3 aprile 2020

Storie virali. Le lezioni di una pandemia

 

Fra gli aspetti che hanno dominato la scena della pandemia da SARS-CoV-2 vi è senza dubbio qualcosa “fuori posto”: come il sorcio morto sul pianerottolo dello studio del dott. Rieux, convinto che a Orano in quei giorni le cose non erano là dove avrebbero dovuto essere (Camus, 1947). Nel nostro caso, ciò che esce “un po’ dall’ordinario” è in primo luogo la caotica qualità dell’informazione, l’affollarsi di dati contrastanti sull’origine della pandemia; i diversi criteri per misurare il numero dei decessi, il tempo di sopravvivenza delle particelle virali in ambiente extracellulare o la durata dell’incubazione; la giusta distanza per evitare il contagio… Insomma: lo spettacolo di una radicale incertezza, di cui sono stati testimoni non solo storici o filosofi della scienza ma l’opinione pubblica nel suo insieme. La medicina è tornata a farsi scienza esitante, indiziaria (Ginzburg, 1986).

 

Sta qui una prima lezione: malgrado il massiccio sviluppo di conoscenze (del Coronavirus si conoscono da tempo le sequenze nucleotidiche, le mutazioni, le caratteristiche e i contesti che hanno reso possibile il salto di specie – spillover; sono apparse già ad oggi migliaia di pubblicazioni su riviste specializzate; le sue immagini tridimensionali e colorate riempiono i nostri occhi: insomma, lo vediamo…), ebbene malgrado ciò i dati rimangono frammentari, contraddittori. Bisogna muovere da queste aree di non conoscenza (Last, 1981) per comprendere gli atteggiamenti ambivalenti che hanno contraddistinto il nostro comportamento in queste settimane: diffidenza nei confronti delle fonti ufficiali e degli esperti stessi, spesso in manifesto conflitto fra loro; passività nei confronti delle misure prese dai governi in modo caotico o, al contrario, irritazione per quello che è apparso uno “stato di eccezione”, ancora più intollerabile perché fondato su dati fragili, incerti e malgrado in molti casi persino la linea di confine fra normale e patologico rimanesse opaca, lasciando i pazienti a decidere quando fosse il momento di recarsi in ospedale.

 

L’unica regola chiara è stata quella di lavarsi le mani. Altro dato “fuori posto”: un’indicazione di buon senso, tratta dalla conoscenza comune ‒ triviale, intuitiva o “femminile” (Ginzburg, 1980) ‒ offerta come sola certezza. La stessa, in fondo, che il giovane medico ungherese Ignác Semmelweiss aveva suggerito nel 1847 per contenere la mortalità delle puerpere, all’epoca altissima, dopo aver osservato che nel reparto utilizzato unicamente per il tirocinio dalle ostetriche i tassi di mortalità erano decisamente inferiori (si veda anche l’articolo di Francesca Arena in questa rubrica). Riuscì a ottenerne una riduzione sorprendente dopo aver istituito questa regola, ma la reazione fu di generalizzata ostilità. Ostracizzata dai circoli medici delle maggiori capitali europee, persino dal grande Virchow, la sua teoria fu riconosciuta vera solo molto tempo dopo, quando il suo autore era già morto, dopo anni di solitudine trascorsi in manicomio.

 

I modelli teorici ispirati dai saperi minori, dall’osservazione dei gesti ordinari, dall’analisi minuziosa della vita quotidiana, finiscono spesso con l’essere screditati (stesso destino incontrò la teoria sulle cause sociali ed economiche della pellagra). Nella pandemia da Coronavirus, nella prevenzione del contagio, si sta però finalmente affermando l’idea che, sullo sfondo del contrasto fra virologi, epidemiologi, pneumologi, microbatteriologi, genetisti molecolari, la malattia e le sue cause possono essere comprese solo a condizione di non essere scomposte fra i diversi specialismi che hanno di volta in volta provato a rivendicare una posizione egemonica. Guardando alle epidemie e alle zoonosi degli ultimi vent’anni, le domande che si ripetono stanno infatti a mostrare l’urgenza di connettere variabili trascurate o disgiunte: la responsabilità degli allevamenti intensivi, gli effetti delle trasformazioni ecologiche sui rapporti fra mondo umano e animale, il ruolo dell’inquinamento nella riduzione delle difese immunitarie… Altra lezione: il fenomeno patologico lo si comprende quando si evita di scomporlo “in dettagli” (Canguilhem, 1966), quando lo si guarda in modo diverso senza rimanere prigionieri di quella che Althusser (Althusser, Balibar, 1968) definiva “l’opacità dell’immediato”.

 

C’è ancora una lezione. Agamben ha lanciato la sua critica ai discorsi e alla legislazione emergenziale (si veda L’invenzione di un’epidemia) parlando di “invenzione” e sottolineando, fra l’altro, la sproporzione tra il rigore delle limitazioni imposte e i dati scientifici disponibili. Muovendo le sue considerazioni a partire dalle informazioni fornite in quei giorni dal CNR, ha riflettuto inoltre su come fosse diventato facile accettare restrizioni dei diritti fondamentali fondate su dati incerti: «La nostra società non crede più in nulla se non nella nuda vita», ha scritto in un nuovo intervento.

 

Di questo anche si tratta: della singolare disponibilità ad accettare, pur sulla base di informazioni balbettanti, uno stato di eccezione, sebbene questo si attui oggi solo a tratti e in modo sconnesso, sebbene si esprima caoticamente, disperso com’è fra sovranità invisibili, organismi sovranazionali, governi, regioni, comuni… Da qui bisogna partire per comprendere come medicina e politico continuino a intersecarsi, e il potere della diagnosi a penetrare invisibilmente nei corpi, nei comportamenti, plasmando la nostra esperienza, come ha suggerito Rose (1989) in riferimento alle diagnosi psichiatriche. Certo, tutto ciò accade oggi in modo diverso dall’epoca in cui l’igiene pubblica, la natalità o la mortalità facevano l’oggetto di precisi interventi da parte dello Stato, e tuttavia la regola continua ad essere la stessa: “fra tecniche di sapere e strategie di potere non c’è nessuna esteriorità” (Foucault, 1976). E che il politico affiori negli interstizi della vita privata, nel mezzo di una pandemia, è evidente: perché il politico opera proprio lì, lungo il confine fra sfera privata e sfera politica (Rancière, 2004). La competizione per le risorse sanitarie necessarie alla salvaguardia delle comunità nazionali; l’emergere di un altro fantasma (la povertà), che la crisi pandemica ha reso più urente, il sospetto che preoccupazioni o interessi di natura economica stiano operando nelle scelte dei governi; la diffidenza affiorante sul continente africano nei confronti degli interventi sanitari occidentali ‒ eco della diffidenza verso “l’ospedale dei bianchi” di cui scriveva Fanon (1959) ‒, sono solo alcune delle molte tracce eloquenti di queste intersezioni.

 

Nel portare alla luce le incertezze del sapere medico e le espressioni paradossali di un caotico stato di eccezione, l’attuale pandemia ha lasciato affiorare infine ancora qualcosa d’altro: un sentimento di diffusa vulnerabilità, che ci ha risospinti nel passato (quando ragioni sanitarie rendevano impossibile celebrare i funerali, non diversamente da quanto accaduto di recente in Africa per i morti dell’epidemia da Ebola), fra gli spettri di quelle malattie infettive immaginate a lungo come una minaccia per le sole società del sottosviluppo, delle carestie, dell’emigrazione. Quanto è accaduto è forse il riflesso di quell’evoluzione dell’Occidente verso l’Africa di cui hanno scritto i Comaroff (2012)?

 

 

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Bibliografia per approfondire

 

Albert Camus, La peste, Gallimard, Paris, 1947

Frantz Fanon, L’An V de la révolution, Maspero, Paris, 1959

Georges Canguilhem, Le normal et le pathologique, PUF, Paris, 1966

Louis Althusser, Étienne Balibar, Lire le capital, Maspero, Paris, 1968

Michel Foucault, Histoire de la sexualité, 1. La volonté de savoir, Gallimard, Paris, 1976

Carlo Ginzburg, Morelli, Freud and Sherlock Holmes: Clues and Scientific Method, in History Workshop, 1980, 9, pp. 5-36

Murray Last, The importance of knowing about not knowing, in Social Science & Medicine, 1981, 15, 3, pp. 387-392

Carlo Ginzburg, Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia, Einaudi, Torino, 1986

Nikolas Rose, Governing the Soul. The Shaping of the Private Self, Free Associate Books, London, 1989

Jacques Rancière, Who is the Subject of the Rights of Man?, in The South Atlantic Quarterly, 2004, 103, 2/3, pp. 297-310

Jean Comaroff, John Comaroff, Theory from the South. Or, How Euro-America is Evolving Toward Africa, in Anthropological Forum, 2012, 22, 2, pp. 113-131

 

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