15 aprile 2019

Le vie del mito e del commercio tra Oriente e Occidente

di Carlo Marchetti

La recente firma, il 24 marzo scorso, del documento d’intesa tra Italia e Repubblica popolare cinese ha riportato all’attenzione di tutti i mezzi d’informazione una dicitura che ha sempre suscitato suggestioni di mondi distanti e ricchi di fascino: via della seta. Sembrerà, quindi, piuttosto sorprendente (ri)scoprire che la dicitura originale è stata formulata meno di 150 anni fa, ed in tedesco: si tratta infatti del termine plurale Seidenstrassen (“vie della seta”), coniato dal barone Ferdinand von Richthofen e usato nel titolo di un suo intervento (Über die centralasiatischen Seidenstrassen bis zum 2. Jahrhundert n. Chr.), comparso nel quarto volume delle Verhandlungen der Gesellschaft für Erdkunde zu Berlin del 1877. Successivamente von Richthofen avrebbe usato il lemma anche al singolare, riferendolo all’itinerario di Marino di Tiro, che ricavava leggendo Tolomeo, per distinguerlo dalle varie possibili incarnazioni terrestri delle vie commerciali da e per la Cina.

Il punto focale per capire la genesi del termine, tuttavia, sta nella scelta del materiale che dà il nome alla via stessa: la seta. Sebbene nel corso dei millenni e lungo i vari itinerari siano transitati innumerevoli tipi di mercanzie, von Richthofen scelse come maggiormente rappresentativo del desiderio di beni di lusso in Occidente proprio questo prodotto. Non solo, esso simboleggiava agli occhi dello studioso anche il passaggio, durante il II secolo d.C., da una serie non costante di scambi commerciali, di limitato scopo e percorrenza, ad una vera e propria impresa organizzata su vasta scala, che coinvolgeva tutte le realtà statuali tra Estremo Oriente ed Europa. Benché oggi un tale giudizio possa essere meglio apprezzato nelle sue diverse sfumature, ridefinito e contestualizzato, l’accento sulla seta stessa è rimasto ancora vivo nel sentire comune.

 

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Panno di seta incorniciata (foto di C. Marchetti)

 

Lo storico bizantino Procopio di Cesarea ci può aiutare nel comprendere meglio quanto fosse diventato importante avere conoscenza diretta della produzione serica per controllare i flussi commerciali nel VI secolo. Due monaci di ritorno dal favoloso paese di Serinda avrebbero informato l’imperatore bizantino Giustiniano, come racconta il nostro autore (De bello gothico IV, 17, 1-8), della possibilità di eliminare un intermediario scomodo, i persiani sasanidi, semplicemente riportando indietro, di nascosto in bastoni cavi, le uova dei piccoli bachi necessarie per l’avvio della manifattura della seta direttamente su suolo bizantino: l’impresa ebbe quindi l’appoggio imperiale e fu coronata da successo.

Potremmo anche considerare questo tipo di intervento come la prima notizia specifica di “trasmissione non consensuale di conoscenze” ante litteram, ma ad un’analisi più profonda il racconto di Procopio sembra svelare qualche altro interessante elemento. La storia mette in evidenza, infatti, il ruolo fondamentale del supporto cavo in cui sarebbero stati trasportati i preziosi insetti, ma ciò ricorda molto da vicino un altro peculiare sistema di trasmissione culturale. Secondo una delle diverse tradizioni mitologiche greche, per animare la vita della sua ultima creazione, l’uomo, Prometeo avrebbe avuto bisogno del fuoco, ma quest’ultimo era gelosamente custodito dagli dei; per ottenerlo il Titano avrebbe escogitato un abile furto, andato a buon fine proprio grazie all’uso di una ferula, per sua natura resistente alla fiamma e capace di trattenerla nel suo interno cavo. Questo sistema si ritrova, in seguito, nei racconti popolari dell’Italia meridionale, ed in particolare sardi, riguardanti la discesa di s. Antonio abate agli Inferi, da dove il santo ritornò, dopo aver approfittato dello sconquasso causato tra i diavoli dal suo maialino accompagnatore, portando con sé il fuoco da donare all’umanità nascosto proprio in una ferula. Il motivo del trasporto nascosto di qualcosa di culturalmente inestimabile per l’umanità sembra essere riconfigurato e ritrasmesso, quindi, nella successiva storia procopiana dei bachi riportati dalla mitica Serinda, una contrada variamente localizzata dai commentatori tra le numerose città che costellano le vie carovaniere intorno e attraverso il Taklamakan, proprio le Seidenstrassen di cui parlava von Richthofen.

Talvolta, comunque, la realtà sembra ricalcare da vicino, se non addirittura superare in ingegno, le vicende del mito: può essere questo il caso dell’impresa di sir Henry Wickham, icasticamente definito Prometheus in reverse nel ricco libro di Warren Dean Brazil and the Struggle for Rubber (Cambridge 1987). Le informazioni ottenute da Wickham sullo sfruttamento della Hevea brasiliensis per ottenere la gomma, mentre cercava di gestire con poca fortuna un’azienda agricola nel Nord del Brasile alla metà del XIX secolo, furono di fondamentale importanza quando i Royal Botanic Gardens di Kew a Londra decisero di ottenere dei semi di questi alberi per organizzare delle piantagioni nelle colonie, giacché originariamente la gomma non cresceva naturalmente al di fuori del bacino amazzonico. La spedizione degli esemplari raccolti da Wickham sarebbe avvenuta nel 1876 in un modo non molto diverso da quello usato dai monaci citati da Procopio: i semi erano stati avvolti in foglie di banano ed inseriti all’interno di cesti ricavati da canne, poi caricati su di una nave diretta in Inghilterra e segnati sul carico semplicemente come “botanical specimens”, per ingannare la dogana. I risultati di questo avventuroso progetto furono tali che per la fine del secolo intere piantagioni erano state stabilite in Malesia, nello Sri Lanka, a Giava e a Sumatra, ponendo fine al monopolio brasiliano della gomma e consentendo all’industria automobilistica di avviarsi verso un radioso futuro. Purtroppo, gli effetti di questa impresa causarono anche un grave contraccolpo nelle terre di origine della gomma, e la nitida prosa del libro di Mario Vargas Llosa Il sogno del Celta (ed. italiana Torino, 2011), descrivendo le peregrinazioni tra Congo ed Amazzonia dell’irlandese Roger Casement, ci consente ancora oggi di meravigliarci di fronte alle incredibili conseguenze di questo semplice atto.


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