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28 luglio 2017

Lo Zibaldone, duecento anni fa

«Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante». Questa breve e suggestiva frase è l’incipit di un testo che, più di ogni altro, racchiude l’anima e la struttura della vicenda intellettuale leopardiana. Fu scritto in una notte imprecisata, tra il luglio e l’agosto del 1817, a Recanati: Leopardi aveva solo 19 anni, e queste poche note introducono un breve passo poetico che sarà la base su cui il poeta costruirà uno dei suoi Canti più evocativi, La quiete dopo la tempesta. A partire da queste righe si sarebbe sviluppato lo Zibaldone di pensieri, un diario che diario non è, ma è piuttosto una mistura di note sparse, a volte meticolosamente datate, a volte prive di riferimenti, una sorta di compagno di viaggio cartaceo, un confidente muto e discreto che accompagna la vita del poeta fino al dicembre 1832, giungendo alla lunghezza totale di ben 4526 pagine.

Se, com’è noto, il titolo richiama la pietanza emiliana che è amalgama, gradevole ma composita, di più ingredienti, avanzi, sapori, il risultato letterario è altrettanto eterogeneo: si va da ragionamenti filosofici e filologici, brevissimi a modo di aforismi o lunghi come piccoli saggi, a stralci poetici, a riflessioni estemporanee su temi cari al poeta quali la religione, l’immaginazione, la natura, il linguaggio e la memoria. Ma è il dolore, indubbiamente, ad avere parte essenziale nella speculazione di Leopardi: esso riguarda «non gli individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi», pervade l’intero creato, ma allo stesso tempo è soggetto a quel “senso dell’indeterminato” che tutto sfuma, e dal quale scaturisce la poesia.

Alla morte del poeta, nel 1837, lo Zibaldone rimase in possesso dell’amico Antonio Ranieri per oltre cinquant’anni, finché, ritrovato in un baule, fu acquisito dalla Biblioteca nazionale di Napoli che tutt’oggi lo conserva.

La prima edizione dell’opera fu pubblicata solo alla fine del secolo, tra 1898 e 1900, in sette volumi; a curarla fu Giosue Carducci, che la dette alle stampe per i tipi di Le Monnier. Così iniziava, con quasi un secolo di ritardo, l’avventura editoriale di un testo che compie duecento anni e che, nella freschezza della prosa leopardiana, conferma la sua immortalità e l’attualità intramontabile di un intellettuale e di un poeta che aveva già compreso che «quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d’averne che basti, quanto più se ne gitta, tanto par che n’avanzi».