25 maggio 2020

Memoria storica

 

Com’è noto la memoria è una funzione psichica e neurale tipica degli umani ma, in generale, è la capacità comune a molti organismi di conservare tracce di esperienze passate, vissute direttamente o assunte da altri. Vi sono molte forme di memoria: personale, familiare, dichiarativa, collettiva, eidetica, informatica. L’esperienza della pandemia che nel 2020 ha coinvolto gran parte dell’umanità ci ha fatto familiarizzare anche con una dimensione biologica della memoria, la memoria immunitaria, quella per cui un organismo dopo un primo contatto con un antigene - cui segue la produzione di anticorpi - a un successivo contatto con lo stesso antigene risponde con una produzione anticorpale efficace nella difesa. Vi sono ovviamente molte altre associazioni del lemma memoria, al punto che potremmo pensare a un suo carattere polisemico. In effetti si tratta solo di una proliferazione intrigante del significato originale di ricordo e richiamo di esperienze precedenti, rivissute personalmente e non di rado trasmesse ad altri sì da farne un ricordo collettivo, condiviso nel dolore (lutto) o nella gioia (celebrazione). La memoria storica è una di queste modalità che, per le sue caratteristiche, può creare identità individuale o comunitaria.

 

È, in sostanza, un processo, come abbiamo detto, a volte personale altre collettivo, che costruisce, fondamentalmente tramite il ricordo, percorsi comunitari e individuali nel conferire riconoscimento alle proprie percezioni e al proprio vissuto.

 

Si sviluppa, nella maggior parte delle occasioni, nel profondo dell’intimità personale e da questa viene elaborata per l’esterno. Per un suo uso pubblico che rappresenti un significato non solo per la persona ma, allo stesso tempo, per l’insieme sociale in cui si colloca. Essa è il simbolo di un rapporto stretto con la vita, nel suo attimo, nel suo esserci, nel suo pensarsi e nel suo processo di ricostruzione personale.

 

A volte essa si espande e generalizza, altre ne è proprio generata, attorno a ricostruzioni collettive che provocano usi (a volte anche abusi) e costumi che indicano, ed influenzano, comportamenti singoli, e viceversa.

 

Il racconto interseca due piani: fatto e ricordo. Verifica, però, e si costruisce, fondamentalmente, attorno all’uomo, alla sua individualità al suo essere “animale sociale” («sono gli uomini che la storia vuol afferrare. Colui che non si spinge fin qui, non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione», ricordava Marc Bloch). Con la persona come soggetto basilare della fruizione del ricordo, non solo come produttore. Nella qualità, quindi, di attore e oggetto quasi contemporanei, quasi consustanziali.

 

La persona ha quasi bisogno di raccontare la propria storia, poiché così facendo si crea la storia e si struttura la memoria: «Il verbo “ricordarsi” doppia il sostantivo “ricordo”. Questo verbo designa il fatto che la memoria è “esercitata”», rifletteva Paul Ricoeur.

 

Primo Levi si interrogava sul senso di essere sopravvissuti al lager. Sul merito personale o sul semplice caso (perché io sì e lui no?), rispetto ad altri magari più generosi, sensibili, utili, più degni, che gli avevano perfino salvato la vita: «ti esamini, passi in rassegna i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro sia mascherato o travestivo: no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte…), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere. È solo una supposizione, anzi, l’ombra di un sospetto; che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma questa volta dico “noi” in un senso molto ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua». Il ricordo e la memoria possono, dunque, essere strumenti di gioia, oppure di scrupolo e persino di rimorso per colpe che oggettivamente non hai, ma che ciononostante continuano a tormentarti: il tarlo spesso continua a lavorare per tutta la tua vita.

 

Aggiungasi poi che nel momento in cui il ricordo è raccontato, e la memoria si esercita, occorre prestare massima attenzione a che essa non venga manipolata per scopi ideologici.

 

Protagonista resta, comunque, la persona con tutte le sue esperienze ed il bagaglio del suo cammino come riferimento. Un pensiero umano, vivente. Sosteneva Henri-Irènèe Marrou: «la storia è percezione del passato attraverso un pensiero umano vivente e impegnato; essa è sintesi, una unione indissolubile di soggetti e oggetto».

 

La memoria rappresenta quindi una formazione basilare di ricostruzione del passato, della sua proposizione prima verso di sé e quindi al pubblico, inteso come agorà di dibattitto e di valorizzazione, finanche di confutazione. O, sarebbe meglio dire, di raffinazione e smussatura di spigoli, angoli bui, strettoie del ricordo, dettate da impressioni del momento, da sensazioni personali, da strutture mentali sulle quali si posa e sviluppa il proprio vissuto.

 

La memoria è una forma di empatia che ci pone in contatto con l’altro, che ce lo fa leggere non solo attraverso la complessa impalcatura della strutturazione storica, ma ce lo mostra con le sue sensibilità, i suoi dubbi, le sue debolezze e virtù. Essa si evolve. Si trasforma. È vita che scorre, è fenomeno carsico, che scava, si nasconde e fuoriesce potente. «Mi figuro il viaggio delle memorie molto simile a quello - riflette Mario Isnenghi - del nastro trasportatore degli aeroporti. Proprio come valigie e borse, le memorie di un popolo vengono caricate dagli addetti, messe in movimento e poi spariscono in tunnel misteriosi, ricompaiono, compiono tratti diritti, traiettorie e curve visibili o segrete: magari - se non le afferriamo a volo - tornano a sparire per riaffiorare in un altro punto, dove qualcuno ne anticipa la riapparizione e altri, meno esperti, non se le aspettano».

 

Fare memoria vuole dire fare storia tout court?

 

Si dibatte da tempo sulla necessità di conciliare questi due aspetti, queste due manifestazioni del pensiero e della ricostruzione umana del passato, in vista del futuro. Essenzialmente il ricordo, la memoria esercitata, dunque, svolgono una funzione quasi “originaria” nei confronti della storia. La memoria è ingrediente (le memorie dei singoli concorrono a costruire la verità) e condizione comunque ineludibile per fare la storia. Ma poi, una volta definita la storia e collocata nel suo sito, nel suo tempo, la memoria continua a lavorare e attingere dalla storia del passato ciò che serve al presente, farne cioè combustibile morale e politico per alimentare il motore della storia che prosegue.

 

Pierre Nora ha dipinto memoria e storia come due momenti, uno sacro (la memoria) e uno laico (la storia) che si muovono su piani sostanzialmente differenti: «La storia in quanto operazione intellettuale e laicizzante, richiede analisi e discorso critico. La memoria colloca il ricordo nell’ambito del sacro, la storia lo stana e lo rende prosaico. […] La memoria si radica nel concreto, nello spazio, nel gesto, nell’immagine, in un oggetto. La storia si installa nelle continuità temporali, nelle evoluzioni e nei rapporti tra le cose. La memoria è un assoluto mentre la storia non conosce che il relativo».

 

Sul piano metodologico, esse partono da punti di vista differenti. Si pongono però in dialettica. Una “dialettica aperta”, scriveva Ricoeur, in cui tentare di stabilire primati, è comunque “indecidibile”. Probabilmente un esercizio anche poco utile. E questo confronto, sempre aperto, mai pago e saturo, preserva entrambe, all’interno della “dialettica aperta”: «da quel passaggio al limite, da quella hybris, costituita, da una parte, dalla pretesa della storia a ridurre la memoria al rango di uno dei suoi oggetti, dall’altra, dalla pretesa della memoria collettiva ad asservire la storia per il tramite di quegli abusi della memoria, che possono diventare le commemorazioni imposte dal potere politico o dai gruppi di pressione». Abusi che possono essere evitati solo se i popoli - al di là delle contingenze politiche e dei dei governi - sanno costruire e accettare memoria e storia condivise. C’è identità nazionale, infatti, solo quando non si indugia a narrazioni divise della storia e della memoria.

 

La memoria vive, inoltre, attraverso i luoghi in cui si promuove, in cui si racconta. E ciò amplifica la comprensione in concorso con altri fenomeni di lettura e racconto della realtà. Andare sui luoghi che conservano la memoria, aiuta, come detto, a ricostruire con il contatto e il “calore” vivo che da essi promana, quella strutturale e consapevole cittadinanza che complessivamente si pone alla base della democrazia.

 

È l’impatto, la vista, il tatto, l’olfatto. Sono i sensi che operano, ricordano e immagazzinano. Elaborano e fanno memoria, dunque. Producono immagini, rappresentazione. Lo spazio, e le esistenze che vi si sono mosse all’interno, diviene protagonista e disegna, individuandolo, un posto al di là di confini fisici, e anche mentali. Così si dà concretezza e si crea non solo uno spazio pubblico, ma una sorta di foro interiore in cui si suscitano emozioni, si induce alla riflessione, si giudicano secondo criteri di libertà e democrazia, e secondo coscienza, i grandi avvenimenti non solo della storia, ma anche del proprio tempo. La storia e la memoria aiutano, infatti, al discernimento del presente, e all’intuizione dei percorsi futuri.

 

La memoria è materia che va trattata, però, con grande cautela e sensibilità. Essa è frangibile, perché tale è l’ospite e il protagonista, l’uomo, nella sua vicenda terrena. Ha annotato Piotr Cywiński: «La memoria umana ha bisogno di essere verificata, proprio come ogni altra fonte storica». E verificare, significa sostanzialmente, chiarire, analizzare, per meglio comprendere. Ecco quindi che memoria e storia si aprono ad un aspetto fondamentale, che le accomuna più che separarle, e cioè la tensione, primariamente, a comprendere.

 

Il passato, ma anche il presente e il futuro, insisto. La memoria storica a questo serve. Scrive E.J. Hobsbawm (Il secolo breve, Milano, 1997): “La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Questo fenomeno fa sì che la presenza e l’attività degli storici, il cui compito è ricordare ciò che gli altri dimenticano, sia ancora più essenziale alla fine del secondo millennio. Ma proprio per questo motivo gli storici devono essere più che semplici cronisti e compilatori di memorie, sebbene anche questa sia la loro necessaria funzione”.    

 

* Uomo politico italiano

 

 

Crediti immagine: Free-Photos da Pixabay

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