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04 ottobre 2017

Luigi Nono, l’artista e la sua isola

di Grazia Lissi

Intervista a Serena Nono

Storia di un’artista e la sua isola, la Giudecca. Un viaggio per ricordare, fra ponti e canali, l’attualità di un compositore innovatore e coraggioso, intellettuale libero e padre affettuoso. Dal 5 al 9 ottobre, a Venezia, il festival Luigi Nono alla Giudecca ideato dalle figlie Serena e Silvia Nono con Nuria Schoenberg Nono, moglie e presidente della Fondazione Archivio Luigi Nono, e la partecipazione delle tante associazioni che hanno sede sull’isola. Una rassegna da ascoltare e vedere con musica, danza, esposizioni, film, incontri e letture (www.luiginono.it).

Questo progetto nasce sia per far conoscere l’Archivio, sia per consolidare una relazione con le altre attività della Giudecca che operano nei vari ambiti, culturali, artistici e sociali. Cinque giorni di appuntamenti dislocati su tutta l’isola – racconta Serena Nono, pittrice, regista –. Mio padre trascorse la maggior parte della sua vita alla Giudecca, dedicando gran parte del suo tempo alle realtà di questo luogo.

 

Com’era la Giudecca negli anni Sessanta, Settanta?

Era un’isola proletaria, qui vivevano operai, pescatori. Mio padre, con il Partito Comunista a cui era iscritto, organizzava riunioni, incontri culturali, la Giudecca era la sua realtà. Non ha mai pensato di isolarsi dal mondo, di fare il compositore rinchiuso in una torre, si è sempre impegnato sia nel sociale sia in politica.

 

Anche lei ha deciso di tornare a vivere qui. Perché?

In fondo ci ho sempre vissuto, tranne un periodo in Inghilterra. È ancora un luogo preservato dall’aggressione quotidiana del turismo, c’è una vita genuina, la gente si conosce. Mi chiedono perché non vivo a Londra o a Berlino. Sono città fantastiche ma io sto bene a Venezia, qui ho tanti legami a cui non potrei rinunciare, amici, luoghi, la natura stessa della città.

 

Luigi Nono (1924-1990) ha saputo dialogare con il suo tempo, attento ai conflitti e alle ingiustizie, come in Il canto sospeso (1956), Intolleranza (1960), La fabbrica illuminata (1964) fino a Prometeo (1984). Un’artista, oggi, può trasformare la sua arte in denuncia?

Tutto è politica, non si può scindere quello che si fa dal significato profondo di questa parola. Oggi più che mai bisognerebbe in qualche modo preoccuparsi di quello che succede nel mondo ed essere solidali con chi sta peggio; sono tempi bui, drammatici. Ci sono tanti modi di denunciare ciò che si ritiene ingiusto. Questo festival non è solo evocativo di un personaggio e della sua opera ma cerca di confrontarsi con i problemi di oggi. Un artista ha il dovere di farlo.

 

La musica di Nono sembra farsi interprete di vicende umane dolorose, come in Quando stanno morendo - Diario Polacco n° 2, dedicato nel 1982 alla lotta dei militanti di Solidarność.

Viveva queste angosce nel profondo, sentiva la necessità di parlarne attraverso il lavoro. Il suo linguaggio musicale non era ridotto a didascalia di questi fatti, nemmeno negli anni Sessanta, Settanta in cui è stato più politico. Gigi (così Serena si riferisce al padre Luigi) cercava sempre linguaggi nuovi, l’innovazione era una necessità. È importante affermare la sua grande ricerca musicale, per alcuni anni è stato accusato di essere troppo politico, e questo avrebbe potuto rovinare la purezza della sua musica ma la sua ricerca formale è stata straordinaria. Ricordando quand’era a Darmstadt e studiava con Boulez e Stockhausen, mio padre scrisse «Negli anni Cinquanta capii che per parlare di problematiche nuove ci voleva un  linguaggio nuovo».

 

Quanto ha influito, nella sua arte, l’opera di suo padre?

Mi è sempre stato vicino in tutti i miei percorsi. Mi ha trasmesso la sua etica che formava l’estetica, la serietà, l’impegno, la passione, il vivere nel mondo.

 

È nipote di Arnold Schoenberg e figlia del compositore veneziano. Non si è mai sentita in difficoltà con un’eredità così importante?

No, avere in famiglia figure così è un pregio. Sono cresciuta con naturalezza nella musica, nell’arte. Grazie ai miei ho avuto un’infanzia e un’adolescenza stimolanti, viaggi, incontri. Non ho conosciuto mio nonno, me ne parlano tanto la mamma e gli zii che si occupano dell’archivio di Vienna. Come artista non mi sono mai sognata di paragonarmi al nonno e al papà, figure che hanno cambiato la storia della musica.

 

Se dovesse scegliere un brano di suo padre per rappresentare gli anni che stiamo vivendo?

Le problematiche dell’intolleranza, dell’ingiustizia, il potere che distrugge, la violenza della guerra sono temi ricorrenti in molti suoi lavori, quindi attuali. Sono legata ai brani composti negli anni Settanta, quando iniziava a utilizzare la musica elettronica, ma amo molto anche Prometeo e Sofferte onde serene.

 

Ha mai dipinto per suo padre?

Quand’era vivo l’ho ritratto diverse volte, disegnavo dei quaderni che poi gli spedivo, dopo alcune prime ho fatto degli schizzi su ciò che avevo ascoltato, disegni che lui conservava. Ho smesso con la sua scomparsa, a volte ascolto la sua musica quando dipingo e ho utilizzato alcuni brani per i miei film. Continuo a creare cose “insieme” alla sua musica.

 

Crediti immagine: Livio Fioroni


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