30 giugno 2016

La solitudine di Mrs Bridge

Quando, nel 1990, uscì il film di James Ivory, Mr & Mrs Bridge, interpretato da Joanne Woodward e Paul Newman, Evan S. Connell viveva nella sua vecchia casa di San Francisco in Polk Street, ormai dimenticato. Nel 1959 Connell aveva pubblicato con successo Mrs Bridge, e dieci anni più tardi era uscito il libro gemello, Mr Bridge. Ma è solo alla fine della sua vita che questo raffinato autore ottiene il successo meritato: nel 2009 viene nominato al Man Booker International Prize e nel 2010 vince il Los Angeles Times Book Prize. È un modello a cui si ispirano Jonathan Franzen e Zadie Smith; viene paragonato a Yates, Cheever, Roth, Updike; ovunque viene citato e riletto. E in Italia, dopo una prima pubblicazione per i tipi di E/O negli anni Novanta, è uscita in questi mesi per Einaudi una nuova edizione di Mrs Bridge , splendidamente tradotta da Giulia Boringhieri.

 

Lo stile della vita borghese Una ricca famiglia di Kansas City. Un marito avvocato, tre figli. Una moglie, una madre: Mrs Bridge. Un benessere e una normalità senza increspature. Insomma, nulla di particolare nelle premesse. Eppure Evan Connell seduce il lettore fin dalle prime pagine. Lo seduce con l’abilità del grande narratore che, appena trentenne quando scrisse il libro, riesce a ritrarre l’esistenza alienata di una donna, una casalinga americana, dagli anni Venti fino alla Seconda guerra mondiale, con la precisione millimetrica e la sensibilità di un sismografo, pronto a cogliere ogni minimo sussulto in un’esistenza sempre uguale a sé stessa. Lo seduce perché, coerente alla vita borghese da lui tratteggiata, nulla è mai esplicito: la scelta stilistica, piena di assenze ed ellissi, è consustanziale alla materia trattata. Quando si legge Mrs Bridge, si legge una tragedia che non è mai tragica, perché il conflitto non esiste. O meglio, esiste, ma si gioca su un altro piano, nei punti di frizione sotterranei, non dichiarati, se non addirittura insospettabili - per questo, tanto tenaci da durare fino alla fine. La vita di India Bridge assomiglia alla vita della maggior parte delle persone. Si basa sul non detto, sull’incapacità (o sulla paura) di avere una visione a tutto campo. E infatti il romanzo, diviso in 117 piccoli paragrafi, racconta una vita spezzettata, fatta di istantanee che lo sguardo della protagonista non riesce a tenere insieme. 

 

Senza pensieri Ci sono molte cose che Mrs Bridge fa (marmellate, beneficenza, ricevimenti, viaggi…): tutte rispondono a comportamenti precisi accompagnati da frasi rituali. Quando ha ospiti, suona il campanello per chiamare la cameriera nella stanza di fianco, perché è quello che ci si aspetta da lei; è solita giudicare una persona dalle scarpe e da come siede a tavola; ci tiene a specificare che la domestica è una “donna” delle pulizie, non certo una “signora”. Quando parla, si affida a schemi di conversazione, si abbandona alla prosodia della chiacchiera mondana, senza sagacia, senza spirito critico, facendo spesso la figura della stupida. Sembra che sia lì solo per stare dentro ai codici della vita borghese, per ridurre il linguaggio alla pura funzione fatica. Mrs Bridge non pensa mai. L’autore non dà quasi conto della sua vita interiore, né del suo passato - fatta eccezione per la vicenda del nome di battesimo che non a caso apre il romanzo: “Si chiamava India, un nome a cui non riuscì mai ad abituarsi. Aveva il sospetto che i suoi genitori, nel darglielo, avessero avuto in mente un’altra persona. O forse avevano sperato di avere una figlia diversa. Da bambina era stata sul punto di indagare, ma il tempo era passato e non l’aveva mai fatto.” Sarà così fino alla fine, India Bridge: qualcuno che non sa esattamente chi è né si sforza di scoprirlo. Qualcuno di esotico – come suggerirebbe il nome – soprattutto per sé stessa. Noi non possiamo che leggere, capire prima di lei la sua solitudine, e anche se la tentazione è quella di urlare, di scuotere la protagonista, non possiamo che amarla riga dopo riga.

 

La loquacità degli oggetti Insieme a lei, a Mr Bridge, ai figli Carolyn, Ruth e Douglas, protagonisti di questo romanzo sono i molti oggetti che corredano la loro esistenza. Connell è abilissimo a lavorare sulla rifrangenza delle immagini: le cose sono lì per quello che sono, ma dicono immancabilmente altro. La loro loquacità è commovente. In un angolo della stanza c’è un manichino che riproduce la sagoma del corpo di Mrs Bridge, è uguale a lei, la duplica silenziosamente. Gli asciugamani per gli ospiti non mancano mai, sono belli e preziosi, ma non vanno mai usati, la vita non deve toccarli in nessun modo. In giardino compare una torre: il figlio Douglas, come un Kiefer improvvisato, impila rifiuti compulsivamente. Per lei è solo il segno di una vocazione architettonica, non ci vede altro significato. Ci sono i dischi di un corso di spagnolo, un kit da pittore, dei libri di politica nella vita di Mrs Bridge: vengono usati con reticenza, con nessuna costanza; piccoli accenni di fuga dal tempo, dalle giornate sempre tutte uguali. Ci sono i guanti che le signore come lei indossano mentre distribuiscono igienicamente i vestiti usati ai bisognosi. Le fodere delle valigie, per non rovinarle, mantenerle intatte. C’è una pendola che non sembra mai battere l’ora. A casa di sua figlia Mrs Bridge vede un chiodo a cui non è appeso niente, la cosa la turba ma non sa perché. Dopo una rapina avvenuta durante un ricevimento, esce un articolo sul giornale che lei legge piena di perplessità: “Mrs Bridge fu sorpresa di scoprire che Stuart Montgomery aveva in tasca solo due dollari e quattordici centesimi, e che l’anello di Mrs Johnson era uno zircone.”

 

La solitudine di Mrs Bridge A Mrs Bridge sfugge da sotto il naso la realtà. India scivola sulla superficie con candore. Non si accorge nemmeno di essere infelice: è solo pungolata dall’inquietudine e dalla noia, che si placano con le incombenze domestiche. L’autore non la giudica - né mai la descrive -, ma la sfiora con le parole, la accerchia con dettagli calibratissimi come per abbracciarla, per trovare un contatto che lei comunque non sentirebbe. Gli oggetti disseminati per tutto il libro sono l’orografia di un deserto: Mrs Bridge è sola, non ha un rapporto vero con sé stessa, con nessuno dei figli, neanche con il marito che morirà stroncato da un problema cardiaco di cui non aveva mai parlato con la moglie. L’amica Grace si è suicidata e nei ricordi di Mrs Bridge risuona una frase di cui le sfugge ancora il significato: “Non ti senti mai come i personaggi di quella fiaba dei fratelli Grimm, sai, quelli tutti vuoti detro?” le chiedeva spesso Grace Barron. Nell’ultimo paragrafo Mrs Bridge, ormai vedova, prende la macchina per andare in centro. In un garage tenta una manovra, ma l’automobile rimane incastrata tra due pilastri. Per attirare l’attenzione si mette a picchiettare sul finestrino, alza la voce per farsi sentire: “C’è qualcuno là fuori?”.

 


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