13 gennaio 2020

Le forme astratte dell’arte rupestre nell’era glaciale

di Alice Rinaldi

A parlare, in una recente intervista, è Genevieve von Petzinger, paleoantropologa dell’Università di Victoria in Canada. Nell’agosto del 2015, negli Stati Uniti, aveva accennato alla platea dei Ted talk le sue più recenti scoperte riguardanti l’arte umana durante l’era glaciale. Senza mai dimenticare che quando si parla di “umanità” lo si fa in generale, perché sembra proprio che queste pitture rupestri, non solo europee, siano state realizzate per i ¾ dalle donne. E lo si evince proprio dalle numerose e immaginifiche impronte di mani realizzate con la tecnica dello stencil.

«Studio alcune delle forme d’arte più antiche al mondo, create in Europa tra i 10 e 40mila anni fa». Il primo esercizio da compiere è di immaginazione. Era infatti un’Europa molto diversa, dominata «da imponenti strati di ghiaccio alti 3 o 4 km, tra pianure erbose battute dal vento e tundra ghiacciata». In quel tempo donne e uomini vivevano in caverne riparate, ma si spingevano anche nei loro spazi più remoti per lasciare dei segni: «nella caverna di Cudón in Spagna trovammo sul soffitto una serie di dipinti rossi in una sezione ancora inesplorata. Era così basso che non si riusciva a mettere a fuoco le immagini con la macchina fotografica». Cosa li spingeva fin lì? E come facevano a vedere ciò che creavano? Era arte o comunicazione? Per alcuni studiosi le immagini astratte possono spiegarsi con lo sciamanesimo o i semplici fenomeni endottici, le particolari figure geometriche dinamiche che è possibile osservare nel buio dei propri occhi.

«Nel secolo scorso sono stati scoperti più di 350 siti d’arte dell’era glaciale in tutto il continente, e tutti decorati con animali, figure astratte e a volte anche umane». Esempi sono nelle grotte dell’Addaura in Sicilia o a Ojo Guareña in Spagna. «L’Europa è stata tra i primi luoghi in cui abbiamo iniziato a notare dei disegni ricorrenti. Da quando sono stati ritrovati, la maggior parte degli studi si è concentrata sugli animali, come i cavalli neri di Cullavera, in Spagna, o l’insolito bisonte viola di La Pasiega. Ma nel mio caso sono sempre state le forme astratte a spingermi a studiare questa forma d’arte».

«La cosa strana è che nella maggior parte dei siti i segni geometrici superano di molto il numero delle figure animali e umane, ma quando iniziai, nel 2007, non esisteva nemmeno una lista definitiva di quanti fossero, e se si ripetessero o meno nello spazio e nel tempo. Il mio primo passo fu quello di creare un database. Per due anni trascorsi più di 300 ore sottoterra, camminando e strisciando in 52 siti in Francia, Spagna, Portogallo e Sicilia. Trovammo dei nuovi segni geometrici nel 75% dei luoghi che visitammo».

Ed ecco la scoperta: «tranne una manciata di eccezioni, ci sono solo 32 segni geometrici in tutto il continente europeo nell’arco di 30mila anni. È davvero poco. Se fossero scarabocchi o decorazioni casuali ci si aspetterebbe di vedere molte più variazioni, invece si ripetono identici. Alcuni si diffusero molto, prima di perdere popolarità e sparire, mentre altri furono inventati più tardi; alcuni sono diffusi per migliaia di km, altri hanno un’area di distribuzione molto più ristretta; alcuni si ritrovano in singoli territori», come i «rettangoli divisi» presenti solo nel nord della Spagna «che alcuni studiosi ipotizzano siano distintivi di famiglie o clan». Ma «il 65% di quei segni vennero utilizzati lungo tutto quell’arco di tempo: linee, rettangoli, triangoli, ovali, cerchi...». Da siti risalenti a 10mila anni fa, come quello dei Pirenei, fino alla caverna europea più antica di Chauvet in Francia (37mila anni fa).

«Inoltre, sorprendentemente, questo tipo di arte primitiva si somiglia moltissimo, da Francia e Spagna all’Indonesia e all’Australia. È estremamente probabile che essa abbia in realtà origine nello stesso luogo, in Africa». Se questi segni volevano «dire qualcosa per chi li ideò», come si può notare in un bassorilievo vecchio di 25mila anni proveniente da La Roque de Venasque in Francia, erano dunque «scelte consapevoli». Allora «potremmo essere di fronte a uno dei più antichi sistemi di comunicazione grafica al mondo». Ma «i più antichi, il cuneiforme sumero, i geroglifici egizi, la prima grafia cinese, emersero tutti tra i 4 e i 5mila anni fa. Ognuno di loro ebbe origine da proto-sistemi precedenti, fatti di segni per contare, più rappresentazioni pittografiche in cui il significato e l’immagine coincidevano». Perciò, per esempio, «l’immagine di un uccello rappresentava l’animale stesso, mentre solo in seguito questi pittogrammi diventarono sempre più stilizzati fino a diventare quasi irriconoscibili».

Pare dunque improbabile che i segni geometrici dell’era glaciale fossero già segni di scrittura astratta, «ciò che sembra più probabile invece è che fossero segni per contare», come si può vedere nella serie di linee proveniente dalla grotta Zà Minica in Sicilia, «oltre a delle rappresentazioni stilizzate di oggetti del mondo circostante. Ma dei punti rossi in sequenza rappresentano delle armi o delle abitazioni? Oppure degli oggetti celesti, come costellazioni? O magari fiumi, montagne, alberi, paesaggi...».

Alla luce di questa e altre recenti scoperte compiute da altri ricercatori, come il ritrovamento in Indonesia della «più antica forma d’arte figurativa attribuita all’uomo» (risalente a 44mila anni fa), sembra possibile conferire all’arte, alla comunicazione grafica e capacità umana di conservare e trasmettere messaggi una vita molto più antica di quella che si pensava. Fino a oggi si riteneva che gli uomini avessero iniziato a dipingere nelle caverne europee. «Personalmente penso che i nostri antenati conoscessero già come fare arte prima di lasciare l’Africa», dice oggi von Petzinger. E non è l’unica ad avere questa sensazione. Significa tornare indietro in uno spazio di tempo vastissimo che va dai 60 ai 120mila anni fa...

 

Immagine: Pitture rupestri di Satukunda, a 24 km da Bhopal, India. Crediti: Asit Jain / Shutterstock.com

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