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29 maggio 2014

Munro: ultime pagine prima del silenzio

Ha tutta l’aria di un perfetto resumé la tredicesima raccolta della canadese Alice Munro, recente premio Nobel per la letteratura. E non è forse un caso che sia così se, come dichiarato in una rara intervista al «New York Times», a Uscirne vivi seguirà il silenzio, chiudendo una carriera iniziata oltre mezzo secolo fa.

Non meno dei precedenti, questi ultimi quattordici racconti, sapientemente tradotti da Susanna Basso, partecipano di uno stretto pas de deux fra finzione e autobiografia, svelato nell’ultima sezione dalla rievocazione di una bambina alle prese con l’affermarsi del proprio io. Sono movimenti orchestrati fra l’individuo, la comunità e l’incontro con l’altro, attraverso un arco temporale corrispondente alla vita della scrittrice, dal 1931 al presente. Così, in tempo di guerra, al sanatorio di Amundsen una giovane insegnante è sedotta dal direttore; un soldato di ritorno dal fronte si specializza in abbandoni seriali, un’amante scopre nell’amato un insospettabile ricattatore.

A collegamenti sorprendenti, come improvvise rivelazioni, troviamo frammisti piccoli, ordinari dettagli – «indossava il vestito nero, quello più elegante, con la lampo sulla schiena, così stretto in vita che le aveva segnato un po’ troppo i fianchi» – e l’amore e il disamore che irrompono minacciando scompigli. Per decenni la Munro ha lavorato disciplinando ispirazione e parole, riprendendo un soggetto anche a distanza di parecchio tempo, smontandolo senza sentimentalismi, con il distacco dell’orologiaio votato alla perfezione. Un po’ come in Jane Austen, anche qui il fascino non risiede tanto nella scelta dei vocaboli, quanto nel ritmo costante della narrazione; il loro respiro è nel paragrafo anziché nella frase.

Come un attore dietro la scena, l’autrice sa eclissarsi al momento opportuno, e la provenienza di quei brandelli di esistenza, che in altri cercheremmo di ricondurre a un’esperienza vissuta, diventa irrilevante. Non c’è scarto evidente fra la finzione e lo scrivere di sé; più interessante semmai scorgere, distribuita nei diversi personaggi, l’irresistibile passione per la letteratura, dov’è possibile ritagliarsi un’esistenza migliore, grazie alla quale crescere: «mi sedevo coi piedi nel forno tiepido al quale mancava lo sportello, e leggevo i grandi romanzi presi in prestito alla biblioteca civica».

Più che veri e propri capolavori, le storie di Uscirne vivi sono l’esito maturo di una pratica la cui lunga tradizione palpita ancora sotto la superficie. E se, riposto il libro, le trame già si sfaldano nella memoria, forse anche per questo la misura del racconto, così difficile a compiersi, si conferma la migliore rieducazione alla lettura, e Alice Munro un’esperta maestra.

 

Alice Munro, Uscirne vivi

Traduzione di Susanna Basso

pp. 302, Einaudi, € 19,50

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