15 marzo 2018

Miró in mostra a Padova

di Grazia Lissi

Simboli, segni, colori e materia, una fantasia immensa dialoga con una rigorosa attenzione, ovvero Joan Miró. Un’arte libera da ogni schema, quella esposta a Palazzo Zabarella, a Padova, fino al 22 luglio, nella mostra Joan Miró. Materialità e Metamorfosi, a cura di Robert Lubar Messeri, promossa dalla Fondazione Bano e dal Comune di Padova (catalogo Marsilio).  

Ottantacinque opere fra quadri, disegni, arazzi, collage esposti per la prima volta nel nostro Paese e parte di una raccolta di proprietà dello Stato portoghese in mostra in questa unica tappa. Le opere, che verranno poi collocate permanentemente al Museu de Arte Contemporânea di Porto, sono state acquistate dal Banco Português de Negócios nel 2004 da un collezionista giapponese che a sua volta le aveva scelte e comprate da Pierre Matisse, figlio più giovane del pittore Henri e fra i maggiori galleristi americani. Quando nel 2008 il Banco, in grave difficoltà, è stato nazionalizzato dallo Stato portoghese, le autorità di Lisbona hanno deciso di mettere all’asta la collezione, provocando l’indignata reazione dei cittadini portoghesi. È grazie alle loro proteste che la vendita non ha avuto seguito e le opere sono potute rimanere in Portogallo.

Per chi ama Miró o per chi vuole scoprirlo, l’esposizione ripercorre la vita artistica del maestro, sottolineando come egli abbia sempre sostenuto l’importanza della materialità, base della sua attività. In un’intervista del 1959 spiegava infatti: «Se aggredisco un pezzo di legno con una sgorbia, questo gesto mi mette in un determinato stato d’animo. Se aggredisco una pietra litografica con una matita litografica, o una lastra di rame con un bulino, gli stati d’animo che ne derivano sono diversi. L’incontro con lo strumento e con la materia produce uno shock che è cosa viva e che penso si ripercuoterà sull’osservatore».

Queste parole sono pronunciate da Miró a proposito dell’attività di incisore, ma il rapporto fra strumento e tecnica attraversa l’intera sua produzione, dai primi quadri fino agli ultimi lavori, alle sculture e agli arazzi. Nella sua ricerca della materialità l’artista catalano è paragonabile, forse, solo a Paul Klee.

In settant’anni di creatività Miró utilizza materiali tradizionali come la tela montata su telaio, a volte strappata o perforata, diversi tipi di carta da parati, pergamena, legno e cartone, vetro, carta vetrata, iuta, sughero. Lavora con colori acrilici, gessi, pastelli, matite Conté, grafite, tempera all’uovo, acquarello, vernice a smalto, stencil e decalcomanie.

Il percorso espositivo attraversa sei decenni della sua vita, concentrandosi sull’elaborazione dei linguaggi pittorici, a partire dagli anni Venti fino all’ultimo periodo della sua esistenza, agli incredibili “sobretexim” o “sopratessuti” del 1972-1973. L’incontro con Josep Royo, giovane tessitore di talento, spinge Miró verso nuove sperimentazioni; nascono i “sobretexim”, arazzi tridimensionali, un misto fra scultura, dipinti e collage, oggetti dirompenti che assumono un ruolo singolare all’interno delle sue creazioni.

Il pittore dei segni, a partire dal 1924 mette a punto un nuovo linguaggio, reinventa la propria pittura come fosse uno stile linguistico, ogni simbolo rappresenta un’assenza. Le icone più citate nelle sue opere sono astri, soli, lune, esseri umani dai grandi occhi sbarrati, figure che ricordano animali, fra cui gatti e uccelli, elementi di origine sessuale, un alfabetario apparentemente indecifrabile. Nel suo lavoro scompare completamente la simmetria, sia nella pittura che nella scultura; nel ginepraio di simboli appare una ricerca del vuoto.

Dalla metà degli anni Trenta alla vigilia della Seconda guerra mondiale Mirò dà vita a un mondo fatto di mostri spaventosi, colli esili sorreggono teste enormi, figure indecifrabili si agitano in uno spazio che non le può trattenere. La scultura affascina il maestro e diventa la trasposizione volumetrica e plastica di alcuni temi costanti delle sue ideazioni.

Tra il 1947 e il 1959 il pittore catalano compie tre viaggi negli Stati Uniti, dove osserva l’espressionismo astratto; ritornato a Parigi assiste all’esplosione dell’astrattismo: entrambe segneranno la sua produzione. A metà degli anni Sessanta riporta nel suo lavoro “la griglia”, l’idea di inserire in uno spazio delineato le forme. Nelle sue opere c’è tutta la gioia e la tristezza del mondo, le grandi sinfonie e le piccole note, fuggite da un pentagramma alla ricerca di una nuova armonia.

 

Crediti immagine: da Fioccof. Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale


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