18 settembre 2019

Liliana Segre: l’indifferenza, più grave della violenza

«Non c’erano ladri, assassini, delinquenti. La nostra colpa era quella di essere nati».

Dolore e sofferenza traspaiono dalle parole commosse di Liliana Segre nel ricordare il tempo della deportazione dal binario 21 della stazione centrale di Milano al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, a seguito delle leggi razziali promulgate in Italia nel 1938 e recanti la firma del re Vittorio Emanuele III.

Liliana Segre nacque a Milano nel 1930, in una famiglia ebraica laica, e crebbe in un clima dolce e pacifico, amata in modo incondizionato dal padre. All’età di 8 anni cominciò a prendere consapevolezza del proprio essere ebrea e delle molteplici limitazioni velocemente imposte a questa minoranza religiosa in territorio italiano. Lo shock più grande fu l’essere esclusa dalla scuola e sentirsi dire dalla maestra, dalla quale si aspettava parole di conforto: «Non le ho fatte io le leggi razziali!», con un’indifferenza che la sconvolse. Qualcosa stava cambiando e lei era ormai immersa nel turbinio del cambiamento.

Cominciò la ricerca di un rifugio, ma si scontrò ancora una volta con quella indifferenza che nella sua vita fu più forte della violenza stessa. Lei avrebbe voluto fuggire in Svizzera, ma suo padre fu inizialmente irremovibile. Poi, cominciata la fuga, tutto si fece più difficile. Arrivati al confine, l’ufficiale svizzero-tedesco che li ricevette al primo ufficio di polizia non credette alla loro situazione di futuri deportati richiedenti asilo, firmando così la loro condanna. Ancora indifferenza nella vita di Liliana. A 13 anni, nel 1944, fu rinchiusa in carcere a Varese, poi a Como e, infine, presso il San Vittore di Milano.

Dopo 40 giorni iniziò la deportazione per ignota destinazione, su vagoni detti “bestiami” che arrivavano a contenere 40-50 persone. Non c’era acqua o luce al loro interno, solo un secchio per i bisogni. Lei si stringeva al suo meraviglioso papà mentre l’aria si faceva irrespirabile e i pianti, la confusione e le preghiere sfumavano in un silenzio assordante. Di 605 deportati in quel trasporto tornarono solo in 22.

La sua permanenza al campo di concentramento di Auschwitz durò più di un anno, durante il quale paura, freddo, atroci violenze e ancora indifferenza verso esseri umani trattati come animali da lavoro segnarono Liliana per la vita. Eppure lei non smise mai di stupirsi per il modo in cui la politica dello sterminio era stata stabilita a tavolino.

«La persecuzione è fatta in modo che tu perda la tua dignità: non hai nemmeno il tuo povero corpo».

Si aveva solo la sembianza di qualcosa, non di qualcuno, marchiata da un numero diventato identità.

La vita al campo era scandita da ritmi precisi e devastanti. La mattina si veniva svegliati con una bastonata, si beveva del the dal sapore di tiglio e poi si usciva per l’appello, al gelo, con addosso divise a strisce di cotone rigenerato.

Sempre stupita e sbalordita da quello che accadeva e vedeva intono a sé, Liliana Segre subì punizioni, calci, pugni, bastonate; patì la fame e il freddo, ma la sua “fortuna” fu quella di lavorare al coperto, nella fabbrica delle munizioni. In caso contrario non avrebbe mai potuto salvarsi. Dopo le molte ore di sfiancante lavoro, si tornava a piedi al campo, affondando nel fango e nella neve. Fu tremendo vedere ogni giorno, al ritorno, la fumata nera provenire dal forno crematorio e sentire l’odore della carne bruciata di poveri innocenti.

«Non si parla mai della notte nel Lager. Invece è importantissima: si sentono le grida di quelli che vanno al gas, il richiamo delle mamme che hanno perso i figli, dei mariti senza mogli e dei bambini senza genitori».

Quando, nell’aprile del 1945, alcuni soldati francesi fatti prigionieri invitarono Liliana e le compagne a resistere perché i tedeschi stavano perdendo la guerra e presto americani e russi avrebbero posto fine a quella disumanità, non riuscirono a gioire. Non c’era più spazio per la gioia in quei corpi diventati scheletri.

Durante l’ultimo giorno di prigionia sembrò presentarsi l’occasione giusta per vendicarsi: impugnare la pistola lasciata momentaneamente a terra da un soldato. Ma sul punto di premere il grilletto, Liliana si ricordò di essere una persona diversa dai suoi aguzzini e scelse la pace e la libertà.

Fu liberata il 1° maggio 1945 e tornò a casa nell’agosto dello stesso anno come un animale ferito: aveva perso anche i riferimenti dell’educazione; non sapeva più come si vivesse lontano dalla prigionia.

Il più grande riscatto per questa donna forte e coraggiosa fu l’amore del giovane Alfredo Belli Paci, antifascista cattolico diventato suo marito nel 1951. L’essere marchiati e l’aver conosciuto entrambi l’immane sofferenza della deportazione e della prigionia costituirono da subito le basi di un’unione in cui l’amore puro e vero fu il solo protagonista.

Liliana decise di tornare a parlare della propria storia a 60 anni, diventando testimone della Shoah grazie al Libro della Memoria di Liliana Picciotto. Il 19 gennaio 2018 è stata nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed è oggi tra pochi testimoni viventi dell’olocausto a mantenere viva la memoria.

«Sono profondamente pessimista. I testimoni stanno morendo tutti e quando non ci sarà più nessuno, il mare dell’indifferenza e della dimenticanza si chiuderà sopra di noi come si fa con i corpi che annegano in cerca della libertà».

 

Immagine: Liliana Segre (circa 1938). Crediti: famiglia Segre [Public domain]. Fonte, http://www.memorialeshoah.it/liliana-segre/, attraverso Wikimedia Commons

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