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15 maggio 2017

Narrare il dramma di chi sceglie di andarsene e di chi rimane con il suo dolore

di Gaia Manzini

«Vorrei dire che dalla vita di Harris mancano dieci ore, ma non è esatto. Semplicemente, quelle ore hanno fatto parte della sua vita, la sua soltanto». Così si legge nel libro di Sarah Manguso, Il salto. Elegia per un amico (NN Editore), e così noi la seguiamo nella ricognizione frammentata di un attimo che manca, che mai si conoscerà e che potrà essere riempito solo dal dolore di chi resta. Un amico decide di andarsene, lo fa volontariamente, e noi affondiamo nell’enigma dell’inconoscibile. Dell’altro – la persona che abbiamo amato – ci è sempre sfuggito qualcosa, non lo abbiamo mai capito completamente. Forse potevamo evitare che succedesse l’irreparabile. O forse no.

Sarah cerca spiegazioni plausibili. Che sia stato un attacco di acatisia, effetto collaterale degli antipsicotici che prendeva Harris? Effetto collaterale che anche la protagonista sente di provare per una storia di disagio simile a quella dell’amico. Il suicidio avvicina la morte a noi che rimaniamo, è una possibilità che è sempre presente nel nostro cuore, ma a cui evitiamo di pensare. «Deve avere una sua bellezza, la fine… Immaginare che la tua vita ti venga incontro come un’onda». Un’affinità simile a quella che Clarissa Dalloway sente per Septimus Smith alla fine del romanzo di Virginia Woolf.

In molti romanzi recenti le vicende narrate si compongono intorno a un’assenza magnetica. Il suicidio non racconta solo il dramma di chi se ne va, ma costringe soprattutto a mettere a fuoco il solco inscritto nella vita di chi resta. Vite dove, ad un tratto, ogni cosa e ogni ricordo tentano invano di accerchiare un vuoto che mette di fronte all’inconoscibilità dell’altro, e di noi stessi. Il suicidio è stato raccontato più volte dalla grande letteratura. Non è una novità. Anna Karenina e Madame Bovary sono solo i primi nomi che ci vengono in mente. Ma in quelle storie il suicidio rimane ai margini della narrazione, arriva alla fine. Il vortice d’insensatezza nel quale si trova impigliata la Bovary; la perdita di ogni ruolo, persino quello di madre, – e dunque di una posizione nel mondo – per la Karenina, fanno del suicidio una fine verosimile. Non c’è nulla di enigmatico, anzi.

In Bruciare tutto (Rizzoli), l’ultimo romanzo di Walter Siti, tutta l’angoscia di Leo – il prete protagonista – tutte le sue crisi, l’abisso che nasconde, la colpa inestinguibile, è come se vorticassero intorno al suicidio del ragazzino che lo ha amato invano. Come ha scritto Emanuele Trevi, per Leo «il vero volto del Nemico non è la colpa, ma la tentazione. La colpa si può espiare, è un dato di fatto; la tentazione invece ci esilia in una perenne incertezza, è capace di inquinare le acque più pure con un solo, malefico granello. La potenza è più diabolica dell’atto». L’inconoscibilità dell’altro ci mette di fronte alla nostra inconoscibilità: allo scarto che c’è sempre dentro di noi e che ci spaventa. «Voglio sapere del mio dolore, che è inconoscibile, come quello di tutti», dice a un certo punto la protagonista del Salto.

Il suicidio è un punto di domanda ficcato al centro del nostro petto. Al punto che può essere un tentativo fallito, tanto tragico da poter diventare comico. Vito Baiocchi, il protagonista del romanzo di Lorenza Gentile La felicità è una storia semplice (Einaudi Stile Libero) ha quarantasei anni e vive a Londra. Non ha moglie, né amici e colleghi. Non ha più un lavoro. Ha preparato una corda di due metri, si è messo un vestito elegante, ha compiuto ogni gesto con precisione. L’autrice annota lucidamente ogni dettaglio con un gusto quasi iperrealista, un tono incantato. D’un tratto, però, Baiocchi viene interrotto da una telefonata… poi da una seconda, insistente, inevitabile. Sua nonna lo sta chiamando con urgenza. È l’inizio di un viaggio strampalato fino in Sicilia, dove succedono cose divertentissime, senza che il lettore si dimentichi un attimo che quello lì (quel goffo corpulento personaggio) all’inizio del libro ha tentato d’impiccarsi. Il vuoto, l’assenza: qui è il mancato suicidio che fa da cassa di risonanza alla grazia leggera del romanzo. Venandola, incrinandola, insinuando un dubbio tragicomico in chi legge. Leggendo Gentile torna in mente il proverbio con il quale Arto Paasilinna apre il suo Piccoli suicidi tra amici: «In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto».

Forse la morte non è seria, sicuramente è inevitabile. Il suicidio, troppo umano e troppo attuale. Sempre in aumento, sempre sbattuto sulle pagine della cronaca. E sempre seducente da un punto di vista narrativo, perché compromesso col mistero della vita.

13 Reasons Why è la nuova serie di Netflix. La liceale Hannah Baker si uccide, ma lascia delle cassette registrate in cui raccontata i tredici motivi che l’hanno portata a quel gesto. Il tutto raccontato dal punto di vista di Clay, suo compagno di classe. Il punto di vista di chi resta, appunto.

Nel suo 1972 (Fandango/Playground) Francesca Capossele ripercorre, con toni che ricordano Bassani, la storia infelice di una famiglia. Tutto procede a spirale verso il centro della tragedia, annunciata con una prosa galoppante che ogni tanto s’interrompe rivolgendosi a un tu. Un tu che cambia: il padre da sempre fuggevole, la madre prigioniera di azioni quotidiane e ripetitive, la sorellina che nessuno aveva voluto, il fratello sodale, l’amica bella come il destino che si chiamava Elisabetta, un amore improbabile. Ogni piccolo fatto è puntuale e veloce al tempo stesso: si sente il desiderio di mettere a fuoco qualcosa che è sempre sfuggito, il senso di un’infelicità. Nel romanzo qualcuno se ne va per sempre, ma non capiamo (né lo capisce la protagonista) se per un incidente o per sua stessa volontà. Il solco inscritto nella vita di chi resta va riparato, lenito con il dire. Le parole che riparano, semplicemente stratificandosi le une sulle altre. «A chi sopravvive resta pur sempre la molteplicità della vita. È quella che difendiamo tenacemente contro l’eccezionalità, l’unicità della morte».

Il libro di Chiara Marchelli Le notti blu (Giulio Perrone Editore) è dedicato «A chi rimane». È la storia di Larissa e Michele, del loro matrimonio che implode dopo la morte del figlio Mirko. È significativo, però, che – a differenza di Manguso – Marchelli non usi mai la parola “suicidio”. La morte volontaria di un figlio è l’indicibile, l’inconoscibile massimo (come sa anche Michela Marzano che affronta in modo struggente questo tema nell’Amore che mi resta): la morte volontaria di un figlio non può essere imbrigliata in un termine tanto rigido. Non esiste neanche una parola che definisca un genitore che abbia perso chi ha messo al mondo. «Il pensiero di Mirko, una voragine tra ogni parola, ogni momento, ogni minuto». C’è un vuoto al centro della storia: ogni cosa, ogni parola, ogni ricordo si dispone nel tentativo di accerchiare quel vuoto: riempirlo sarà impossibile. Tutto quello che si ricorda porta il segno di quello che succederà. «Il passato è la chiave del presente». Ci sono dei misteri da svelare, fatti sorprendenti da accettare; ma anche quelli non saranno sufficienti a rendere plausibile quel fatto. A chi resta rimane la vita, una consuetudine sorda che non riuscirà più a diventare normalità, e verrà affrontata in modi non prevedibili. A chi resta, rimane anche la propria inconoscibilità e imprevedibilità.

Dice Roland Barthes nei suoi Frammenti di un discorso amoroso: «L'altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai». Ma questo vale anche per noi stessi. È il mistero che si agita dentro di noi, che la letteratura cerca di colmare.

Capita che l’assenza descritta sia talmente potente e magnetica da diventare presenza. Nell’atto di disperdere le ceneri del padre suicida, Fausto (il protagonista di Prima di perderti, ultimo romanzo di Tommaso Giagni, Stile Libero) se lo vede ricomparire davanti come il fantasma del re ad Amleto. Ma l’assenza è sempre una presenza. Ciò con cui dobbiamo confrontarci di continuo, come nel duello immaginato da Giagni. Qualcosa con cui lottare per non farci fagocitare e per tentare di definire i confini della nostra vita: quello che riusciamo a capire, e ciò che continuerà per sempre a sfuggirci.

C’è un sentimento di scarto, una specie di sollievo, nello scrivere di questo tema. Nel parlarne, nel leggerne. Circoscriverlo, usare più parole possibile per sentire - più che capire - il senso che si agita sotto. Si sente un’inconfessabile sferzata di vitalità, pur sapendo che si tratta di una totale illusione. Scrive Manguso: «Chiunque sia vivo è qui, sulla terra, a ingannare la morte a ogni istante. Lo facciamo tutti».

 


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