14 dicembre 2016

La transizione ecologica di Gaël Giraud

di Grazia Lissi

Sono passati otto anni dalla più grande crisi finanziaria di tutti i tempi, quella del 2008. Eppure l’economia globale sta ancora cercando una reale via d’uscita. Gaël Giraud, autore di “Transizione ecologica” (emi) lancia accuse al sistema finanziario e alle misure d’austerità di bilancio imposte da Bruxelles, Berlino e sostenute da Parigi: «Sono misure controproducenti in quanto distolgono l’attenzione dal vero problema europeo: l’eccesso di indebitamento privato e la deregolamentazione finanziaria». L’economista francese e gesuita conosce perfettamente il mondo della finanza e delle banche dove aveva iniziato una brillante carriera, poi abbandonata. Attualmente è chef economiste all’Agence Française du Dévoloppement, Direttore di ricerche al Cnrs-Centre national de la recherche scientifique, fa parte del Centro di Economia della Sorbona. «Se noi crediamo che l’Homo sapiens europeo valga più dell’Homo oeconomicus dei mercati finanziari, allora vale la pena di impegnarsi nel cammino della transizione ecologica». Vincitore Premio Biella Letteratura e Industria miglior opera straniera, vincitore Prix Lyceén.

 

Il prezzo del petrolio è calato, ma ora risale. Questo non ha portato a una maggiore sobrietà; quando il petrolio costa meno si esagera nell’utilizzarlo: nessuno rinuncia a prendere aerei, a riscaldare eccessivamente le case, le industrie continuano ad utilizzarlo per la produzione. Il suo prezzo è sceso per un gioco politico fra Arabia Saudita, Iran e alcune banche americane, fra cui Goldman Sachs, Merryl Lynch, che dominano il mercato dei derivati finanziari del petrolio. Oggi sarebbe il momento giusto per aumentare le imposte sui prodotti petroliferi e stimolare un comportamento consapevole da parte dei consumatori. Quest’anno negli Stati Uniti sono stati chiusi molti siti di fracking, decine di miliardi di euro di investimenti sono stati rimandati a non si sa quando, nei prossimi dieci anni l’offerta del petrolio sarà più bassa del previsto e nessuno è preparato ad affrontare una tale situazione.

 

Perché, secondo lei, i governi continuano a ignorare i segni che il pianeta sta dando? Molti paesi non sanno cosa fare: quelli del Nord non vogliono sacrificare il partito della prosperità, quelli del Sud temono che si arresti la loro crescita. Nessun politico metterà mai nei suoi programmi la transizione ecologica, eppure è l’unica soluzione ai problemi. Se non la mettiamo in atto andremo incontro a disastri, se lo faremo scopriremo un nuovo benessere, diverso da quello vissuto finora con la rivoluzione industriale.

 

Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Se l’aspettava? Non mi ha stupito la sua vittoria. La deflazione provoca disperazione nelle classi medie impoverite. Lo stesso fenomeno si verificò in Germania fra il 1930-33 e portò all’ascesa di Hitler. I ceti medi e le categorie popolari soffrono da più di vent’anni e nessun partito si rivolge loro. In Francia, come del resto in Italia, i politici parlano solo ai cittadini più istruiti e agiati. E gli altri? La precarietà porta a disaffezionarsi alla politica, i partiti tradizionalmente contestatari dell’economia neo-liberale sono diventati gli stessi che l’hanno resa possibile. Chi si sente escluso dai giochi non si riconosce in loro e non li vota più, scegliendo Marie Le Pen, Salvini, Farage.

 

Cosa pensa oggi dell’Europa? Era una magnifica idea politica, ma fra gli anni Settanta e Ottanta, anche per l’azione di alcuni socialisti francesi, si è trasformata in un progetto finanziario favorevole alle banche e non all’economia reale. Oggi l’eurozona è divisa fra il Nord, sempre più industrializzato, e il Sud, che lo è sempre di meno. Tutti i capitali vengono investiti nei paesi del Nord, il deficit dei paesi del Sud è cronico, indipendentemente dal colore dei partiti che li governano. C’è un forte disequilibrio fra i paesi mediterranei indebitati e quelli del Nord Europa a cui si chiede di pagare i debiti del Sud. Questo non è più tollerato. L’unica soluzione è stata imporre un’austerità ai paesi del Sud, accelerando la dislocazione dell’euro. Germania, Austria, Finlandia, Paesi Bassi, sono pronti ad uscire dall'eurozona, la Francia ipotizza di seguirli, il loro abbandono renderebbe ancora più fragili i paesi del Sud. Non bisogna lasciare l’euro, ogni paese, fra cui la stessa Germania, diventerebbe troppo piccolo per resistere ai movimenti speculativi dei mercati del cambio internazionali.

 

Ci può essere una via d’uscita? Proteggere la frontiera dell’eurozona, mettendovi all’interno delle declinazioni nazionali dell’euro con variazioni per l’euro del Sud. Ad esempio, se la Grecia resta nell’eurozona, per le transizioni deve poter usare variazioni nell’eurodracma. Ci vorrebbe un tipo di euro per il Nord e uno per il Sud, molti economisti la pensano così. In Francia politici come Valery Giscard d’Estaing, uomo di destra, e Jean Pierre Chevenement, di sinistra, difendono questa posizione. Gli unici contrari a questa teoria sono le banche: se ci fossero variazioni il loro debito crescerebbe perché si riverserebbe nella moneta dei loro finanziatori. Il cambiamento deve essere graduale ma è importante realizzarlo, altrimenti nel giro di pochi anni tutti i paesi del Sud faranno la fine della Grecia.

 

Si è sempre dichiarato a favore di una divisione fra banche commerciali e d’investimento. Negli anni Novanta sono state ideate le banche miste; alle tradizionali attività, crediti e depositi, si sono aggiunte quelle delle speculazioni sui mercati finanziari. È pericoloso, porta a guadagnare molto denaro ma anche a perderlo, e quando questo accade la banca utilizza i risparmi dei cittadini per recuperare le perdite. Se una banca mista fallisce, lo Stato, per legge in Francia, Italia e altri paesi, è costretto a sostenerla per tutelare i cittadini. Nessun paese può più correre questo rischio.

 

Ha vissuto in Africa, come legge il grande esodo che sta arrivando da noi? Siamo solo all’inizio. Tutto ha avuto inizio con il cambiamento climatico, la desertificazione del terreno, la scomparsa in molte zone dell’acqua potabile. Nel mondo una persona su otto non vi ha accesso. In Siria, la guerra civile è iniziata con l’aridità che ha spaccato il territorio fra il 2007 e il 2010; il paese ha potuto vivere per un periodo sotto la dittatura della famiglia Assad ma nessuno può sopportare di vivere in assenza di acqua. Oggi la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan sono nazioni annientate. Il rischio è che questo genere di episodi si riproduca in altri contesti africani o dell’Asia Minore, come il Libano, e se questo accadesse, due milioni di rifugiati siriani arriverebbero in Europa. La priorità è attuare un enorme piano Marshall per aiutare Libano, Giordania e Turchia. E poi c’è l’emergenza dei territori di Boko Haram; nonostante l’esercito francese che l’ha combattuto in Mali e la presenza del contingente di militari provenienti da Ciad, Camerun, Benin e Niger che cercano di contrastarlo, l’organizzazione terroristica jihadista sunnita continua a reclutare gente, e dove passa la povertà è insostenibile. Nel 2050 l’Africa avrà un miliardo di persone in più che chiederà lavoro e condizioni di vita più umane; se non li potrà ottenere sarà costretta ad emigrare. Ma se l’Europa continua a proporre solo piani d’austerità, nessuno darà mai soldi a un futuro piano Marshall.

 

La Chiesa, il mondo stanno vivendo i cambiamenti di Papa Francesco. Dopo il Concilio Vaticano II è l’evento ecclesiastico più straordinario a cui stiamo assistendo. La Chiesa non dà lezioni al mondo, ma papa Francesco partecipa al dibattito della comunità internazionale, stando al suo posto, con la saggezza, la verità dell’esperienza pastorale fra i poveri che ha vissuto in Argentina. Critica il capitalismo senza regole e ricorda all’Europa l’emergenza dei migranti. Francesco pone domande ai governi. Ha aperto la porta della Chiesa ai semplici, agli emarginati e li ha fatti entrare.

 

Gaël Giraud Transizione Ecologica La finanza al servizio della nuova economia Traduzione Per Maria Mazzola Prefazione Mauro Magatti Emi pp. 287 euro 16,00

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0