11 aprile 2018

La street art di Jorit

Intervista a Jorit

Le sue parole sono colme di parole; tante, tantissime parole per spiegare l’arte che produce. Si racconta senza blindarsi nell’Io autocelebrante, ma restando a galla sul solido criterio del Noi. Perché Jorit – astro nascente che occupa ormai un posto di gran risalto nel firmamento della street art mondiale – sguscia via da se stesso per dirottare l’attenzione dell’interlocutore, sempre un po’ curioso di scoprire qualcosa di intimo della persona che ha di fronte, esclusivamente su quelle immagini che si susseguono ininterrottamente, una dopo l’altra, su tele e facciate metropolitane. Un’arte scevra da colpi di scena e trovate a effetto, che non inciampa nella canonicità del decorativismo, ma sulle espressioni umane, mastodontiche, imponenti e ingioiellate da occhi che brillano e finiscono per inchiodare sia lo sguardo dell’osservatore attento che quello del passante più distratto. 

 

Chi è Jorit?

Jorit è un’officina creativa. Viene spesso erroneamente identificato come un singolo individuo, ma altro non è che l’attività di un collettivo artistico attivo a Napoli dal 2007. 

 

Partiamo da più lontano. Da dove viene fuori Jorit? 

Jorit è nato con le tags, i letters e i bombing, che sono i punti cardini del graffitismo. Jorit è una realtà incline a quella dei ragazzi delle periferie che – un po’ per noia e un po’ per esigenza di esprimersi – iniziano a lasciare sui muri il loro nome, che può essere di un singolo o di una crew (un gruppo d’azione). Jorit viene da quel mondo.

 

Inizia tutto da Napoli, dove a far clamore sono stati prima il San Gennaro dipinto sul muro di una palazzina popolare a Forcella, e oggi il Maradona che governa San Giovanni a Teduccio

Gennaro ha il voto di un lavoratore. Abbiamo adottato il modus operandi di Caravaggio che santificava e rendeva eterne le espressioni del popolo. Diego, oltre a essere una delle opere pittoriche più grandi d’Europa, è un omaggio alla persona più che al campione che – nonostante le origini umili – è riuscito a diventare il più grande calciatore di tutti i tempi. Oltretutto, dettaglio non trascurabile, continua a difendere gli interessi dei ceti più deboli. 

 

Sul palazzo adiacente a quello che ospita il volto di Maradona, vi è un’altra opera di Jorit che proprio in questi giorni ha avuto un grande risalto mediatico 

Sì, Niccolò. Un bambino autistico. Osservandolo si potrebbe provare una sensazione di totale chiusura: gli occhi sono bassi e lo sguardo è sfuggente, ma se si trascorre un po’ di tempo insieme a una persona affetta da questa patologia si tocca con mano un mondo in cui il senso delle cose viene stravolto, perché la necessità di affetto e di cure trasmettono una serie di sensazioni forti che fanno riflettere su quel che è davvero importante nella vita.

 

Ovvero?

Donare secondo le proprie capacità e ricevere secondo le proprie necessità.

Un Paese progredito non può omettere questo aspetto, e dovrebbe sempre e comunque operare e agire per prendersi cura di ogni singolo individuo in difficoltà. 

 

La domanda però resta: perché Jorit ha scelto proprio i volti? 

La nostra ricerca si concentra proprio sulle emozioni che trasmettono i volti. Lo sguardo è spesso l’essenza più autentica dell’essere umano. La scienza moderna, inoltre, ha ormai abbondantemente dimostrato come la struttura psichica dell’uomo sia in stretta relazione con la fisionomia del volto. 

 

Ci sono esponenti della street art che non hanno nulla a che fare con gli altri esponenti della street art

La street art potrebbe avere una forza enorme, ma è sempre più arenata nel semplice decorativismo. Banksy, per esempio, è considerato lo street artist più influente del mondo; non a caso preferisce considerarsi un graffiti artist, perché col suo gesto pittorico – considerato un rivoluzionario strumento di lotta – va decisamente oltre. Buona parte di chi si identifica con orgoglio in questo fenomeno ha ben poco da raccontare. Anche Kobra, giusto per citare un altro grande esponente del movimento, fugge da ogni logica che la tendenza al decorativismo impone e da tutte quelle retoriche di purezza stilistica che nascondono soltanto la cinica corsa al profitto. A nulla servono le opere faraoniche su superfici immense o i festival per gli street artist se poi i contenuti sconfinano nella più assurda banalità. È come se l’esperienza del muralismo di inizio Novecento non avesse più senso. Per fortuna, però, qualcuno ha deciso di resistere e non piegarsi al compromesso. 

 

È davvero importante considerare poetica la street art?

Soltanto in pochissimi casi.

 

Si dice anche che la street art abbia un elevato potere narrativo

Molte opere di street art esprimono effettivamente un concetto, raccontano una storia. Ok, è più semplice farlo, ma bisognerebbe assumere una posizione netta sulle storie che si sceglie raccontare. Magari schierarsi proprio come facevano i muralisti messicani. 

 

Nei contesti di periferia la street art è schierata?

Soltanto quando un’incursione d’arte diventa un intervento che apre il tessuto sociale del luogo. L’opera diventa così collettiva, e viene condivisa e apprezzata dagli abitati del quartiere in cui campeggia. Però, va detto, sempre più spesso i finanziatori della street art si comportano come dei pubblicitari, e non permettono all’artista alcuno spazio di manovra. Questo sta portando alla disumanizzazione ulteriore di questo movimento, ormai sempre più schiavo del decorativismo tecnico. 

 

E invece, qual è l’essenza dell’arte di Jorit? 

Il messaggio, che è un modo per farsi sentire e per esprimere un disappunto. La società è sempre più strutturata su concetti filosofici inumani. 

Quando si tornerà a guardare i volti, ad ascoltare e a cercare di capire da dove ripartire, allora qualcosa cambierà in positivo. L’arte, che ha la sua prima espressione nei graffiti, ha sempre rappresentato la realtà per capirla, per interpretarla e per immaginarla in maniera diversa.

 

È come una missione?

Sì, esattamente. 

 

E se Jorit potesse oltrepassare un limite invalicabile?

Sarebbe importante che ci fossero delle opere nei luoghi istituzionali. Un bel murale potrebbe sensibilizzare e magari contribuire a riaccendere un faro sui valori della comunità, della solidarietà, della fratellanza e del progresso.

 

Il cambiamento passa anche attraverso l’arte. Non è un’utopia 

Il progresso non può essere fermato. Lo sviluppo della coscienza umana è una forza inarrestabile. Ma non bisogna pensare che il cambiamento possa avvenire in maniera automatica e graduale. Non parlo di violenza, ma di prontezza repentina e di eroi rivoluzionari che sappiano operare in ogni contesto, con il loro intuito creativo, affinché qualcosa si stravolga in meglio. Soltanto con un tocco di sana irriverenza si darà al futuro la dignità che gli spetta di diritto.

Jorit, San Gennaro (Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International. Autore: Silviasca. Attraverso Wikimedia Commons)


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