12 maggio 2014

Lombroso fa arrabbiare i neoborbonici

Cosa avrebbe ponderato Cesare Lombroso se avesse avuto la ventura di incontrare Scilipoti? Insospettabilmente i due potevano piacersi: bassini e tendenti alla pinguedine, in comune la professione e l’interesse per la medicina non convenzionale. La gustosa scenetta è disattesa da uno dei primi slanci situazionisti dell’ex Italia dei Valori, messosi in testa a un drappello di neoborbonici inferociti dal fondatore dell’antropologia criminale.

A che pro? Correva l’anno 2010. In seguito alle celebrazioni dei 150 anni dello stato italiano e al rinnovato clima nostalgico duosiciliano, un centinaio di manifestanti fomentati dal libro Terroni di Pino Aprile (nel quale si parla di improbabili lager e fosse comuni per migliaia di napoletani passati per le armi piemontesi), in un clima da ultras in cui Savoia e Mazzini finivano nello stesso bieco calderone insaporito dai coretti “Garibaldi boia/Anita la sua troia”, marciavano alla volta del riallestito museo Lombroso di Torino, chiuso al pubblico per decenni. Alla testa, insieme al secondo voltagabbana più celebre d’Italia – recentemente superato da quell’abruzzese che imita un personaggio di Crozza – l’avvocato Colacino, sindaco di Motta S. Lucia, comune della provincia di Catanzaro ove ebbe i natali Giuseppe Villella, presunto brigante e feticcio di quei rabdomantici cercatori di eroi sudisti. I cento reclamavano brevi manu il celebre teschio di Villella, esposto nel museo in quanto catalizzatore della celebre e infondata teoria dell’atavismo criminale di Lombroso: il geniale scienziato pasticcione vi aveva riscontrato una presunta malformazione, la celebre fossetta occipitale situata a supporto del cervelletto che fu assunta come dimostrazione del legame tra criminale ed esseri inferiori sulla scala evolutiva. Colacino nel mentre si diceva discendente diretto di Villella, unico mezzo per richiederne le spoglie mortali. Così, mentre la seria questione meridionale veniva diluita in un milieu culturale non così dissimile da quello dei supporter anti scie chimiche e microchip sottocutanei, una causa era avviata e il giudice del Tribunale di Lamezia Terme Gustavo Danise ha disposto la sepoltura dell’ambìto cranio; l’appello è previsto per il prossimo dicembre. Peccato che un documentatissimo testo di recente pubblicazione, Lombroso e il brigante di Maria Teresa Milicia, antropologa concittadina di Colacino e Villella, dimostra che quest’ultimo brigante non era: un modesto ladruncolo di caciotte morto in carcere per cause naturali piuttosto, ben lontano dalla figura autenticamente idealista di un Passannante. Disinnescando inoltre le accuse di razzismo anticalabrese del deamicisiano Lombroso. Del clima velenoso paga le conseguenze Silvano Montaldo, giovane direttore del museo che nel suo allestimento si presenta rigoroso e imparziale, con una encomiabile cura per gli aspetti controversi e il valore euristico e storico delle teorie dell’alienista ottocentesco: lamenta di essere stato abbandonato anche dalle istituzioni locali e non poter avviare l’ampliamento del museo con le sezioni sul paranormale e sul genio, con il cranio di Alessandro Volta in attesa. Tutto questo mentre alcune teorie lombrosiane stanno clamorosamente tornando in auge, come peraltro evidenziato dall’ottimo volume di Emilia Musumeci Cesare Lombroso e le neuroscienze: un parricidio mancato. Esperimenti come quelli di Libet mostrano come l’istante in cui un soggetto diviene consapevole di compiere un’azione è successivo a quello in cui è attivata l’area cerebrale interessata: la volontà cosciente potrebbe solo selezionare quali iniziative portare avanti o quali bloccare, con un potere di libero veto più che di libero arbitrio. Tutto in direzione dell’impossibile imputabilità dei natural born killer, cavallo di battaglia lombrosiano. Non solo: le nuove tecniche di neuroimaging ci mostrano le inequivocabili malfunzionalità dei cervelli di assassini o antisociali – in particolare, le atrofie del lobo frontale rilevate negli studi di Blake e in quelli di Raine, fino al classico caso di Phineas Gage, il ferroviere trafitto da una lancia in zona frontale che, sopravvissuto, si trasformò da esemplare padre di famiglia in individuo patologicamente irresponsabile. E se Lombroso avesse ragione?

 

Maria Teresa Milicia. Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso. Salerno ed., Roma, 2014. Pp. 168, euro 12.

Emilia Musumeci. Cesare Lombroso e le neuroscienze: un parricidio mancato. Devianza, libero arbitrio, imputabilità tra antiche chimere ed inediti scenari. Franco Angeli ed., Roma, 2012. Pp. 208, euro 27.


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