09 marzo 2016

Lacey, l'arte di scomparire

di Tamara Baris

Catherine Lacey, Nessuno scompare davvero, BigSUR, 2016

 

Nessuno scompare davvero è un romanzo potente e profondo. L’esordio di Catherine Lacey è stato incluso fra i migliori libri dell’anno dal New Yorker, dall’Huffington Post, da Vanity Fair e da Time Out. È uscito per SUR, nella traduzione di Teresa Ciuffoletti, americanista, al suo debutto come traduttrice letteraria. Elyria, la protagonista del libro, ha un problema. Un problema che molti hanno (ma non tutti), e pochi capiscono: Elyria ha un animale dentro, che non la fa vivere tranquilla. Un bufalo, un bufalo «riottoso e implacabile», come i suoi pensieri, come le sue acute quanto forse inutili analisi, come la sua forsennata ricerca di significati, come le sue metafore e i suoi scrupoli.

 

Non sono mai stato. Elyria si chiama come una città (un posto) in cui sua madre non è mai stata; è spettatrice della sua vita, è una figlia non figlia, è orfana senza esserlo, con una condizione familiare particolare e una mamma che beve. Elyria ha dentro di sé, un posto in cui non riesce a stare neanche lei, e in quel posto, non c’è solo l’animale, ma anche Ruby: quel genio di sua sorella, che ha deciso di suicidarsi. L’ha lasciata sola col suo animale, preda dei capricci e degli spostamenti del bufalo riottoso e implacabile: perché gli animali, prima o poi, scappano, seguono l’istinto; lasciano, di punto in bianco, quel posto in cui pensano di non essere mai stati sul serio – che è la loro vita, casa, marito – e se ne vanno, così, all’improvviso. Vanno da un uomo (Werner) che hanno visto una sola volta; seguono un invito; finiscono in Nuova Zelanda. Gli animali, come Elyria, e come l’animale che Elyria ha dentro, fuggono da una vita normalissima; fuggono da un matrimonio con un professore associato di matematica, da un edificio nell’Upper West Side di Manhattan di proprietà della Columbia University, da una vita da sceneggiatrice. Scappano, insomma, da una vita chissà per quanti normale e desiderabile: «non si capisce perché una come te un bel giorno decida di prendere e mollare tutto» (p. 212) chiede Thomas a Elyria a un certo punto della storia, quando già tutto – o quasi – è successo.

 

Come scomparire totalmente, (provarci). Elyria fugge, sola, ma in un posto in cui sa che troverà qualcuno (Werner). Fugge, ma non abbastanza («me ne sono andata, ma non così tanto da non poter tornare indietro», p. 175). Elyria è un personaggio (pieno di contraddizioni) di quelli che ami, e allo stesso tempo inizi a detestare: spaesata, cinica, un po’ buffa, profonda, un distributore di perle di saggezza, anche. La saggezza più spicciola, la saggezza delle cose ovvie, quelle che abbiamo sempre saputo tutti, che sa anche lei, ma che dimentichiamo e che a volte riusciamo a ricordare, ritrovare, solo quando – magari – è uno sconosciuto a suggerirle, o qualcuno che scrive come la Lacey. Elyria molte cose le capisce solamente dopo aver incontrato diversi strani personaggi, mentre fa l’autostop, alla ricerca di sé. Capisce che ci si trova, forse, solo perdendosi. Capisce che – o forse già lo sa – nessuno riesce mai a scomparire da sé stesso, a scomparire del tutto: «non si scompare in quel modo, è un lusso che non è mai stato concesso a nessuno e nessuno potrà mai avere» (p. 183). E anche conoscere sé stessi, esagerando coi dubbi, è allo stesso modo impossibile, è un altro lusso, un lusso di quelli che non ci si può permettere, e che neanche Elyria può permettersi, neanche lei che è «una di quelli che non si accontentano neanche dell’intera esistenza umana, una di quelle che vogliono l’impossibile» (p. 124), una che si sente solo l’indizio di sé stessa. Scomparire totalmente, conoscersi totalmente, dimenticare: impossibile. Perché «i ricordi tendiamo a farli con una mano e a disfarli con l’altra, e vivere significa fare e disfare in continuazione», figuriamoci se può riuscirci una come lei che «ha sempre avuto troppi watt di potenza» (p. 201). Scomparire per trovare il senso di una vita: la propria. Vita che, forse, acquista un senso solo nell’irrealtà. E, forse, la chiave sta nella tregua col tempo, nata durante il soggiorno da Werner: lì, dove la vita era semplice (anche se non sua); lì dove Elyria si sentiva indispensabile; lì, dove il bufalo grosso, insulso e rabbioso, era stato buono. Un posto dov’era necessario arrivare, per capire che non sarebbe stato possibile «sostituire la propria vita, mandarla indietro in cambio di un modello diverso» (p. 117), ma metterla un attimo in pausa – come dovrebbero fare tutti quelli che hanno un animale dentro, ma senza scappare – e sostituirla con una «nuova, minuscola vita di poche parole e poche persone e piante» (p. 116).

 

Ma tutto questo, forse, Elyria non lo sa. O lo sa, ma proprio non riesce a farlo, perché scappa dalla sua vita, ma non lo fa nel modo giusto: non lo fa «in maniera adulta, da persona matura, ammettendo il problema, firmando le scartoffie» (p. 81). Scappa come una bambina, come quella bambina che forse non è stata, come la sorella che non è stata, come la moglie che non è più, continuando a essere una donna che non sa arginare le pretese altrui, una donna che non sa dire di no. Elyria sa solo una cosa: che è una serie di azioni, che non è una vita, ma un fremito, un’agitazione continua e pensa tutto questo mentre, al bar, Belinda le serve un caffè, un caffè, che – forse – si prenderà il suo bufalo, che si prende tutto come l’animale di una canzone di Battiato.

 


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