09 febbraio 2016

Le stroncature di Papini: da Kant a Hegel

di Alessandro Romanello

Apparso nel 1906, tre anni dopo la fondazione del “Leonardo” e ripubblicato nel 2015 per i tipi del Circolo Proudhon, Il crepuscolo dei filosofi è il primo libro di Giovanni Papini, allora appena venticinquenne. L’enfant terrible dell’avanguardia letteraria fiorentina si poneva il compito di “licenziare” la filosofia, ossia di dimostrarne l’assurdità e l’inutilità, attraverso l’analisi del pensiero di sei grandi filosofi moderni: Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer e infine Nietzsche.

Ma come “licenziare” la filosofia? Per Papini non sembra porsi seriamente la questione di smontare i sistemi dei filosofi presi in esame: essi si smontano da sé, cadendo in contraddizioni insanabili, se esaminati da vicino. E allora il fondatore della filosofia moderna, Kant, “moralista” e “piccolo borghese”, non è che un “perfetto filisteo”, la cui dottrina è contraddittoria e illusoria, poiché egli “ha voluto fare della morale scientifica e ha fatto della morale sentimentale” (p. 32). Allo stesso modo, criticando il concetto capitale di noumeno, Papini asserisce che Kant “conosce magnificamente quello che chiama inconoscibile, entra a sua voglia nell’impenetrabile, ed ha libero accesso all’inaccessibile” (p. 46). Con eguale severità viene trattato Hegel: “parlando male, scrivendo peggio”, il filosofo di Stoccarda non è stato altro che “un ciarlatano di buona società”, “un ciarlatano coscienzioso, un Dulcamara che ha creduto alla virtù dei suoi specifici, un truffatore onesto” (p. 73). In ultima analisi, la sua filosofia totalizzante “non contiene nulla e non dice nulla”.

C on maggior simpatia viene affrontato Schopenhauer ma soprattutto per la sua posizione storica, per la sua avversione al “formalismo razionalista” hegeliano: “quanto [Schopenhauer] è importante per le correnti che mossero da lui, quanto è piacevole per tutte le osservazioni particolari di analista acuto, di moralista accorto e di gentiluomo dotto, tanto è vuoto come costruttore del mondo e superficiale come giudice della vita” (p. 91). Il suo lavoro alla fine non è che “un’opera buffa – la grande opera buffa della filosofia tedesca”. Prevedibile poi il dileggio papiniano nei confronti del sistema di Comte: “il suo vangelo è diventato soltanto il vangelo della piccola borghesia semicolta e semiumanitaria. Predicato in Francia, i suoi migliori discepoli si ritrovano nei romanzi di un grande francese, in Gustavo Flaubert. Sono, per chi non lo sapesse, i signori Homais, Bouvard e Pécuchet” (p. 118). Per inciso, qui si sente già la voce del Papini maturo delle Stroncature (1916).  Ancora più radicale è l’avversione per il positivismo evoluzionista di Spencer: “Lo Spencer, col suo evoluzionismo livellatore, col suo universalismo sordamente ostile alla personalità, […] colla sua morale d’inerti e di impotenti è uno di quei nemici che la nuova filosofia deve con più spietata energia schiacciare e soffocare” (p. 137). Ma cosa è dunque questa nuova filosofia, vagheggiata da chi allo stesso tempo sosteneva di voler “licenziare” la filosofia (e tale contraddizione fu prontamente colta da Croce nella sua recensione al volume sulla “Critica”)? Per il momento Papini ci dice soltanto che “la nuova filosofia, annunciata da qualche sognatore inascoltato (Novalis), si prepara a render pratica e reale la missione superba dell’Uomo Dio, padrone e creatore delle cose” (ibid.).

Torneremo su queste affermazioni ma prima occorre vedere qual è il giudizio di Papini su Nietzsche, l’ultimo dei grandi filosofi moderni passati in rassegna nel volume. Un giudizio, anche in questo caso, fortemente riduttivo (forse anche per una sorta di angoscia d’influenza), seppur non privo di acume: il filosofo della forza non era che un debole, un malato e la sua filosofia non è altro che “una trasfigurazione ditirambica del naturalismo evoluzionista” (p. 146). “La filosofia del Nietzsche” – prosegue Papini – “è, se si vuole, una traduzione e una continuazione di quella dello Spencer” (p. 148), scritta “in bella poesia tedesca”.

Al termine di questa rassegna demolitrice, che non poco deve al “Will to believe” di William James, per Papini la filosofia “può rimanere come genere letterario” ma, allo stesso tempo, “essa può diventare la teoria più generale possibile, cioè la teoria dell’azione” (p. 165), ossia una “Pragmatica” (p. 166), l’ultima “teoria” prima che le cose divengano “veramente dei giuocattoli dell’uomo” e l’universo si trasformi nella “docile creta colla quale l’Uomo-Dio darà forma ai suoi fantasmi” (ibid.). Non è difficile rendersi conto che è su questa feconda aporia che si basa tutto il lavoro di scavo del giovane Papini: se da una parte la filosofia non è che un genere letterario, uno dei discorsi possibili, secondo una prospettiva quasi decostruzionista avant la lettre, dall’altro, in quanto teoria dell’azione, essa può avere un ruolo fondamentale nel cammino verso l’Uomo Dio, il Prometeo liberato che avrebbe dato al XX secolo la sua dominante tragica e distruttiva.  Il giovane Papini coglie dunque lucidamente, quasi ripiegandosi su sé stesso, la prospettiva vertiginosa e l’abisso di senso da cui prende l’avvio larga parte della storia del Novecento. La sua critica radicale della filosofia moderna sembrerebbe celare una nostalgia e una fede delusa, una paura, si direbbe, travestita da entusiasmo per il nuovo, che sarebbero infine sfociate nella sua clamorosa conversione al cattolicesimo. Il giovane rivoluzionario distruttore della vecchia filosofia portava allora già in sé l’uomo d’ordine della maturità?

 


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