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15 giugno 2017

Memorie etrusche dalla necropoli di Tarquinia

Non si può non averla vista, almeno una volta nella vita. E non si può certo restare indifferenti di fronte a uno spettacolo capace di ricongiungerci con le radici stesse della nostra storia. Quando si accede alle tombe ipogee della necropoli etrusca dei Monterozzi lo sbigottimento prevale su qualunque altra emozione, tale è la perizia delle pitture funebri che, nonostante i furti e i trafugamenti perpetrati nei secoli, sono giunte fino ai giorni nostri. I dipinti delle sepolture tarquiniesi costituiscono di fatto “la prima pagina della grande pittura italiana” (così infatti le definì Massimo Pallottino, padre dell’etruscologia): databili dal 530 circa al III secolo a.C., costituiscono un’incredibile antologia visiva degli usi e costumi etruschi, capace di testimoniare con dovizia di dettagli molti episodi della quotidianità e della vita di un tempo. Scene di caccia e pesca si alternano a banchetti e riti propiziatori; danze e giochi accompagnano raffigurazioni di animali esotici, gestualità e abitudini che fanno pensare all’opera di artisti provenienti anche dall’antica Grecia. Le rappresentazioni si susseguono da una tomba all’altra come parti di un film ancora incompleto, che inizia nella realtà e conduce mano mano in una dimensione “altra”, occulta e misteriosa.

La Necropoli dei Monterozzi, il cui nome si riferisce ai tumuli delle sepolture principesche del VII-VI secolo a.C. (purtroppo quasi completamente spianati da lavori agricoli in epoche successive), si trova a poca distanza dall’attuale abitato di Tarquinia, in provincia di Viterbo, e a pochi chilometri dal mare. Si estende per 750 ettari sopra un’altura, correndo parallela al Tirreno per 6 km, e rappresenta a oggi l’agglomerato cimiteriale più vasto riconducibile agli Etruschi. Le sepolture scavate nella roccia individuate fino a oggi sono circa 6000 e le più antiche risalgono addirittura al VII secolo a.C. Dimensione e planimetria cambiano a seconda della datazione: quelle di età arcaica e classica sono costituite da un ambiente unico, quadrangolare, pensato per ospitare la coppia maritale; quelle del periodo ellenistico sono invece destinate ad accogliere più persone e assumono dimensioni più importanti. Le camere decorate sono circa 200 e, come le dimore funebri a tumulo, appartenevano ovviamente ai ceti aristocratici.

Grazie alla presenza di questo ciclo monumentale di tombe dipinte, la necropoli tarquiniese è diventata Patrimonio dell’Umanità Unesco nel 2004, insieme a quella di Cerveteri. L’area attualmente aperta al pubblico, in località Calvario, è ubicata nella zona occidentale della collina: è facile riconoscere le tombe visitabili, grazie alla struttura “a casetta” che le protegge dagli eventi atmosferici. Per ammirarle, bisogna percorrere un breve corridoio a scale (dromos) che conduce in discesa fino alla camera funebre, ulteriormente protetta da umidità e vapore acqueo grazie a una barriera trasparente e isolante.

Gli accorgimenti a tutela del sito nulla tolgono alla forte impressione suscitata dai dipinti, che catapultano lo spettatore in un’epoca remota, per lo più ancora sconosciuta. Le raffigurazioni più antiche raccontano di una vita che continua dopo la morte, con le sue attività e le sue piacevolezze; le scene databili dal V secolo a.C. in poi testimoniano, invece, un sovvertimento della concezione dell’aldilà, che si popola progressivamente di figure mostruose e di personaggi riconducibili alla mitologia greca. Tra le sepolture meglio conservate, si segnalano: la tomba della Caccia e della Pesca, con la figura di un giovane tuffatore che trova un confronto interessante con lo stesso soggetto, più tardo, rinvenuto a Paestum; la tomba delle Leonesse o delle Pantere, scoperta nel 1873, con soffitto a scacchi bianchi e rossi; la tomba della Pulcella, purtroppo compromessa da asportazioni vandaliche nel 1963; la tomba dei Baccanti, con vivaci danze orgiastiche e leoni che divorano le prede; la tomba dei Leopardi, con le scene di un dinamico banchetto in cui si riconoscono tre coppie (una delle quali composta da soli uomini); la tomba di Polifemo o dell’Orco, costituita dai vani di due tombe contigue (poi unificate), con la scena dell’accecamento del ciclope; la tomba degli Auguri, con due rappresentazioni del Phersu, maschera dei ludi funebri etruschi; la tomba dei Tori, una delle più antiche; la tomba dei Cavalli o del Barone, che presenta una particolare finezza di esecuzione.

Intorno, la natura regna incontrastata: prati, poggi e colline verdeggianti sembrano voler placare il desiderio di conoscere meglio, di sapere di più. Su un luogo ancora troppo poco noto e valorizzato, eppure depredato in ogni epoca storica. E su un popolo, quello etrusco, che ha posto le basi della nostra civiltà.

 

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24 febbraio 2017

Eraclea Minoa e l’antico teatro in pericolo

Sicilia, provincia di Agrigento, comune di Cattolica Eraclea. A picco sul mare, sopra alte scogliere di marna bianca che delineano la costa fino alla celebre Scala dei Turchi, sorge un sito archeologico in ideale continuità con Selinunte e l’antica Agrigento: quello di Eraclea Minoa. Dal promontorio di Capo Bianco si dominano il mare, la pineta e la Riserva Naturale della Foce del Platani, fiume poderoso che sfocia tra le dune dopo un corso di oltre 100 km. Non è difficile immaginare perché i coloni selinuntini decisero, nel VI secolo a.C., di fondare qui una città, del cui nome ancora non sono certe le origini.

L’ipotesi più leggendaria lo riconduce a Eracle e a Minosse: secondo il mito, il re cretese avrebbe trovato la morte proprio in queste zone (precisamente nella città sicana di Camico, dove fu ucciso su ordine di re Cocalo grazie a un acuto stratagemma ordito da Dedalo, che lo stesso Minosse aveva inseguito in terra straniera dopo le note vicende del Labirinto). Alla fine del VI secolo a.C. Eraclea Minoa finì sotto il dominio di Agrigento e quindi, dopo varie distruzioni dovute ai conflitti tra Greci e Cartaginesi, fu da questi occupata e prescelta come base della propria flotta durante le guerre contro Roma. Passò quindi sotto il controllo romano (Cicerone, nelle sue Verrine, la annovera tra le civitates decumanae della Sicilia romana) e si spopolò progressivamente nel corso del I secolo a.C.

Ritornò parzialmente alla luce solo con gli scavi archeologici del secolo scorso: iniziarono nel 1907 e ripresero negli anni Cinquanta, continuando per vari decenni. I ritrovamenti permettono di ricostruire e immaginare l’imponenza e la bellezza della cittadella, a partire dalla sua cortina muraria, lunga 6 km e spessa 2 metri e mezzo. La fortificazione di forma ellittica arriva fino al fiume Platani e annovera otto torri quadrangolari e diverse porte di accesso; nella parte orientale presenta un bastione di circa 6 metri con due torri (una circolare, l’altra quadrangolare) aventi base in conci bugnati e parte superiore in mattoni crudi.

Dell’abitato sono stati rinvenuti due strati, uno con abitazioni del IV-III secolo a.C., l’altro di epoca successiva (II-I secolo a.C.): al primo risalgono due case completamente scavate a base quadrata, con pavimento in cocciopesto e cortile centrale, inserite in un reticolo viario di strade parallele e ortogonali; al secondo si riconducono abitazioni contraddistinte da basamenti in pietra gessosa e pareti intonacate in mattoni crudi. Nel sito è presente anche un piccolo antiquarium, dove sono custoditi vari reperti: statuette, vasellame, arredi funebri, suppellettili, utensili.

Purtroppo, le buone notizie finiscono qui: chi decide di visitare l’area è infatti costretto a vivere sentimenti contrastanti, in bilico costante tra lo stupore per la bellezza del luogo e la rabbia, o lo sconforto, per le precarie condizioni in cui viene gestito e conservato. Nessuna indicazione nei vari settori, nessuna guida, nessuna risposta alle telefonate. Servizi fatiscenti, erbacce, avvisi scritti a mano che avvertono della presenza di aspidi. Tutto questo fa da antipasto a uno spettacolo che non si vorrebbe davvero vedere: un orrido parapioggia pericolante sovrasta e occulta il vero gioiello del sito, uno splendido teatro proteso verso il mare risalente al IV secolo a.C., tra i più antichi della Sicilia e tra i pochissimi con la cavea rivolta a sud.

La tettoia attuale doveva essere provvisoria: fu posizionata nel 1999, dopo la rimozione di una precedente, sciagurata copertura in plexiglass (che aveva gravemente danneggiato i dieci gradoni in marna dei nove settori del teatro, soffocati e sbriciolati dall’umidità). Invece oggi è ancora lì: semi-divelta dal vento, continua a rovinare la vista e le condizioni del prezioso edificio. E non basta: poco distante, altri scavi sono stati imprigionati da un brutto capannone, sotto il quale in estate è difficile perfino respirare.

Nonostante vari appelli, tra i quali un articolo di Gian Antonio Stella pubblicato dal Corriere della Sera nel 2014, nulla a oggi è stato fatto per salvaguardare Eraclea Minoa, né per promuoverne adeguatamente la conoscenza. Il restauro e il miglioramento della fruizione del sito sono stati inseriti nei progetti e nei finanziamenti del “Patto per la Sicilia” recentemente siglato da Governo e Regione, ma chi scrive ritiene opportuno alzare comunque la mano, nella speranza che gli interventi necessari vengano avviati quanto prima. E nell’augurio che altri amanti della bellezza italiana si rechino presto ad ammirare questo luogo, che rimane straordinario malgrado le tettoie, l’incuria e le erbacce.

 

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31 gennaio 2017

Alla necropoli di Fossa, tra menhir e misteri

Sono settimane tragiche per l’Abruzzo e per il Centro Italia. L’inverno sta infliggendo i suoi colpi più duri con il gelo e le copiose nevicate, sventuratamente associati a scosse sismiche che flagellano il territorio da mesi. Il territorio dell’Aquilano purtroppo non fa eccezione, nemmeno a Fossa, comune martoriato dal terribile terremoto del 2009 che però resiste tenacemente insieme ai suoi preziosi tesori culturali.

Attualmente è chiusa la chiesa di Santa Maria ad Cryptas con i suoi affreschi gioiello, un’antologia mirabile di raffigurazioni bizantino-cassinesi e di scuola toscana protogiottesca (la sua riapertura è prevista entro l’anno, a restauri conclusi). Ed è chiusa fino all’estate la necropoli dei Vestini, distesa dal IX secolo a.C. nella piana dell’Aterno insieme ai suoi misteriosi menhir. Eppure, oggi più che mai, la portata storica di questi luoghi va divulgata e sostenuta, nella speranza che - appena sarà possibile - viaggiatori e appassionati tornino numerosi a visitarli.

La necropoli si trova nella piana alluvionale, a circa 2 km da Fossa. Fu scoperta casualmente nel 1992 mentre si procedeva alla realizzazione di alcuni capannoni industriali e divenne da subito oggetto di indagine da parte della Sovrintendenza Archeologica d’Abruzzo. Gli esiti non tardarono a indicare questo luogo come una delle necropoli monumentali più importanti d’Italia, attiva dal IX al I secolo a.C e appartenente ai Vestini Cismontani, nome con il quale i Romani definirono in età storica gli abitanti di queste zone, i cui insediamenti più importanti erano Aveia (Fossa), Peltuinum (Prata d’Ansidonia) e Aufinum (Capestrano).

L’area interessata occupa 5000 mq, ma la sua estensione sembra essere di molto maggiore, probabilmente un tutt’uno con i nuclei di Varranone a Poggio Picenze e di Macerine a San Demetrio dei Vestini. Le tombe rinvenute sono circa 600 e si suddividono in tombe a tumulo, a camera, a incinerazione. Sono state anche trovate fosse semplici, con cassone ligneo e diversi coppi laterizi destinati alle sepolture dei neonati.

Appena si accede alla necropoli, la Storia impone un rewind repentino, complice anche la vastità della piana. Ciò che attira subito l’attenzione sono le forme circolari delle grandi tombe a tumulo, curiosamente accompagnate da file di menhir disposti in ordine crescente. Queste sepolture - che in alcuni casi hanno un diametro dai 10 ai 15 metri - appartengono alla fase più antica del sito (IX-VIII sec. a.C.) e contraddistinguono alcune tombe maschili.

Sebbene non esista a oggi una certezza storica riguardo al loro significato, si ritiene che il numero e l’altezza delle pietre verticali simboleggino l’età del defunto e il suo percorso vitale, dalla nascita (menhir più piccolo, a est) alla morte (menhir più alto, a ovest). L’ultima lastra è invece inclinata e appoggiata sul cerchio perimetrale composto da pietre, quasi a indicare la caducità dell’uomo nel momento del trapasso. I menhir si susseguono nel percorso archeologico, che comprende anche fosse semplici e le tombe a camera di età ellenistica (IV - II sec. a.C.), perfettamente conservate, in cui sono stati rinvenuti corredi funerari di rara fattura.

Archeologi e studiosi hanno trovato qui un’antologia di opere straordinarie su cui continuano indagini e ricerche, primo tra tutti il letto funebre in osso della tomba numero 520, attualmente conservato al Museo Archeologico di Chieti, riccamente lavorato con volti, animali e figure mitologiche riconducibili all’arte e alla cultura greca. Insieme a questo genere di manufatti, gli scavi hanno restituito anche vasellame, armi, dadi da gioco, gioielli e vari oggetti di uso quotidiano riconducibili alle diverse fasi storiche. La necropoli perse la sua importanza con il I° secolo a.C., periodo in cui i Vestini assimilarono progressivamente usi e costumi romani: alle tecniche di sepoltura precedenti si sostituirono l’incinerazione e l’inumazione e il sito si avviò al declino.

Eppure oggi, a distanza di migliaia di anni, questo luogo comunica ancora emozioni e sentimenti forti. Saranno la sua vastità, i suoi misteri, la quantità di testimonianze che svela a ogni passo? O sarà la sua amenità, paradossalmente protetta dalla scarsa conoscenza che gli è attribuita? Probabilmente valgono entrambe le risposte, che invitano a compiere un viaggio all’indietro nel tempo. Chi accetterà di compierlo, scoprirà ancora una volta il fascino della storia del nostro Paese, attraverso la memoria di un popolo del passato estremamente evoluto, colto e in dialogo costante con tutte le culture del Mediterraneo. Anche con la nostra.

 

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08 giugno 2017

Xi’an, capitale florida e gloriosa della cultura cinese

La Cina resta una delle poche esperienze di viaggio dove sia ancora possibile stupirsi, pur visitando un Paese che proprio sul turismo, interno e internazionale, sta puntando (e investendo) moltissimo. Lo stupore comincia fin dall’arrivo all’aeroporto internazionale di Xi’an, l’antica Chang’an, fondata 3100 anni fa; una delle quattro capitali delle antiche civiltà del mondo, fulcro di 13 dinastie tra cui la Qin, la Han e la Tang, tra le più floride e gloriose della storia cinese. Tutto qui funziona alla perfezione, anche per i voli che arrivano a notte fonda: controllo documenti, taxi, informazioni, bancomat, posti di ristoro, ogni cosa è regolata, rapida e di chiara comprensione per gli stranieri.

Ordine e pulizia da fare invidia alla Svizzera contraddistinguono le strade di questa metropoli da quasi 9 milioni di abitanti, cresciuta in verticale, in pochi decenni, con i suoi grattacieli tutti ben allineati e immersi nel verde, grazie all’estensione del territorio, che permette di creare megalopoli che non opprimano, tra larghe strade e vie di scorrimento, straordinariamente percorse da un traffico fluido di auto nuovissime, e da moto rigorosamente tutte elettriche.

Prima tappa consigliata, per ritemprarsi e passeggiare tra vialetti e fiori curati da volontari che usano ancora attrezzi antichi come gli scopini di rami di betulla, i giardini botanici, un’oasi di pace e tranquillità, dove capita di assistere allo shooting fotografico di sposi nei classici abiti da matrimonio.

Di certo vale una mezza giornata anche il quartiere musulmano (50.000 circa i praticanti, alla pari dei cristiani, che qui fanno capo alla diocesi della chiesa di S. Francesco d’Assisi, costruita nel 1715). Dopo avere attraversato una sorta di gran bazar turco, dove gustare i deliziosi succhi di melagrana e gli yogurt venduti per meno di 50 centesimi in delicati vasetti di porcellana con ideogrammi cinesi, si arriva alla Grande moschea, con il minareto ottagonale e la tipica struttura architettonica cinese. Racchiusa tra mura, con le classiche pagode ai lati dei vialetti del giardino, la moschea si può ammirare solo dall’esterno, ma è certo una visita imperdibile in città. Come lo è la Foresta delle stele di Xi’An: istituita dalla dinastia Song nel 1087, vanta 3000 stele di pietra, tra cui il “sutra Kaicheng”, con 650.000 caratteri cinesi. Nel 1949 fu fondato il museo e oggi l’area, di quasi 32.000 mq, con il Tempio di Confucio e la Sala d’arte d’incisioni dove ammirare all’opera i maestri di scrittura che mantengono e restaurano le antiche incisioni, è tra le più visitate. Così come la Grande Pagoda dell’Oca Selvatica, eretta nel 652 per conservarvi i sutra classici del Brahma. Per evitare code, meglio la mattina presto o il tardo pomeriggio.

Chi arriva in questo angolo della Cina nord-occidentale non può esimersi dal classico appuntamento con l’Esercito di terracotta. Nonostante la costrizione sotto un enorme hangar per proteggerli dalle intemperie e dal degrado, i 7400 tra guerrieri e cavalli dell’imperatore Shihuang della dinastia Qin restano a buona ragione l’ottava meraviglia. Sul sito archeologico originario il museo, costruito nel 1979, si suddivide in tre fosse, una più grande di 14.260 mq. e due più piccole per un totale di 22.780 mq, che insieme costituiscono la disposizione dell’esercito come fu rinvenuto. Uno spettacolo che colpisce i visitatori, mentre fanno foto e ammirano l’opera dalle passerelle, soprattutto quando si osservano da vicino le teche che contengono alcuni guerrieri (uno su tutti, con le suole degli scarponi a pallini perfettamente riprodotte, a cui pare si sia ispirato il fondatore delle Tod’s).

Per finire in bellezza e gioia questa immersione nell’arte cinese più antica, dove la scultura diventa sublimazione di ricchezza e di devozione al sovrano, un’altra forma d’arte molto apprezzata dalla popolazione è lo spettacolo ricco di effetti speciali, di musica e canti di celebri opere cinesi di epoca Tang, che dalla primavera si tiene anche all’aperto (in diversi luoghi e teatri della città, prenotazioni negli hotel e uffici turismo).

 

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04 aprile 2017

La moda passa, il Partenone resta

Cosa accadrebbe se, un giorno, nella chiesa della nostra parrocchia, quella che frequentavamo da bambini, trovassimo il set di una pubblicità di alta moda? A prima vista, forse, ci verrebbe da ridere, poi, però, quando la comicità lascia spazio al sentimento dell’umorismo – di pirandelliana memoria – ne avvertiamo l’inadeguatezza e con gli occhi smagati, osserviamo conturbati quei comportamenti così poco liturgici, inani e sgraziati; e allora, il sorriso lascia spazio alla mestizia, ci sentiamo offesi nell’assistere allo svilimento di ciò che consideravamo sacro.  Quando ci capita di vedere l’immagine del Partenone, subito pensiamo all’antichità classica, alla Grecia, e non lesiniamo fantasticherie. Veniamo travolti dai ricordi che l’istruzione scolastica ha impresso in noi come esperienza sentimentale più che conoscenza pedagogica. Immaginiamo la polis, la nascita della democrazia, l’isonomia, lo spirito dell’uomo, l’etica, la morale, la bellezza e la filosofia. Ci commuove l’idea che non c’è posto dello scibile che i greci non abbiano tentato di raggiungere, sino a toccare la perfezione. Ancora oggi, la luce di questa civiltà ha la sua forma nelle colonne spezzate del Partenone, nelle metope esportate, nei marmi divelti, nella fatica quotidiana delle cariatidi. La tirannia del tempo, che tutto consuma, non ha ancora cancellato la storia, unica custode di quelle pietre. Ma, benché “la storia è sempre storia del presente”, tendiamo a pensare questi luoghi con nostalgia e distacco, come se dovessero restare, per sempre, nel passato. Non c’è rovina classica che non sia prima di tutto fuori dal mondo, fuori dal tempo, come un’idea che non ha quotidiano.  «Queste rovine non nacquero come rovine, erano templi, erano statue, erano palestre di giovani belli come eroi, che i poeti cantavano come eroi, che voi scolpiste come eroi, intorno ai templi» - mutuando le parole dello storico dell'arte Cesare Brandi. Insomma, questi luoghi sono stati creati dall’uomo per abitarli. Tra queste pietre si poteva, davvero, scorgere Fidia a lavoro; origliare le donne dialogare nel gineceo delle case; sentire le urla degli attori di teatro in maschera; si poteva incontrare Eschilo, Sofocle, Euripide, Pericle o la sua donna Aspasia, Demostene; si poteva vedere Prassitele che scolpiva il suo nome sulla base di una statua; la pizia in trance prima del vaticinio; si poteva salire fino all’interno del Partenone – sempre aperto – e pregare Atena Parthenos, nella sua magnificenza d’oro e d’avorio. Oggi, conoscere tutto ciò è importante non solo per attirare turisti, sempre e solo di passaggio, ma soprattutto per recuperare il sentimento dell’opera, ovvero riacquistare lo spirito dell’uomo che l’ha creata. Non è dalla pubblicità per fini commerciali o dalle immagini sulle copertine patinate che si può creare un corto circuito con l’antichità classica. Certo, anche la moda è una cultura e due culture non si sommano mai, possono essere dialettiche e quindi comunicare, ma sovrapponendole si rischia un imbarazzante silenzio. «Etiam periere ruinae» scriveva il poeta Lucano, “sono morte perfino le rovine”, riferendosi ad una frase detta da Giulio Cesare visitando le rovine di Troia; ebbene, la distruzione delle rovine greche comincerà quando non saremo più in grado di riconoscere il significato su cui poggiano quelle pietre. Quando dimenticheremo che il Partenone è stato sì, voluto da Pericle, ma votato da uomini liberi, democraticamente in assemblea, affinché quelle colonne – di marmo pentelico – divenissero il simbolo della democrazia. Il passaggio del testimone, con la nostra cultura, avverrà se le pietre dell’Acropoli torneranno ad essere l’incudine dove si forgia l’umanità, se ci sapranno parlare di resistenza, di libertà e di giustizia, se ci indicheranno, ancora, dove ha insegnato Socrate, senza diventare vacua e fugace cornice nel monologo pubblicitario della noia.

 

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