22 giugno 2017

Labirinti del cuore. Al via a Roma la mostra su Giorgione

«Nato per metter lo spirito nelle figure, e per contraffare la freschezza della carne viva più che nessuno che dipingesse non solo in Venezia ma per tutto». Così Vasari descriveva l’arte di Giorgio da Castelfranco detto Giorgione, nato probabilmente tra il 1477 e il 1478 a Castelfranco Veneto e morto di peste a Venezia giovanissimo, intorno al 1510, dopo una breve ma brillante carriera; un pittore che, nonostante la fama di cui godette in vita, non ha lasciato opere firmate, costringendo così gli studiosi e la critica a infiniti dibattiti sull’attribuzione delle sue tele. Quelle certamente dipinte da Giorgione non sono più di una dozzina, ma da sole bastano a rendere iconica l’opera di un maestro che seppe innovare l’arte rinascimentale a tal punto che si parlò, per la sua pittura, di una «maniera moderna».

Dalla Venere di Dresda alle Tre età dell’uomo, dalla Pala di Castelfranco alla Tempesta, i suoi dipinti ci lasciano ancora incantati di fronte tanto all’enigmatica simbologia di cui sono intrisi, quanto dalla sua capacità di restituire espressioni vive e vere, da cui traspare intatto l’universo dei sentimenti e degli stati d’animo dei personaggi.

E proprio intorno a uno dei suoi ritratti più comunicativi in questo senso, poco noto rispetto ad altre sue opere, ma ormai unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei capisaldi della sua produzione, ruota la mostra che si inaugura a Roma il prossimo 23 giugno, dal titolo Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma. Il capolavoro in questione è Due amici, realizzato probabilmente intorno al 1502 e indicato dai curatori dell’esposizione come un vero e proprio «punto di svolta epocale nella ritrattistica italiana del primo Cinquecento». Intorno a esso Enrico Maria Dal Pozzolo ha ricostruito una vasta rete di contatti, rimandi iconografici e documenti d’archivio, con l’obiettivo di dar conto della vita sentimentale della gioventù patrizia nella Venezia della prima età moderna. L’esposizione si sviluppa tra due prestigiose sedi: Castel Sant’Angelo e Palazzo Venezia  – dove si conserva la preziosa tela –, che rappresentò all’epoca di Giorgione il fulcro dei contatti artistici e culturali tra Roma e la Serenissima, grazie alla presenza del colto ed esperto collezionista cardinale Domenico Grimani.

La mostra, che raccoglie, oltre le tele di Giorgione, anche quelle di altri grandi maestri del Cinquecento veneto tra cui Tiziano, Ludovico Carracci e il Romanino, promette un’esperienza a tutto tondo entro la vita sentimentale e l’esperienza amorosa così come venivano vissute dai giovani di cinquecento anni fa, mentre Venezia viveva un periodo di eccezionale splendore artistico e culturale.

 


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