22 aprile 2020

Libro e libertà

 

Libro. E libertà. Due lemmi solo apparentemente derivanti dalla stessa radice etimologica. In realtà è da lìber, la scorza interna della corteccia degli alberi, che presero il nome i primi libri e non da lìberum, da cui deriva “libertà”. Ma se nell’etimologia non troviamo tracce di una storia comune, molto più forte è nella storia il legame tra questa straordinaria invenzione e quella che è forse la più profonda aspirazione dell’umanità.

 

L’apparizione del libro a stampa nel Rinascimento rappresentò una rivoluzione epocale che dispiegò i suoi effetti in molte direzioni. “Montaigne – ricorda Elizabeth Eisenstein – poteva leggere più libri passando qualche mese nella sua torre studio a Bordeaux di quanti ne avevano letti gli studiosi prima di lui dopo una intera vita di viaggi”. Fu questa la più grande rivoluzione del Rinascimento, il “Rinascimento permanente” che portò all’espansione della repubblica delle lettere. “Gli stampatori inizialmente contribuirono al progresso delle discipline, non tanto commercializzando i cosiddetti nuovi libri, quanto fornendo ai lettori l’accesso a più libri. L’aumento assoluto della quantità di copie in circolazione ebbe realmente importanza enorme”, aggiunge la Eisenstein.

Come ha osservato Marshall McLuhan la moltiplicazione industriale degli esemplari consentì la circolazione moltiplicata delle idee. Questo rese i libri disponibili a molti e innescò un processo di privatizzazione della conoscenza, non più veicolata attraverso le intermediazioni dei saggi. Tutto ciò affrancò lentamente gli uomini dal dominio dei pochi che potevano monopolizzare il sapere. Lo sviluppo della lettura privata, vale a dire di una forma di lettura silenziosa che dava la possibilità di interpretare da soli i testi, è stata una grande conquista di libertà. Libertà di apprendere, libertà di conoscere, libertà di dare diverse interpretazioni ad un testo, libertà di circolazione di idee diverse. Non è un caso che l’apparizione del libro a stampa diede di lì a poco il via alla nascita della scienza moderna, allo sviluppo dell’Umanesimo, a un nuovo rapporto tra uomo e libri sacri e quindi alla Riforma.

 

Il miracolo greco

Non solo il libro tipografico, quindi moltiplicabile, ma già prima il papiro manoscritto aveva mostrato i propri effetti dirompenti e lo stretto legame tra lettura, democrazia e libertà. Scrive Karl Popper: “Il miracolo greco e quello di Atene in particolare si devono spiegare con l’invenzione del libro scritto e con il commercio librario. La scrittura esisteva già da molto, e qua e là c’era qualcosa di simile a un libro, soprattutto in Medio Oriente. Esistevano anche le Sacre scritture. Ma la scrittura fu a lungo impiegata principalmente per documenti di stato, religiosi, e dai commercianti per i loro appunti. La cultura europea vera e propria ebbe inizio con la prima pubblicazione in forma di libro delle opere di Omero, che esistevano già da circa trecento anni, ma che nella loro totalità erano note solo ai declamatori di professione, agli omeri, ai rapsodi omerici. I canti omerici furono raccolti intorno al 550 a.C. Ciò avvenne per opera del signore della città, il tiranno Pisistrato. Come occupazione principale, Pisistrato era signore di Atene, come occupazione secondaria egli fu certo il primo editore europeo (…) La fondazione non sopravvisse al suo fondatore. Ma le conseguenze culturali furono inestimabili”. E così Popper racconta di come vennero pubblicate le opere di Eraclito, Erodoto, Esiodo, Pindaro, Eschilo e altri scrittori e pensatori greci. Atene imparò a leggere e scrivere, e diventò democratica. “La mia ipotesi secondo cui Pisistrato, rendendo commerciabile il libro, avrebbe inaugurato ad Atene una rivoluzione culturale simile a quella provocata duemila anni più tardi da Gutenberg in tutta l’Europa Occidentale, naturalmente non può essere verificata. I parallelismi storici non andrebbero mai presi troppo sul serio. Ma qualche volta sono stupefacenti. Come il caso di Anassagora, ad esempio, che fu accusato dopo la pubblicazione del suo libro (il De natura) di ateismo ad Atene, come duemila anni più tardi accadde a Galileo”.

 

I libri sono libertari

Un destino accomuna nella storia i libri: da sempre sono antidoto alle verità uniche, strumento di comprensione delle differenze, fortini di tolleranza, arma di sovversione. I libri difficilmente si sono prestati nella storia alle propagande di regime perché hanno sempre manifestato il proprio carattere libertario. Essi parlano all’intelletto, chi legge non riesce facilmente a farsi influenzare da false propagande. Non è un caso che tutti i regimi autoritari e totalitari abbiano mirato e mirino a utilizzare i grandi mezzi di comunicazione di massa (TV, cinema, radio) per veicolare la propria propaganda, ma la stessa operazione non riescano a fare con i libri. Quanto più si restringono gli spazi di libertà, tanto più lettori e scrittori si rifugiano nei libri. E ai regimi non resta altra via che quella di mettere all’indice i libri pericolosi o addirittura di dar vita a grandi roghi di libri.

 

I roghi di libri

Di roghi di libri è costellata la storia dell’umanità. Si distruggono i libri perché non si accettano idee e visioni del mondo diverse. Si distruggono i libri per distruggere le identità degli altri popoli. Ma si distruggono i libri anche per annullare la storia e la memoria del proprio popolo se si ha la presunzione di possedere la via della verità e quindi rifondare il destino di una civiltà. Il primo grande rogo di libri di cui si ha notizia avviene nel III secolo a.C. in Cina quando il fondatore della dinastia Ch’in fece dare alle fiamme le opere di Confucio. E non è un caso – come ha osservato Borges – che questo signore che proibì e fece bruciare tutti i libri delle epoche precedenti fu lo stesso che costruì la Grande muraglia. E l’Occidente non fu da meno: il libro biblico dei Maccabei riporta il rogo dei libri della legge custoditi dai giudei durante la dura conquista di Antioco IV. I primi imperatori romani condannarono al rogo le opere dei fautori delle idee repubblicane insieme ai libri profetici e oracolari. E poi i roghi di libri ebraici ancora nel 1200, e poi la storia dell’Inquisizione. Nel 1749, con il nascente capitalismo alle porte, la Francia era vessata da tasse e balzelli e il malcontento tra le classi colte, produttive e illuminate era sempre crescente. Il marchese d’Argenson, già ministro e acuto osservatore delle cose del suo paese, annota nel suo Journal “In questi giorni è stato arrestato un gran numero di abati, di dotti, di scrittori brillanti, che sono stati rinchiusi nella Bastiglia, (…) sospetti di scrivere libri e canzonette”. L’inquisizione francese è già al lavoro, Diderot è già guardato con sospetto. E non a caso anche l’Enciclopedia avrà una gestazione travagliata, a causa dell’arresto di Diderot. La Chiesa ordinò che venisse bruciata, poi ci si ripensò ed avendo valutato che era costata molti soldi si limitò a conservarla nell’armadio dei veleni.

Anche nel Regno di Napoli all’indomani della Restaurazione la musica non è diversa. Dopo i moti del 1820-21 e, all’indomani della repressione, il 2 giugno 1821 il governo emanava un decreto pesantemente restrittivo nei confronti della stampa e della produzione libraria. Con tale metodo si conciliavano due esigenze: quelle del governo, che vietando l’introduzione di libri stranieri, sperava di circoscrivere l’“infezione rivoluzionaria” e quelle dei tipografi napoletani che potevano prosperare al riparo dalla concorrenza esterna. Per la verità di editori, nel Regno di Napoli, non se ne trova traccia, se si esclude la sola eccezione di Morano. Si trattava piuttosto di stampatori che, approfittando delle leggi protezionistiche e della mancata adesione del Regno di Napoli alla Convenzione austro-sarda, che prevedeva, tra l’altro, norme comuni in fatto di proprietà letteraria ed alla quale aderirono tutti gli stati della penisola, ristampavano abusivamente e impunemente opere già pubblicate da altri editori italiani, sostenendo solo i puri costi tipografici non dovendo riconoscere alcun diritto d’autore. Tale politica, se nel breve periodo sembrò favorire la prosperità degli stampatori del Regno, nel lungo periodo si rivelò catastrofica. Proibizione dei libri, protezionismo, limitazione della libertà, impoverimento, ancora una volta, come tante volte nella storia, andavano a braccetto. Ma torniamo ai roghi di libri e arriviamo alla primavera del 1933 quando Hitler chiamò a raccolta i suoi per celebrare la vittoria del nazionalsocialismo e non trovò modo migliore per farlo che con un solenne rogo di libri, dando tra l’altro ragione alla profezia di Heinrich Heine che aveva scritto che “chi brucia i libri presto o tardi arriverà a bruciare anche gli esseri umani”. Sia nelle società antiche, che nella società cinese e in tutte le società autoritarie e totalitarie viene tentata la folle impresa di rifondare la storia del mondo, negando e distruggendo il passato. Mosse nel suo importante studio sulla nazionalizzazione delle masse collega il rituale del rogo alla lotta contro i demoni. Anche i regimi comunisti, ovviamente, non sono immuni da questo vizio. Sarebbero tantissimi i casi da citare, ma basterà ricordare l’ostracismo per opere come Il Dottor Zivago di Boris Pasternak e per le opere di Solženicyn. “Non si può aggiungere questo libro alle bombe atomiche dei nemici occidentali (…) non può essere pubblicato prima di 200-300 anni” scriveva un ideologo del PCUS nel 1962 a proposito della evenienza di pubblicare Vita e destino di Vasilij Grossman.

 

Una storia infinita

Tutti hanno negli occhi il ricordo del rogo della biblioteca di Sarajevo, la Vijenica, il 25 agosto del 1992. E ogni guerra ha tra le sue vittime anche e soprattutto i libri. Åsne Seierstad, giovane inviata norvegese a Kabul durante la guerra in Afghanistan, racconta ne Il libraio di Kabul la storia di Sultan Kahn, libraio afghano che coltiva la sua professione e la sua passione sotto i diversi regimi che si succedono nel suo paese, dal re, ai sovietici, ai mullah, ai talebani. Tutti preoccupati di tenere sotto controllo la sua pericolosa attività. È commovente la storia di questo libraio che sopravvive alle avversità e che si trova mille volte a dover ricominciare da zero a causa delle continue angherie del potere. “Quel giorno di novembre la polizia religiosa – scrive la Seierstad – procedette con grande coscienziosità nella libreria di Sultan Kahn. Tutti i volumi con immagini di esseri viventi, venivano tolti dagli scaffali e gettati nel fuoco. Pagine di libro ingiallite, innocenti cartoline, grandi opere di consultazione venivano sacrificate alle fiamme. Insieme ai ragazzi, intorno al falò c’erano i soldati della polizia religiosa, armati di fruste, lunghi bastoni e kalashnikov. Erano persone che consideravano come nemici del popolo tutti coloro che amavano le immagini, i libri, le sculture, la musica, il ballo, i film e il libero pensiero (…) alla fine non rimase che cenere (…) Restò solamente il libraio, derubato dei suoi volumi più cari, con un soldato talebano alla sua destra e uno alla sinistra nell’automobile. I soldati chiusero il negozio e vi apposero i sigilli, Sultan fu portato in prigione per attività anti-islamica”. Il 18 aprile 2007 a Malatya, città nel Nordest dell’Anatolia, tre persone vengono sgozzate nella casa editrice Zirve, che stampa la Bibbia e altri testi legati al cristianesimo. I tre redattori vengono ritrovati con mani e i piedi legati e la gola tagliata. Il 6 ottobre 2007 a Gaza tocca a Rami Khader Ayyad, 32 anni, cristiano, due figli e una moglie incinta ad aspettarlo a casa. La sua libreria era stata già incendiata nell’aprile dello stesso anno dalla “Spada dell’Islam”, organizzazione affiliata ad al-Qaida. Hanno atteso che al tramonto chiudesse la sua “Libreria degli insegnanti”, l’unico negozio di libri cristiani nella Striscia, per rapirlo e assassinarlo. Anche l’Isis non può sottrarsi a questa pratica. Ci sono tanti libri per bambini, libri di poesia, scienza e filosofia, alcuni dei quali risalenti a migliaia di anni fa, tra i circa 2000 esemplari che i terroristi islamici bruciano il 16 gennaio 2015 prelevandoli dalle biblioteche di Mosul. La storia continua.

 

Basta leggere un solo libro?

“Guardati dall’uomo che ha letto un solo libro”, ammoniva s. Agostino. E infatti non basta leggere un solo libro e nemmeno pochi libri. Ne occorrono tanti, per metterli gli uni contro gli altri e farli sfidare e falsificare a vicenda. Il libro è amico del dubbio, non delle certezze. Secondo Umberto Eco “i libri non sono fatti per crederci ma per essere sottoposti a indagine”. Bisogna guardarsi dai cattivi libri, dai libri terribili, come quelli di David Irving, palesemente razzisti, antisemiti e negatori dell’Olocausto. Ma mai metterli all’indice. Nel XX secolo tutti i totalitarismi avevano il proprio “libro sacro”. E se anche il XXI secolo si è aperto con un fragoroso colpo alla civiltà occidentale determinato dalla interpretazione integralista di un libro antico, la colpa non è di quel libro, ma dalle lenti integraliste con cui è stato interpretato. Questo perché, come scriveva Elias Canetti “i libri in mano agli ignoranti e ai fanatici sono completamente indifesi”. E comunque anche i cattivi libri vanno letti perché secondo John Stuart Mill se contengono delle verità è bene conoscerle, se contengono delle falsificazioni ci aiuteranno a percepire più chiaramente per contrasto quanto sia viva la verità.

 

Libertà e ragioni dell’altro

La lettura, dunque, è invisa ai nemici della libertà e a chi vuole cancellare la memoria di un popolo. In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury si racconta di come per resistere ad un potere dispotico che persegue la distruzione dei libri gli esseri viventi si identificano ciascuno in un libro e lo recitano instancabilmente a memoria per non dimenticarlo. Ma oggi il libro può essere anche un antidoto allo scontro di civiltà. Tommaso Moro nella sua Utopia racconta dell’importanza dei libri in generale e di quelli di Aldo Manuzio, il grande editore veneziano nello sviluppo della civiltà rinascimentale. Ci ricorda come i libri nel mondo “influiscono direttamente sui rapporti interpersonali tra gli uomini, sono al servizio della mente umana e oltre a moltiplicare le potenzialità della memoria, prolungano le possibilità di manifestare all’esterno il pensiero molto al di là dei limiti contingenti imposti dalle circostanze del tempo e dello spazio. Grazie ai libri gli uomini non solo diventano più vicini gli uni agli altri, ma sono resi più pronti a comprendersi, a riconoscere i valori presenti in altre civiltà, a specchiarsi in essi ed, eventualmente, a farli rinascere nel grembo della propria società”. Questa è stata anche la storia del Rinascimento, questo è quello che occorrerebbe anche a noi oggi in un delicato momento di transizione e di incertezze. Questa era l’utopia di Tommaso Moro. La nostra certezza è che ancora oggi i libri possano continuare a interpretare questa straordinaria funzione.

 

  * Presidente della Rubbettino editore

 

 Crediti immagine: Sergio Delle Vedove / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

Argomenti
0