03 febbraio 2015

La saga Lehman secondo Ronconi

Fare soldi per comprare soldi per vendere soldi: questa è stata la geniale intuizione dei fratelli Lehman, che per primi si sono inventati il mestiere del mediatore, ovvero non possedere nulla, ma comprare di qua per rivendere di là, prima i vestiti, poi il cotone, poi gli attrezzi per la piantagione, poi la ferrovia, poi il carbone, poi il caffè, poi il denaro, poi le azioni, poi i titoli. Titoli appunto, come a teatro o in una qualsiasi fiction: vuoti borborigmi in «banca, che è un tempio di parole», grida in borsa, sussurri telefonici tra agenti di Wall Street.

È proprio sul filo di queste “parole parole parole” che gioca lo straordinario spettacolo di Luca Ronconi, maestro d’equilibrismo come uno dei personaggi in commedia: Lehman Trilogy, maestosa opera di Stefano Massini, di cui si era già scritto un anno fa, all’uscita del libro Einaudi, ha da poco debuttato al Piccolo Teatro Grassi di Milano e sarà in scena fino al 15 marzo, fruibile in un’unica recita di cinque ore e mezza, oppure in due distinte serate – ed è una fatica, anche fisica, che vale la pena sopportare, un inno all’inattualità nietzschiana del teatro al tempo di Twitter…  Titoli, si diceva: delle insegne del primo negozio di Henry, il patriarca della dinastia più tracotante e tracollante d’America, un askenazita di Germania, emigrato negli States a cercare fortuna; oppure, il titolo del primo emporio di famiglia, gestito insieme coi fratelli Emanuel e Mayer, sbarcati anch’essi in Alabama; il titolo dell’azienda di compravendite, della prima Bank, della prima Corporation finanziaria… Titoli rigorosamente scritti in stampatello, spesso maiuscolo, come gli appunti sul taccuino dello spietato Philip, figlio di Emanuel, che calcola e annota tutto, compresa la lista delle mogli papabili: questi cartelli sono tra i pochi segni e ingombri scenografici, lettere e lemmi che scolpiscono lo spazio in verticale e orizzontale, tavolette della legge del danaro che, di generazione in generazione, soppianta quella ebraica. Per contro, le uniche parole in corsivo sono quelle impalpabili e luminose proiettate sulle quinte: scritte in ebraico, yiddish o, più raramente, inglese, che scandiscono le scene in base a riti, celebrazioni e festività religiose (non solo Shivà o Bar-Mitzvah, ma anche le liturgie pagane del Twist e dello Squash). La lingua non è solo alfabetica, c’è pure il linguaggio matematico dei computer, i numeri di tempo e denaro. L’orologio, però, benché continui a girare sul fondo del palco, segna sempre la stessa ora: le 7.25 del mattino, momento in cui il capostipite è sbarcato sulla costa atlantica dopo un mese e mezzo di navigazione. Anno 1844, giorno 11 settembre: una tragedia annunciata; il resto della storia è noto, e forse poco interessante. Ad autore e regista non importa, infatti, tracciare un’archeologia delle colpe, stigmatizzare gli speculatori, esibire consolanti psicologismi né affabulare conflitti generazionali: ci sono i padri, i figli e i nipoti, ma ciascuno balla da solo, recitando ora in prima persona ora in terza, ciascuno segue i propri dei e miti, ciascuno sceglie se rispettare Shabbat o la New York che non dorme mai; soltanto, col passare degli anni, le barbe si accorciano anziché crescere. Davvero strepitoso l’ensemble degli interpreti: Massimo De Francovich, un Henry mite ma volitivo, un Signore seducente; Fabrizio Gifuni, un Emanuel febbrile e carnale; Massimo Popolizio, incredibile, un Mayer sottile e autoironico, nonostante fosse soprannominato «Bulbe», patata; Paolo Pierobon, il chirurgico Philip, livido, di una precisione crudele e commovente determinazione; Roberto Zibetti, alias Herbert, figlio di Mayer, cocciuto e sornione (infatti, si butta in politica e diventa persino governatore); Fausto Cabra, nei panni dell’ultimo rampollo Robert, infantile e problematico; Francesca Ciocchetti, che recita tutte le “mogli di”, con grazia e spassosissima malizia; e ancora, i bravi Martin Ilunga Chishimba/ Testatonda Deggoo, Fabrizio Falco/Solomon Paprinskij, Laila Maria Fernandez/Signora Goldman, Raffaele Esposito/Pete Peterson, Denis Fasolo/Lewis Glucksman. Questi ultimi sono i terribili lupi che faranno a pezzi la società, gettandola tra i rifiuti dei titoli spazzatura: come gli altri, indossano tute da lavoro sotto camicia e cravatta ma, a differenza dei Lehman, hanno abiti di plastica, non di cotone come gli ex commercianti dell’Alabama. Sono mostri, popolano gli incubi di tutta la famiglia e cannibalizzano pian piano le vite degli altri, fino a far precipitare nel sonno angoscioso l’intera messinscena. Contemporaneamente, il sogno di immortalità di Robert fa collassare la realtà in una dimensione onirica, in un aldilà spettrale: non a caso, le anime dei defunti erano già tornate in scena come un coro tragico, come fantasmi di padri mai morti ma obliati. Il taglio del cordone ombelicale, la cauterizzazione delle radici sono il tema portante della pièce, nonostante il tempo sia fermo, i costumi (di Gianluca Sbicca) tutti uguali, le scenografie (di Marco Rossi) in bianco e nero e grigio, le luci (di A.J.Weissbard) fredde e abbacinanti. Gli unici colori sono quelli indossati dal funambolo che si esibisce fuori da Wall Street, oppure i lampi cromatici sparati in scena in concomitanza di ogni suicidio in borsa dopo il tracollo del ’29. Ma fu solo uno dei tanti default della Lehman Brothers, sopravvissuta persino alla guerra di secessione e ai conflitti mondiali. Poi, come un titano stracco, nel 2008, si arrese al «Crepuscolo dei divini indici»: la notizia fece il giro del mondo, arrivò persino in paradiso. Il Signor Henry fu il primo a saperlo: alzò la cornetta e constatò il decesso.


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