31 maggio 2017

Lo spirito del tempo si specchia nel cinema erotico

Lo spirito del tempo, come il diavolo, si nasconde nei dettagli: lo spirito di inizio Novecento, ad esempio, si ritrova sottilmente nei primi filmini pornografici in bianco e nero, in cui le donne protagoniste, lungi dall’essere mero oggetto di piacere e dominazione da parte dell’uomo, «si dimostrano intelligenti e piene di iniziativa, e durante il rapporto il piacere è sempre reciproco». Tutto il contrario della pornografia mainstream contemporanea: non è una fake news, ma una puntuta riflessione di Alessandro Bertolotti nella Guida al cinema erotico & porno. Va presa così questa Guida, appena edita da Odoya: come un saggio di approfondimento storico-sociologico più che come un excursus pruriginoso e sboccato sulla cinematografia hard, «dal Muto a oggi».

Scrittore e regista Rai, Bertolotti «è considerato uno dei più grandi collezionisti di letteratura erotica», si legge nell’aletta di copertina, e per Odoya ha già pubblicato, nel 2015, una Guida alla letteratura erotica: in questa nuova versione dedicata alla settima arte, si discetta di “sesso da maxischermo”, zigzagando tra passioni e matrimoni, tradimenti e primi amori, orge e violenza, sverginamenti e incesti, voyeurismo e sadomasochismo più o meno spinto.

Due sono i limiti di questo saggio molto ricco e ben documentato: il primo è la bulimia di informazioni – una carrellata così densa e serrata di opere e artisti da risultare un elenco asettico, un catalogo di letti Ikea. Il secondo è la generale confusione dell’impianto editoriale, la disorganicità dell’impalcatura argomentativa, spezzettata in capitoli a dir poco arbitrari, con indicazioni spesso ripetitive e/o farraginose. Ma forse è la natura stessa del tema trattato – il sesso – a essere “un bordello”, caotico, magmatico, cangiante, confondente. È proprio l’autore a mettere le mani avanti nell’introduzione, spiegando che «l’erotismo non esiste come genere cinematografico, tuttavia, in tutti i film possiamo trovare momenti erotici». Come a dire: l’eros non si fa etichettare, né il desiderio ingabbiare in definizioni adamantine.

Strettamente imparentato, per linea di sangue, con il cinema erotico è l’horror, dai vampiri lussuriosi alle diavolesse ninfomani, ai thriller sensuali di Hitchcock e Lynch. Anche il cinema muto ha, di per sé, una vocazione erotica, maliziosamente sfruttata nelle prime pellicole nordiche, in Danimarca così come in Germania. È al Nord che l’eros divampa: la Repubblica di Weimar fu fucina vivacissima di talenti e scritture, e infatti lì fu prodotto, nel 1919, il primo film omoerotico, Diverso dagli altri, di Richard Oswald.

Negli anni Venti il primato passa a Hollywood, macchina da guerra in fatto d’amore, coi suoi psicologismi, adulteri, triangoli e infatuazioni, con ninfette come Louise Brooks e donne fatali come Greta Garbo. Poi, però, arriva la censura, grazie al Codice Hays del 1930, esecutivo dal ’34 al ’66: tramonta la figura della femme fatale e si impone quella della «sgualdrinella biondo platino, divertente e sexy» quanto innocua. Sono gli anni di Jean Harlow e Mae West, che nei Cinquanta cedono lo scettro alle rassicuranti e burrose pin up, tipo Marilyn Monroe, cui «non appartiene l’eros misterioso». Persino «Brigitte Bardot e Mireille Darc – le ragazze finte ingenue, libere e sfrontate del cinema francese del dopoguerra – mancano di una decisa carica erotica, ovverosia non producono turbamento».

Negli anni Trenta, mentre in America imperversa la censura, in Europa si assiste al trionfo del porno francese. Paul Éluard, di ritorno da una proiezione hard in un bordello di Marsiglia, scrive di getto una lettera alla moglie (!): «Il cinema osceno, che splendore! È esaltante! La visione del sesso è magnifica sullo schermo: lo sperma che cola, i corpi che si intrecciano, tutto è meraviglioso e folle. Nello stesso tempo è tutto vero, senza artifici. È un’arte muta, un’arte selvaggia, la passione contro la morte e l’ipocrisia». Con l’Underground, nei Sessanta-Settanta, gli States tornano competitivi, soprattutto in campo artistico, sfornando pellicole pregevoli e degne di proiezione in musei e gallerie, dalle sperimentazioni di Andy Warhol al «porno chic» Gola profonda (1972) al «piccolo cult» Thundercrack! (1975).

Maestri dell’hard sono considerati il britannico Ken Russell, l’olandese Paul Verhoeven, il giapponese Nagisa Oshima e il polacco Walerian Borowczyk. Moltissimi poi i registi che si sono cimentati nella commedia sofisticata a sfondo erotico – Cecile B. DeMille, Ernst Lubitsch, Jean Renoir, Louis Malle, Ingmar Bergman, François Truffaut, Stanley Kubrick, Luis Buñuel, Roman Polański... –, firmando una o più pellicole eccitanti, anche se non squisitamente sessuali o sentimentali.

Tra gli italiani Bertolotti segnala Marco Ferreri, Giuseppe Patroni Griffi, Tinto Brass, Luchino Visconti, Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini, il cui Salò o le 120 giornate di Sodoma è un po’ la tomba dell’erotismo: tirato per la giacchetta dalla (contestazione) politica, anche il sesso langue, non di piacere ma di noia.

 

Alessandro Bertolotti, Guida al cinema erotico & porno. Dal cinema muto a oggi, Odoya, 2017, pp. 384

 

 


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