16 giugno 2020

Minà, Storia di un boxeur latino

 

Una buona morale per l’orrendo delitto di cui vi ho narrato potrebbe essere: leggete tante biografie. Una sola non è sufficiente. Guardate me che ho sprecato una caterva di tempo su quella di Marx. Avessi letto subito la vita privata del presidente Mao non mi troverei qui adesso. Per non inguaiarsi bisogna beccare la biografia giusta. Solo che non puoi mica sapere prima qual è quella che fa al caso tuo. È per questo che bisogna leggerne tante. Leggetene e regalatene agli amici, potreste fargli un grosso favore.

(Tommaso Pincio, Cinacittà).

 

 

Storia di un boxeur latino è l’(auto)biografia giusta che molti dovrebbero leggere: ho pensato questo, rileggendo un bel romanzo di Tommaso Pincio, Cinacittà, quando, a un certo punto, il protagonista dice che «per non inguaiarsi nella vita bisogna scegliere la biografia giusta». Ecco, io credo che molti potrebbero salvarsi e capire come usare la propria faccia, la propria penna, la propria vita, leggendo quella di Gianni Minà, scritta con la complicità di Fabio Stassi e pubblicata da Minimum Fax: un esaltante romanzo d’avventura, il diario di un uomo fatto di stupore e empatia che ha vagato per una vita tra i tanti volti della sua mitica agendina telefonica, invidiata anche dal grande Massimo Troisi: ‒ Lui ha pigliato l’agenda, ta-tà: Fratelli Taviani, Little Tony, Toquinho… Troisi ‒ gli disse una sera in TV (Rai, Alta classe, 1992), mentre Gianni tratteneva a stento le lacrime per il troppo ridere e Pino Daniele li guardava (serata difficilissima, diceva Minà, divertito; memorabile, diciamo noi).

 

Come fanno gli scrittori e i guerrieri

La storia puoi raccontarla o decidere di fartela raccontare: Gianni Minà ha scelto senz’altro la prima opzione. Forse, a partire dalle proprie radici, dai nonni persi in due eventi crudeli che spazzano via la memoria e annullano tutto: la guerra («Nonno Vincenzo, l’ex capostazione che aveva fatto carriera come funzionario, quella mattina era seduto in una delle scrivanie dell’azienda nella sua sede centrale. Il viale si riempì di macerie in trenta secondi e mio nonno sparì sotto quel polverone di calcestruzzo e terra come il padre di Rosso Malpelo nella miniera») e il terremoto («Ma il 28 dicembre, era un lunedì, alle cinque e venti di mattina, un sisma violentissimo si era abbattuto sullo stretto e aveva sorpreso anche mio nonno nel sonno»). Minà ha capito l’importanza del ricostruire, ricercare, ridare una voce («la sua violenza aveva sommerso ogni possibilità di memoria. Trentasette secondi dopo il suo passaggio, non c’era più una voce che avrebbe potuto raccontarlo»).

 

Da sempre

Sin da bambino, con i suoi amici (complice il loro mentore Giovanni Pische: «Giovanni si dedicò a noi con la febbre di un precettore»), ha giocato a fare il giornalista («Intorno a me, si riuniva immediatamente un drappello piuttosto scalcinato di ragazzini con le mani in saccoccia e l’aria da saputi»), in un gruppo di ragazzi tenuti insieme dall’epica dello sport (Coppi, Bartali, il Grande Torino).

Gianni cresce, poi, nel mitico liceo D’Azeglio («Al D’Azeglio, negli anni Trenta, si era raggrumato il più convinto vivaio antifascista italiano, quello di Giustizia e Libertà, quello di Leone Ginzburg, Massimo Mila, Vittorio Foa. E poi Pavese, Ludovico Geymonat, Giulio Einaudi, Norberto Bobbio, Gian Carlo Pajetta, Luigi Firpo, Tullio Pinelli, Renzo Giua, Emanuele Artom... l’elenco è lunghissimo. Erano passati da lì anche Primo Levi e Fernanda Pivano»), ripercorre nel libro tanta vita privata e tanto lavoro: le storie non accadono, le storie vengono raccontate e Gianni Minà ha sempre saputo come raccontarle e dove cercarle, le ha messe insieme come in un mosaico unico e irripetibile fatto di uomini ed esperienze («mi sembra che più che a un’autobiografia somigli a una scacchiera o un album fotografico», scrive nei Ringraziamenti): la storia siamo noi, certo, ma Gianni Minà forse di più, nessuno si senta offeso.

 

Storia vissuta con lo stupore in spalla e la curiosità in testa («la mia isola l’ho sempre cercata da qualche parte. Sempre, in qualsiasi posto mi sia trovato, sono partito per un altro. Curiosità o inquietudine, non lo so. È stato il mio modo di lavorare, o di vivere. Abbandonare le cose poco prima che finiscano e correre dove sta per nascere qualcosa di più interessante»), con «l’irresistibile faccia tosta dei timidi che non arretrano di fronte a niente», incontrando i più grandi personaggi del Novecento, e restando nel cuore di quella storia che gli stava a cuore, raccontata da dentro, con una passione sincera, col passo elegante, tenero, dal battito leggero come quello della sua amata musica brasiliana («La loro musica è una consacrazione alla dissonanza, una cura della dissonanza. Desafinado fu la canzone-manifesto di quel movimento, e desafinado significa appunto “stonato”. Delicatezza, bellezza, tristezza e felicità, tutto insieme»).

 

Mentre leggevo la storia di questo boxeur latino (una dedica di Paolo Conte dà il titolo al libro), quest’uomo della stagione dei Blitz («Insomma Blitz era un modo per rompere i luoghi comuni sulla televisione, i luoghi comuni secondo i quali l’offerta al pubblico doveva essere la più banale possibile per avere audience»), ho pensato più volte che se avessi guardato bene, in molti dei miei impossibili sogni nostalgici del tempo che non ho vissuto (e che non vivrò perché neanche esiste più), se mi fossi concentrata, con gli occhi chiusi, in qualche angolo di quei sogni ci sarebbe stato Gianni Minà: sarebbe spuntato con la sua faccia inconfondibile, con quel sorriso sincero e sempre abbozzato sul volto.

L’ho pensato rileggendo i suoi ricordi e ringraziando, pagina dopo pagina, chi ha avuto l’idea di metterli insieme, fermarli, custodirli («i ricordi sono come il pugno fantasma con cui Ali aveva atterrato alla prima ripresa Sonny Liston il 25 maggio del 1965»), leggendo queste storie di umanità e amicizia, come quella con Aldo Scarpa, sempre accanto al giornalista («Aldo mi manca. Aldo che rischia di mandare a fuoco la casa di Dizzy Gillespie. Aldo che salva le riprese alzando come se nulla fosse la pesante Arriflex. Aldo che si siede per sbaglio sul seggiolino all’angolo di Leon Spinks e poi sacramenta in tutte le lingue del mondo perché era di quelli che non volevano sbagliare mai. Sì, Aldo mi manca»).

 

Eravamo…

Basterebbe una foto a giustificare l’esistenza di questo libro, come scrive Minà stesso nella prefazione, «ed è la summa di quello che è stato il mio modo di essere, del piacere che dà l’amicizia e della possibilità di riunire una sera d’estate, per un inatteso gioco del destino, cinque amici avidi di curiosità per ascoltare i racconti del più affascinante tra noi, Muhammad Ali, un pugile ma prima di tutto un combattente della vita». La foto è famosissima: quella scattata da Checco er Carrettiere, a Roma, e gli altri amici erano Robert De Niro, Gabriel García Márquez, Sergio Leone.

E forse davvero basterebbe quella foto (anche per mandarmi al tappeto), ma Minà – da bravo boxeur ‒ era anche a Kinshasa per il match del secolo, Rumble in the jungle, in cui Ali mostrò tutta la sua superiorità a Foreman: tattica, astuzia, non solo forza, il tocco del genio.

Gianni Minà era lì, anche quando a fine incontro lo chiamò Angelo Dundee da lontano e lo portò negli spogliatoi con la sua squadra, insieme alla Rai e all’Abc (« ‒ Fatelo passare, fatelo passare, chillo è frate mio ‒. ‒ Angelo ‒ avevo gridato anche io ‒ siamo in Africa, qui il napoletano non lo capisce nessuno! ‒ »): l’apice della sua carriera, confessa («al centro di quella sfolgorante notte africana, c’ero solo io con la mia troupe d’assalto»).

E Minà era anche in giro per Roma con i Beatles («George e Ringo, con un paio di ragazze, si erano stretti nella Seicento che mi aveva prestato mio fratello, mentre John e Paul, con altre amiche, erano saliti sulla più comoda Rolls Royce») e, dal Moro, a cena con Ungaretti («La formazione, solitamente, era questa: Vinícius de Moraes, il grande poeta brasiliano, sedeva in mezzo, con una delle sue mogli, la quarta, credo. Era stato lui l’inventore di questa tradizione. Da una parte Toquinho, con l’inseparabile chitarra sulle gambe. Da solo valeva quanto un’orchestra. Più in là gli occhi profondi e metafisici di Chico Buarque, con la moglie Marieta Severo, che sarebbe diventata la più prestigiosa attrice del teatro brasiliano. E di seguito Giuseppe Ungaretti, più vecchio dei suoi anni, ma sempre con qualche ragazza giovanissima al suo fianco. Amavano tutti molto le donne, e dalle donne erano riamati»); era lì tra tante storie e la Storia che ha vissuto e oggi ci racconta ancora, non sempre facile, non solo mito: l’altra faccia dell’America («Noi ci aspettavamo altro dal paese della democrazia, non che sostenesse il potere di un pugno di generali dal cuore analfabeta e sanguinario, ma soprattutto la prepotenza senza ritegno dell’economia neoliberale»), per esempio.

Tra le sue interviste memorabili, quella a Fidel Castro: incontrato la prima volta dopo un match di Teófilo Stevenson, con Gualtiero Brescini accanto («Era stata la prima volta che avevo incontrato Fidel e gli avevo sottoposto delle domande. Non potevo immaginare, allora, che ne avrei registrate altre novantanove, tredici anni dopo, per un’intervista che sarebbe diventata storia»), raggiunto poi grazie alla fondamentale mediazione di Saverio Tutino, comandante partigiano, fondatore dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano («Aveva creato questo archivio pubblico al confine tra la Toscana, l’Umbria e la Romagna e aveva cominciato a raccogliere i diari, le lettere, le memorie autobiografiche degli italiani, ma soprattutto dei senza voce, degli sgrammaticati. Vite dimenticate e piene di errori, come quella di Vincenzo Rabito che poi sarebbe diventato un caso editoriale con il libro Terra matta. Ma Saverio era soprattutto uno dei principali conoscitori di Cuba»), ne venne fuori una lunga memorabile chiacchierata («Alla fine dell’intervista, Fidel stesso aveva ammesso scherzando: «Non so se questo è un record mondiale, ma sedici ore filate di dialogo con un giornalista europeo, per quanto mi riguarda, rappresentano un primato, almeno nei Caraibi»).

 

Forse ho visto troppo mondo, ho incontrato troppe persone…

Questo libro, per molti, potrebbe essere un manuale  («ti devi abituare a lavorare in situazioni ostili, la vita è tutta qui», gli dice Ghirelli, quando Gianni è ancora agli inizi), per altri una boccata d’aria perché racconta con leggerezza e spontaneità quel talento vero di chi racconta storie, le scova nelle pieghe della vita, arriva al cuore delle persone, spoglia i personaggi e li raggiunge nel loro lato umano, posto – spesso – dietro un muro, che però m’immagino di vetro: una lastra trasparente, di un vetro resistente a tutto, o quasi, finché non se ne individua il punto di rottura: Minà è una di quelle persone che trova il punto critico e annienta muri e corazze (e distanze). È uno che ha raccontato i margini, gli irregolari, una parte di mondo («perché il Sud è uno solo e si trova in ogni parte del mondo») e che purtroppo è stato dimenticato troppo presto («Vasellame da mettere in soffitta. Ma non ero ancora un rottame, neppure per l’anagrafe»): un male, perché il compito ben fatto sanno farlo quasi tutti, ma non tutti vanno avanti una vita col coraggio e il rischio della verità, di stupirsi ogni volta, di non fermarsi mai, sognare nuove città, ancora, magari «con un maglione di alpaca a righe attorniato dagli indios e dai campesinos quechua e aymara».

 

Gianni Minà, Storia di un boxeur latino, Minimum Fax, 2020, pp. 232

 

Immagine: Gianni Minà fotografato da Paolo Ranzani (2000). Crediti: Paolo Ranzani [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso commons.wikimedia.org

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