4 dicembre 2018

Levante: «Le passioni sono forze salvifiche»

di Domenico Marcella

Intervista a Levante

È proprio vero che alcune persone ingentiliscono con un tocco di magia tutto quello che fanno. Non sai spiegarti cos’abbiano in più degli altri, ma potrebbe essere l’X Factor, come il talent di cui la cantautrice Claudia Lagona, in arte Levante, è stata giudice. Dopo aver inciso tre album di successo – ci ricordiamo Alfonso, il tormentone scanzonato di un’estate ancora a portata di mano – si è cimentata con maestria nella scrittura di due romanzi. La sua ultima fatica letteraria – data alle stampe da poco meno di un mese, ma già in ristampa – è Questa è l’ultima volta anche ti dimentico. Incontriamo la cantautrice-scrittrice fra un taxi da prendere e un giro promozionale da continuare, in una Roma incessantemente uggiosa investita dal ciclone Levante.

 

 

Seconda opera. Sei consapevole di aver ottenuto il tesserino da scrittrice? 

Non ne sono ancora consapevole. Mi stranisce parecchio. Sono sempre stata una cantautrice, ma il sogno del libro è sempre stato nel mio cassetto, in uno tanti. Quando mi dicono “scrittrice” rimango ancora un po’ intontita. Questa però è la realtà dei fatti, e bisogna prenderne atto. 

 

La scrittura di un libro è un atto di maturità artistica? 

Sicuramente richiede una certa consapevolezza della propria scrittura. Il primo romanzo, al di là della bellezza o meno della storia e del linguaggio, l’ho scritto perché sentivo di aver raggiunto un buon livello di maturità linguistica. Nella stesura dei romanzi c’è una forte corrispondenza con quella della musica, perché in fondo non mi sono inventata niente di diverso, semplicemente ho ampliato il numero delle parole. 

 

Parliamo di Questa è l’ultima volta che ti dimentico (Rizzoli), e della sua protagonista. Anna è una bimba cresciuta troppo in fretta, nella quale chiunque, al di là del genere, anche soltanto per un attimo, può rispecchiarsi. 

È un romanzo che, attraverso la storia di Anna, racconta cosa significhi imparare a essere se stessi, riconoscendo, giorno dopo giorno, con un misto di paura e testardaggine, i contorni della libertà, in termini di identità di genere, aspirazioni e condizionamenti sociali. Ho attinto dal mio bagaglio emotivo ed esperienziale per scrivere di alcune fasi della vita di Anna. Il primo capitolo mi riguarda in toto perché sono partita da quel senso di inadeguatezza che tutti prima o poi proviamo, chiedendomi quale fosse il primo momento in cui mi sono sentita inadeguata. Ho ricordato così una scena vissuta alle elementari, e l’ho raccontata.

 

Le elementari a volte sono un passaggio traumatico. 

Tanto traumatico. Ce ne dimentichiamo tutti, ma sono veramente il debutto in società di un bambino che prima viene in qualche modo protetto dalla tenerezza della famiglia e poi viene lanciato in mezzo ad altri coetanei che lo giudicheranno; alcuni gli vorranno bene, altri no. Insomma, è il primo scontro con la società ed è feroce e violento. Da quel mio ricordo ho voluto sviluppare il percorso di crescita di Anna. 

 

Anna però fugge da quegli scontri e si rifugia nella danza. Tutti noi, a un certo punto, troviamo una zona di confort, un’isola felice in cui blindarci per emergere. 

Sì, assolutamente. Nel libro le passioni si rivelano forze salvifiche; la danza aiuta la protagonista a trovare un equilibrio laddove i sentimenti prendono direzioni spesso contraddittorie, mentre i grandi affetti rassicurano, mettono in discussione e – alle volte, nella loro assenza – diventano fantasmi da riconoscere e capire per preservare il proprio futuro dalle ferite del passato; ferite che – come si scopre leggendo – hanno a che fare anche con la brutalità di una terra sicula che da bambini non è facile interpretare ma che, col tempo, si rivela, e mette Anna di fronte alla scelta di andare o restare. C’è un forte parallelismo tra la passione di Anna, che è la danza, e la mia, che è la musica. L’aspetto più bello di Anna è l’immaginario che ritrova nello specchio, nel quale si riflette per staccarsi dai suoi problemi familiari e relazionali.

 

Lo specchio è anche un elemento ricorrente nei tuoi scatti su Instagram. 

Ma anche nella mia musica, in tutte le cose che scrivo, perché trovo che sia un oggetto molto profondo, se pur considerato superficiale da molti. Nello specchio ho vinto un milioni di premi, ho fatto discorsi che non ho mai fatto con nessuno.

 

Non lo consideri un oggetto di vanità.  

Non ho niente contro la vanità, ma lo specchio non è un elemento soltanto decorativo; è un modo per fare scelte importantissime.

 

Sei molto amata. Hai una dote potentissima che è quella di saper creare empatia con il pubblico che ti segue. I tuoi fan hanno sfrigolato a fuoco lento, davanti ai tuoi post che annunciavano prima la stesura e poi la data di uscita di Questa è l’ultima volta che ti dimentico. Hai creato un’attesa bellissima. 

Questa comunicazione l’ho sempre avuta fin dall’inizio; è una cosa che molti hanno anche preso a esempio, se proprio vogliamo dirla tutta. Non è stato soltanto un mezzo strategico, ma un modo per cercare affetto. Prima di Instagram usavo Facebook. Chi inizia a fare musica crede sempre di non essere compreso, di essere unico e solo nei propri dolori e nei propri pensieri. Invece, quando la musica arriva alla gente, capisci che non sei solo in quello che hai pensato e fatto. Considero i social network dei mezzi di compagnia e di condivisione pazzeschi, tanto che la gente che mi incontra mi chiede spesso di essere abbracciata perché c’è umanità nelle cose che scrivo, e questo viene percepito. L’empatia? È vero, la ricerco e la sento. Ecco perché ascolto le vite e le storie degli altri che per me sono importanti. Mi nutro di tutto ciò con amore e passione. Credo sia questo l’aspetto vincente. 

 

Bisogna dirlo, non ti sei montata la testa, sei ancora la ragazza delle primissime interviste. 

Ma dove dovrei andare? (ride). Non ho alcuna intenzione di staccarmi dai luoghi o dalla me che mi abita. Non credo che ci sia niente di buono nel credersi migliori. L’unica cosa che voglio fare è migliorare me stessa, senza mai credermi superiore. 

 

Il libro, in quanto oggetto, è sempre stato considerato uno strumento di lotta nonviolenta.  Lo è ancora? 

Mi auguro di sì, perché i libri sono veramente dei viaggi che ci concediamo restando fermi. Grazie ai libri ho vissuto in America, nel Nord Italia quando vivevo in Sicilia, e in ogni altra parte del mondo. Non perderemo mai questo strumento di lotta, bisogna semplicemente avvicinarlo di più ai giovani. Mi accorgo, durante gli incontri con le persone, che la speranza non è andata perduta. Certo, la società che stiamo vivendo è complessa, contraddittoria e ammaccata, ma sono certa che il libro non perderà mai il suo potere. 

 

Sei per natura vitaminica e positiva. In questo momento di disordine nazionale e mondiale, c’è qualcosa che ti preoccupa e ti spaventa? 

Mi preoccupano l’assenza di memoria e l’ignoranza. Stiamo vivendo un periodo estremamente buio, in cui l’ignoranza dilaga. Ma sono convinta del fatto che per ogni periodo buio esista una rivoluzione piena di novità e cose belle. Bisogna combattere sempre il brutto con la bellezza. 

 

Sei figlia dell’Etna. La bellezza come antidoto al brutto era il modus vivendi di Peppino Impastato. A proposito, Anna a un certo punto del libro scopre la mafia. 

Negli anni vissuti da Peppino, la mafia era anche molto evidente e violenta. La mafia di cui parlo nel libro è invece silenziosa; è un atteggiamento, un’aria che si respira. Abbiamo bisogno ancora di figure come lui non soltanto per argomenti delicati ma per contesti politici e sociali in cui è necessario – quasi d’obbligo – riprendere a scendere in piazza e battersi per non soccombere sotto il volere di potenti. 

 

Claudia, non riveliamo nulla, ma la chiusura è di rito. Dopo aver letto l’ultima pagina di Questa è l’ultima volta che ti dimentico ogni lettore chiede a gran voce un sequel. Ci sono le condizioni per andare oltre?

È un romanzo di formazione. Potrebbe continuare, sì.

 

Levante, Questa è l’ultima volta che ti dimentico, Rizzoli, 2018, pp. 220

 

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