14 giugno 2019

Lino Angiuli: pedagogia della terra

di Augusto Ficele

Per le piante, i fiori, gli ortaggi, di varie fogge e misure, Lino Angiuli, classe 1946, nato a Valenzano, in provincia di Bari, poeta terriero, nel senso che ha facoltà di possedersi, coltiva una predilezione particolare: quella di ascoltare in sordina queste esistenze intelligenti, attraverso le quali la semplice osservazione non è meno indispensabile dell’utilizzo della vanga. Mandorlo, carciofo, fico d’India, basilico, ulivo, rucola, cipolla e cappero, ma anche i venti a seconda delle stagioni, che arruffano la cresta del Sud, sono vestiti da lavoro che indossa quotidianamente, elementi ricorrenti nell’opera dell’autore, non perché sia una poesia sostenibile o ecologica, ma perché questa riveste una forma più radicale, sensualmente fisica, che parte dalle atmosfere agresti di Virgilio e Teocrito fino a toccare l’apice del Novecento di Bertolucci e Zanzotto.

Si avverte, come trauma storico, l’insistente presunzione dell’uomo di poter dominare la Natura, senza che egli si accorga di essere parte e non totalità dell’insieme vivente: così Angiuli prepara il campo di ribalta ‒ dal 1975 con la raccolta La parola l’ulivo (ed. Lacaita, Manduria) fino a quella di prossima uscita dal titolo Addizioni (ed. Aragno), con la meticolosa postfazione di Daniele Maria Pegorari ‒, perché con i suoi testi possa segnare l’accettazione definitiva dell’ego nel suo inglobamento con il paesaggio.

Appunto corpo e paesaggio, una mutazione analogica e allegorica per affermare la propria meridionalità, attraverso sparuti rigogli e climi non più inalterati in una scalfita wilderness, sempre più waste land, che sopravvive ancora di quella povertà essenziale del visibile. La galleria di immagini vegetali ha uno sguardo creaturale, prossimo alla fraternità con l’orto, la zolla incamera tutto: confessa profondità ancestrali, a patto che il poeta si riconosca nella nudità, allora sarà capace di godere della conoscenza:

«dove parole femmine s’accasano / a maschi silenzi / tutto quello che ho da dire l’ho vissuto a partire da / questa brandina di terra leccata dal mediterraneo [...]».

L’io diventa memoria, coscienza solo se il rapporto tra individuo e ambiente inizia ad essere comprensibile: la priorità è quella di mettere in imbarazzo il punto di vista antropocentrico; in questo modo si ha la possibilità di porre uno stato di relatività rispetto al luogo e agli altri esseri che vi abitano. La linea sulla quale si traccia il proprio impegno verso la natura trova la strada a doppio senso di circolazione: Angiuli di proposito, con ironia (calembour) e feroce sacralità rischia il più delle volte lo scontro frontale, egli non crede nella separatezza dei due termini esistenziali, al contrario stabilisce un legame inevitabile tra il suo battito e quello del mondo. La realtà si deforma, sperimenta nuove crisi, si disfa la civiltà, per entrare in un nuovo passaggio che tiene ben saldo l’anonimato, c’è bisogno di ammutolirsi, e forse questa pratica è l’ultima preghiera rumorosa:

«Mi faccio un silenzio come dico io / non sai? quei silenzi numero uno che / mantengono in petto il coraggio di tacere / né a né ba dinanzi alla reincarnazione di una / rucola bambina sull’orlo della strada secondaria / o di fronte alla sfacciata innocenza dei morti / passo dopo passo mi siedo sul bordo del giorno [...]».

Contro l’invasione cementizia, a dispetto di ogni iperconnettività, intervengono anche il sogno, il caos. Ma cosa si nasconde dietro il paesaggio? Il timbro di una voce lo precede, il verso ha la bocca impastata di intermittente sessualità, si muove attorno al “mese più crudele”, serbatoio di presenze, semine e fioriture:

«Le ragioni dell’erba sono il dogma dei capelli / dei tuoi / è la loro storia lunga che precede il tuo risveglio / se ne va in giro per aprile a fondare papaveri [...]».

Amare è una contaminazione complessa, continuamente variabile dalle spinte dell’eros sudaticcio ed esigente; è necessario dunque utilizzare questo verbo “daddò e daddà” ‒ come recita il titolo di una silloge di Angiuli ‒, ovvero da una parte e dall’altra, sotto e sopra, così ogni storia personale può considerarsi guerra memorabile, malattia che fa perdere il controllo di sé, ci si domanda se sia permanente:

«si sgonfia e si gonfia il tuo nome / spora o linfoma? [...]».

L’impressione crescente di un poeta che non conosce limite, intento a forzare la cupola dell’impossibile, mentre l’ossimoro sfugge ad ogni grado di giudizio. Vale la pena inventare il precipizio:

«Come fosse esattamente casa tua entri ed esci / dal mio desiderio quando ti pare quando mi piace / mi pesti gli orologi mi scassi gli ascensori / ti metti ad annodare i nervi slogati della mia bilancia / stiamo insieme costruendo la distanza che ci unisce [...]».

Al netto di ulteriori deviazioni, Angiuli nell’arco della sua vasta attività poetica, fa della lingua la sua identità inesauribile. Il dialetto è il suo rizoma, ha permesso alle sue viscere di fare eco: come è nato in campagna, così vorrebbe nello stesso luogo scomparire; è nel tentativo ultimo per umanizzare la terra che balla sotto i suoi piedi. Come Dafne lo tramuteranno in albero, in questo caso d’olivo, reo di non aver messo una “ics” tranciante sulla pianta infestata dal batterio, bensì “sulla pagina del cielo”.

 

Crediti immagine: Fabio Michele Capelli / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

Argomenti
0