11 aprile 2020

Mostra

 

La mostra è lo spazio dell’incontro tra l’opera d’arte e il visitatore, tra l’arte e il pubblico. È il luogo dell’esposizione, un termine che usiamo spesso come sinonimo, denso di significati, letterali e metaforici. A differenza del museo, con le sue collezioni permanenti allestite nelle sale, la mostra è per definizione temporanea. Ha un inizio, una fine, una durata. La mostra è un appuntamento, un’occasione. Assomiglia in un certo senso a una festa: un rituale, un’attività collettiva, episodica o ciclica.

 

Lo storico dell’arte Francis Haskell, nel libro pubblicato nel 2000 The Ephemeral Museum. Old Master Paintings and the Rise of The Art Exhbition (l’edizione italiana è del 2008), fa risalire la nascita delle mostre degli antichi maestri alla Roma del Seicento. «Il loro primo scopo – scrive – era cerimoniale e, sotto questo aspetto, si conformavano all’antica usanza di appendere arazzi alle finestre dei palazzi per celebrare la festa di un santo o l’ingresso trionfale di qualche ambasceria straniera». L’origine remota della mostra è dunque una cerimonia, l’ostensione di un oggetto prezioso – segno di ricchezza, potere e status sociale – posto in vista sul confine tra un interno e un esterno, fra il palazzo e la strada, il chiuso e l’aperto.

 

La storia dell’arte occidentale è una storia di artisti e di opere ma anche di forme, temporalità e architetture espositive, nelle quali si sono espresse e sedimentate conoscenze, relazioni, tendenze, in una vicenda culturale che rispecchia i tragitti degli eventi, il clima politico, i cambiamenti della società. I Salons parigini del XVIII-XIX secolo sono le arene dell’arte contemporanea, delle giurie e degli artisti ammessi ed esclusi. Le mostre di oggi conservano traccia di quei contesti competitivi e portano impressa la memoria della struttura e della scala delle esposizioni del passato, di quel «complesso espositivo», come lo ha definito il sociologo Tony Bennet nel 1995, composto da musei e gallerie, Esposizioni universali e Biennali.

 

Nata nel 1895, la Biennale di Venezia replica, con il suo insediamento di padiglioni nazionali nei Giardini di Castello, la concezione stessa degli Expo. Lungo tutto il ‘900, tra i sentieri del parco, l’edificazione dei padiglioni prosegue secondo assi, triangolazioni, prossimità e distanze referenti della geografia politica in atto, tra diplomazia, alleanze e conflitti. Marmo, vetro, ferro, cemento: nel 1999, The First Thai Pavilion in Venice, dell’artista Rirkrit Tiravanija, è un’effimera struttura in legno costruita fra due alberi di teak. La biennalizzazione, la diffusione di grandi mostre internazionali e cicliche nelle città dei cinque continenti, registra il divenire globale del mondo. São Paulo (1951), Sidney (1973), La Habana (1984), Istanbul (1987), Dakar (1990), Sharjah (1993), Shanghai (1996), Berlino (1997), Mosca (2005). Ci sono Biennali nomadi come Manifesta (1996) e altre concepite come spedizioni: L’Antarctic Biennale (2017) è una nave, un viaggio di artisti, scienziati e teorici invitati a produrre opere e pensiero attraversando l’unico luogo al mondo senza nazionalità. L’immagine chiave delle biennali contemporanee è la piattaforma di idee.

 

Dagli anni sessanta, la mostra è il campo della curatela, il punto di incrocio tra l’autorialità dell’artista e quella del curatore, regista della traduzione espositiva di temi, narrazioni, discorsi, attitudini. When Attitudes Become Form, curata da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna nel 1969, può essere assunta come una delle matrici di questa pratica, indagata dagli Studi curatoriali e dalla Storia delle mostre, discipline emerse intorno agli anni ‘90-2000. La mostra è un laboratorio, attivato dalle opere e, insieme, dai public program, dai progetti educativi, dalle visite e dall’attività di mediazione culturale con i pubblici. È il terreno delle svolte: il Social Turn in Exhibition, l’Historiographic Turn, l’Educational Turn in Curating, solo per citarne alcune. Il turning sembra ampliare il lessico artistico generalmente affidato agli ismi, ai neo, ai post. Oggi non può che risuonare, caricarsi di nuovi significati mentre è in atto la pandemia che, con la sua natura sistemica, sta mettendo a repentaglio la vita delle persone, l’economia, le nostre abitudini sociali e culturali.

 

I musei sono chiusi. Le mostre sono chiuse. Immersi nella crisi, in attesa di una svolta, possiamo rammentarci del ruolo che alcune mostre hanno avuto nell’elaborazione dei  traumi di guerre, dittature, massacri: la monografica di Picasso a Palazzo Reale a Milano nel 1953, con Guernica esposta nella Sala delle Cariatidi ancora danneggiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale; la Documenta di Kassel, nata nel 1955 anche per risarcire lo sfregio del nazismo all’arte d’avanguardia; la Biennale di Gwangju, istituita in memoria della repressione del Gwangju Democratisation Mouvement del 1980. Per la sua natura di sito, di sito specifico, la mostra sarà forse il luogo dell’esposizione – fisica e incarnata, riflessiva e critica – dove gli artisti declineranno nuove prossemiche, poste in vista sui confini del chiuso e dell’aperto.

 

 

* collezionista d'arte e mecenate, fondatrice della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

 

 

Immagine: immagine astratta di persone nella hall di un centro d'arte moderna con uno sfondo sfocato. Crediti immagine: blurAZ / Shutterstock.com

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