diciannove anni Fausta Orecchio ne è editore e direttore editoriale.

 

Sul vostro sito, nel divertente “bugiardino” che racconta chi siete, che libri fate, alla voce Categoria c’è scritto: «Libri per ragazzi che non recano danno agli adulti / libri per adulti che non recano danno ai ragazzi». C’è differenza tra la letteratura per gli adulti e quella per i più piccoli?

Se si parla di bambini molto piccoli, credo di sì. Ma da una certa età in poi, questa differenza non ha più molto senso. La nostra è stata, fin dall’inizio, un’idea di condivisione, tra adulti e bambini, per avvicinare questi due pianeti così diversi. Vediamo la lettura come uno scambio, un ponte.

 

In questo scambio, in che modo interagiscono le illustrazioni dei vostri libri?

Noi facciamo soltanto libri illustrati, tutti i nostri libri, nessuno escluso, hanno immagini, e sono immagini che raccontano tanto quanto il testo. Di nuovo ci troviamo di fronte a due mondi, il mondo delle immagini e il mondo delle parole, e lì si situa il lavoro del grafico, che prova a far dialogare nel migliore dei modi le due realtà. A questo facciamo davvero molta attenzione. Le immagini leggono tra le righe del testo, aggiungono sempre qualcosa alla narrazione.

 

Una domanda che tengo molto a farle: chi legge da piccolo, sarà un adulto migliore?

Chi è lettore, chi è diventato lettore, non lo è perché ha letto dei libri fin da quando era molto piccolo. Lo è perché a un certo punto della sua vita ha fatto una scoperta che lo ha cambiato, grazie a un libro che gli è capitato tra le mani: è una fortuna enorme. E chi non ha questa fortuna, è un po’ come se gli mancasse un braccio. È una fortuna e una fatica. Perché leggere è anche una fatica, un allenamento. Però è un modo di immaginare i pensieri degli altri, di esplorare universi. Scoprire la bellezza, attraverso i libri, secondo me è davvero importante. Questo sì, per diventare civili. Perché scoprire la bellezza ‒ questo è bello, questo non lo è ‒ significa avere la possibilità di spegnere quello che non lo è. Se non si ha questa possibilità, probabilmente ci si rassegna più facilmente.

 

Abbiamo accennato prima all’importanza delle illustrazioni, che di continuo dialogano con il testo. Sarebbe possibile trasferire tutto ciò su un e-book?

No, credo che nel nostro caso non abbia alcun senso. Abbiamo sempre lavorato sul libro come oggetto, come oggetto da tenere tra le mani: sentire il profumo della carta, guardare i colori. Ha senso, forse, pensare delle presentazioni dei libri ‒ approfondite; non veloci, di appena cinque minuti ‒ per mezzo del web. Ho visto delle cose molto interessanti, fatte attraverso queste nuove piattaforme. E penso che possano essere utili; poi, per me, è importante il rapporto che si crea direttamente in libreria, tra il libraio e i lettori, piccoli e grandi. È essenziale tenere i libri in mano. Per quanto riguarda i libri digitali: non credo che per noi ci sia un futuro in questo senso. Non ci interesserebbe, ecco.

 

In che modo vi approcciate, allora, alla realtà virtuale? Negli ultimi mesi avete tenuto sulla vostra pagina Facebook una sorta di diario, “Leggere e riflettere ai tempi del Coronavirus”. Il web è una possibilità per reagire alla crisi?

Questo uso della pagina Facebook è assolutamente temporaneo, un modo per creare una relazione con chi ci segue, per offrire qualcosa ai bambini. È stata un’occasione per continuare a far vivere i nostri libri in un altro modo, al di fuori della libreria. Per il resto stiamo reagendo, come molti. Stiamo resistendo. Siamo abituati a resistere, devo dire. Ci pensavo in questi giorni: Fausta, non farti atterrare, quante volte è capitato di cadere per poi rendersi conto che si è in grado di rialzarsi? A noi è capitato tante volte. Questa è l’unica cosa che possiamo fare, resistere il più possibile.

 

Ora che le librerie sono state riaperte, come si riparte? Cambierà il modo di fare editoria?

In questi giorni ce lo chiediamo spesso. E ci ripetiamo che dopo questa crisi bisognerà fare ancora più attenzione di prima ai libri che si pubblicano. Fare libri ancora più belli, ancora più pensati, farne di meno, ma farne meglio. Noi abbiamo resistito in tante situazioni, puntando sempre sulla qualità di quello che facevamo. Credo che sia questa la nostra possibilità di sopravvivenza.

 

In libreria sono già arrivati i vostri nuovi libri?

Siamo ritornati in libreria il 21 maggio. Erano libri che dovevano uscire prima del lockdown, sono semplicemente slittati in avanti. Tra questi c’è Aspettando Walt, un volume molto carino, soprattutto perché in questo periodo non abbiamo fatto altro che aspettare. La storia è questa: due bambini, che sono chiusi in casa, stanno aspettando che arrivi il loro amico immaginario. Loro lo sanno che quando arriva, ci si diverte moltissimo: succedono cose meravigliose quando c’è Walt. Solo che Walt non arriva e nel frattempo, immaginando come sarebbe stato bello stare con lui, costruiscono un mondo fantastico. Sembra strano perché era un libro già programmato ... Noi programmiamo i libri con almeno un anno di anticipo, perché c’è una lavorazione molto lunga. In realtà gli ultimi libri che sono usciti sono I raffreddori e Non-Stop, in cui si parla di una post-apocalisse. È come se uno l’avesse saputo, e invece ovviamente non è così.

 

Un’ultima curiosità. Vi siete posti il problema di come racconterete ai bambini un’emergenza così complessa e difficile come il Coronavirus?

I più piccoli le capiscono istintivamente, le emergenze, anche meglio di noi. Si creano delle risorse e sono in grado di mettere in atto delle strategie molto più rapidamente di quanto sanno fare gli adulti. Forse più che raccontare a loro l’emergenza, bisognerebbe farsela raccontare da loro. Sarebbe sicuramente più interessante, potremmo imparare noi qualcosa.

 

Crediti immagine: Africa Studio / Shutterstock

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