9 maggio 2018

Nel nome e nel ricordo di mio fratello Peppino

di Domenico Marcella

Intervista a Giovanni Impastato

È notte quando Giovanni Impastato si siede a raccontarci di Peppino, a quarant’anni dall’omicidio avvenuto il 9 maggio del 1978. Un’altra notte di primavera a Cinisi, di ricordi indelebili e sogni mai affossati. Tutto qui parla di quella creatura grintosa che con eroico coraggio ha invertito i canoni e rotto gli argini. Nella saggezza dell’esperienza e attraverso il velo di dolore impossibile da squarciare, Giovanni, il fratello minore, nato cinque anni dopo Peppino, rievoca quel genio inarrivabile, spregiudicato e temerario che ha sfidato il potere mafioso annidato a cento passi dalla sua casa. 

 

Giovanni, come sono stati i suoi 25 anni accanto a Peppino?

Era il fratello maggiore, un punto di riferimento. La mia vita insieme a Peppino ha vissuto diverse stagioni, ma ricordo sempre con tenerezza quando da piccoli frequentavamo la tenuta dello zio Cesare Manzella: il capo della cupola mafiosa, sposato con una sorella di nostro padre. Trascorrevamo le giornate a stretto contatto con la splendida natura e la mafia. Può sembrare un paradosso, ma è stato un periodo bello e intenso perché per noi la mafia era una forza positiva e protettiva.

 

Ne avevate una versione distorta.

Sì perché ci avevano fatto credere che fosse un’organizzazione umanitaria basata sui codici d’onore, con delle regole che favorivano e davano sollievo alle persone che soffrivano e lottavano contro le ingiustizie e i vuoti dello Stato. Quelle figure patriarcali colluse con la mafia apparivano ai nostri occhi innocenti quasi come degli eroi generosi che non ci facevano mancare nulla.

 

Quando avete scoperto quel che la mafia era in vero?

Una manciata di giorni dopo l’uccisione dello zio Cesare Manzella, andammo sul luogo dove era stato fatto saltare in aria con un ordigno piazzato sotto la sua macchina. Comprendendo che la mafia era qualcosa di terribile, Peppino si guardò intorno e mi disse: «Se questa è la mafia, io per tutta la vita mi batterò contro». E ha mantenuto la promessa. La sua battaglia di rottura storica e culturale, che non avvenne soltanto all’interno della società ma principalmente in famiglia, iniziò da lì. Nostro padre era un mafioso. Non aveva ruoli di primo piano all’interno dell’organizzazione, come Manzella o Badalamenti – quest’ultimo condannato nel 2002 all’ergastolo per l’omicidio di Peppino –, ma era inserito organicamente all’interno della cupola. Indignato dalla ribellione di quel figlio eretico e comunista che sbeffeggiava i suoi amici mafiosi, decise di buttarlo fuori casa; quel ripudio accese ancora di più l’animo di Peppino, accentuando ulteriormente la sua forte coscienza critica nei confronti della mafia. Erano gli anni delle battaglie pacifiste e dei raduni musicali, e mio fratello, attraverso quelle esperienze vissute, divenne un militante antimafia, scottato anche da quello che aveva subìto tra le mura domestiche.

 

E dei quarant’anni senza Peppino cosa ci dice?

Sono stati terribili, mi creda. Peppino ha lasciato in me un vuoto enorme che ho cercato di colmare raccogliendone l’eredità, proseguendo su quella strada spianata da azioni di impegno civile e lotta. Ho semplicemente cercato di proseguire nel suo nome per mantenerne viva la missione. Quando vado nelle scuole e incrocio gli sguardi emozionati dei ragazzi che mi chiedono di lui, in quegli occhi ritrovo mio fratello, la sua energia, e questo un po’ mi consola perché lo percepiscono come un esempio e un punto di riferimento. Sono stati anni di lacerante dolore, di estenuante fatica e di grande sofferenza. Ma non ci siamo arresi. Abbiamo cercato di ricordarlo ogni singolo giorno, senza sosta, tra vicende giudiziarie, omaggi, umiliazioni e celebrazioni. Grazie al sacrificio di Peppino e a questa mia scelta, in questi quarant’anni senza di lui ho avuto la possibilità di conoscere persone meravigliose e di percepire un affetto autentico e infinito. 

 

Gli anniversari sono ferite che si riaprono.

Proprio così. Sono giorni in cui stranamente riemerge ogni minimo particolare di quel giorno, lontano ma ancora vivo. Non posso non ricordare, oltre a quel lancinante dolore, le porte sbattute in faccia, le ingiuste e infamanti accuse di terrorismo rivolte a Peppino, e i più disparati inviti alla rassegnazione. Senza demordere e senza rassegnarci, abbiamo scelto di lottare per ricercare la verità. 

 

Le gesta eroiche di Peppino l’hanno mai spaventata?

Spesso, sì. La paura in me c’era, è innegabile. Ho cercato sempre di allontanarla, di respingerla, senza mai farmi sconfiggere. Litigavo sempre con Peppino perché consideravo il suo scontro diretto con la mafia una sfida ad armi impari. In quegli anni era così. Ma lui aveva anticipato i tempi, era passionale, temerario, molto più coraggioso rispetto a me. Lo osservavo, lo ascoltavo. Mi affascinavano le sue doti verbali e mi incantavano le sue idee politiche, con le quali sono cresciuto. La paura veniva in un certo senso tenuta a bada dall’incontenibile carisma che Peppino emanava. 

 

Nessun senso di colpa?

Qualche senso di colpa c’è, lo ammetto. Ai funerali di mio padre – episodio tra l’altro raccontato anche nel film I cento passi di Marco Tullio Giordana –, Peppino rifiuta la stretta di mano e le condoglianze dei mafiosi. Io no, ho stretto quelle mani, e ancora oggi ne porto addosso il rossore e la vergogna. Forse avevo paura, non ero abbastanza coraggioso. Ma la ringrazio per avermi posto questa domanda perché parlarne è sempre una liberazione per me. Forse non avevo ancora ben compreso la situazione. Ma la vera consapevolezza, l’atto di coraggio, che ha spinto anche me a recidere ogni rapporto con la mafia, l’ho avuta all’indomani dell’uccisione di Peppino. E da quel giorno non ho più smesso di impegnarmi per sensibilizzare i giovani, esortandoli a innescare una vera rivoluzione delle coscienze. 

 

L’energia umana di suo fratello faceva leva anche sulla ricerca e sulla valorizzazione della bellezza. Poco fa ha citato la pellicola di Marco Tullio Giordana. A proposito di bellezza, una scena indimenticabile di quel film viene ciclicamente riproposta sui social network proprio per ricordare il pensiero nobile di Peppino.

Peppino è sempre riuscito a mettere insieme la lotta di classe con la bellezza. Portava avanti le battaglie dei contadini ai quali furono espropriati i terreni per l’ampliamento dell’aeroporto di Punta Raisi, successivamente intitolato alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Voleva non soltanto proteggere l’identità della classe operaia ma difendere il territorio. In quella scena si vede proprio Peppino – interpretato da Luigi Lo Cascio – che guarda la realtà dall’alto professando l’importanza della bellezza. Quasi a dire che chi non ha rispetto per il proprio corpo e per il proprio territorio non potrà mai avere rispetto per gli altri.

 

Il corpo. Peppino lo usò per esprimere le sue idee e rompere le barriere, quasi come un artista.

Era un artista. Non era soltanto un militante politico. Sappiamo tutti che gli artisti hanno una sensibilità pronunciata rispetto ai politici, proprio perché riescono a percepire con grande anticipo le trasformazioni e le evoluzioni della società. Peppino ha dimostrato di esserlo perché sfoderava una stupefacente creatività, sopratutto durante le trasmissioni radiofoniche. È stato il pioniere di una nuova fase di lotta perché anche nell’impegno contro la mafia riuscì a introdurre metodi nuovi come il giornale, le mostre fotografiche, la radio e il circolo “Musica e cultura”. Le sue armi micidiali, però, erano la leggerezza e l’ironia. Ci voleva davvero un gran coraggio all’epoca per sfidare la mafia a colpi di canzonette e prese in giro. Non a caso, quando teneva un comizio si faceva sempre accompagnare da un cantastorie. 

 

Peppino era avanti anni luce, aveva visto tutto quello che sarebbe arrivato dopo. Anche il suo impegno per la parità di genere è stato uno scossone nella Sicilia maschilista e patriarcale di quegli anni.

Uno scossone? Di più! Fu una vera deflagrazione. All’interno del circolo “Musica e Cultura” di Cinisi, Peppino ha condotto una battaglia di emancipazione femminile per contrastare anche la realtà dominata dalla cultura mafiosa, basata sui canoni più duri del potere patriarcale. Peppino ha rotto gli equilibri riuscendo a coinvolgere tanti ragazzi; li ha sensibilizzati e politicizzati, portandoli alla riflessione. Non ha raccontato loro storie diverse, ma gli ha insegnato un modo diverso di vivere e pensare. Il coinvolgimento attivo delle ragazze è stato un trauma per Cinisi: fino ad allora non si erano mai viste giovani donne parlare liberamente e senza paura di aborto, contraccezione e violenza sessuale. Uno dei primissimi movimenti femministi italiani nacque proprio all’interno del nostro circolo, per merito e intuito di Peppino. 

 

C’è una donna che per Peppino, e non solo per lui, ha rappresentato tanto: Felicia, vostra madre.

Nostra madre si è trovata in una situazione difficile: era moglie di un mafioso e madre di un militante che sfidava la mafia. Come buona parte delle donne del tempo, non era molto colta ma leggeva ed era molto intelligente. Era sensibile, energica e coraggiosa; pensi che aveva perfino rifiutato il matrimonio combinato, di interesse; un’esplosione di coraggio nella Sicilia dell’epoca, minacciando addirittura di denunciare chiunque le avesse imposto una cosa del genere. Tenne testa a tutti ma, quando iniziarono i contrasti all’interno della famiglia, andò un po’ in crisi. Era innamorata del proprio marito, lo aveva sposato per quello, anche se non capiva cosa fosse realmente la mafia; ma tranciò anche lei i rapporti con il contesto in cui nostro padre ci aveva fatto vivere, mandando via dalla veglia funebre di Peppino i parenti che le proposero la vendetta. Il suo coraggio ha spinto tutti noi a proseguire nel nome di Peppino. 

 

In che modo vi ha spronato a continuare?

Ci invitava alla razionalità, al buon senso e alla cautela. Gli amici, i compagni di lotta e io siamo cresciuti sotto la guida di mamma Felicia, facendo riferimento a ogni suo insegnamento per cercare di creare una società migliore fondata sulla legalità e non sulle ingiustizie, sull’odio e sulla vendetta sanguinaria.

 

È stata mamma Felicia a volere “Casa Memoria”.

Mamma Felicia si è resa protagonista dell’impegno di Peppino e scelse di non chiudere la porta della sua casa, rimasta aperta dopo la morte di mio fratello per accogliere le migliaia di persone venute a Cinisi per salutarla, abbracciarla, confortarla e trovare conforto. “Casa Memoria” è dal 2005 un luogo di divulgazione della verità, della cultura e della legalità, gestita da tanti volontari che, pur non avendo conosciuto Peppino, ne seguono le orme con grande orgoglio. Mamma Felicia era convinta che la memoria fosse di fondamentale importanza; il pensiero che un giorno non si parlasse più di Peppino la tormentava, e ce lo ripeteva: «Quando morirò, dovete tenere sempre aperta questa casa». E noi lo abbiamo fatto, raccogliendo le sue volontà come un testamento.  

 

Portare avanti la memoria di una vittima di mafia può essere anche un’arma a doppio taglio. Sono tanti i professionisti e i carrieristi dell’antimafia. 

Ci sono persone che lottano quotidianamente per cercare di cambiare la nostra realtà, e persone che hanno costruito carriere. Oggi l’antimafia, quella vera, è scomoda, non conviene molto. Si parla di antimafia per darsi un tono colto e impegnato. Negli ultimi anni abbiamo visto saltimbanchi che si sono addirittura creati da soli le minacce per ottenere visibilità e ruoli di risalto in politica. C’è però, e per fortuna, un’antimafia seria, fatta di impegno, lotte e sacrifici. 

 

Cosa manca allo Stato per sconfiggere la mafia?

Lo Stato diverse volte è stato costretto ad agire contro la mafia. La mafia è dentro il cuore dello Stato, parliamoci chiaro: ha rapporti stretti con il potere istituzionale colluso. Pensiamo agli appalti delle opere pubbliche e alla gestione del denaro. La legge 109 sulla confisca dei beni mafiosi, in fondo, è stata approvata grazie a una petizione popolare che noi, assieme all’associazione Libera, abbiamo portato avanti. È stata una grande battaglia di civiltà partita dal basso e arrivata in alto. Non credo sia mancanza di volontà, è soltanto una squisita strategia politica che risuona come un’amara realtà. È proprio per questo che la mafia non è stata ancora sconfitta. 

 

Coltiva ancora la speranza?

Sono fiducioso perché le cose possono cambiare, e la mafia non è invincibile. Giovanni Falcone diceva che ogni fenomeno umano ha un inizio e avrà una fine, vale anche per la mafia. La speranza da parte mia c’è. 

 

Il cambiamento che vorrebbe vedere?

Sarei felicissimo se le ragazze e i ragazzi – che oggi hanno a disposizione una serie di strumenti che Peppino non poteva nemmeno immaginare  unissero le forze per cercare di ricostruire questo Paese. Ci sono delle responsabilità enormi da parte dai soggetti che avrebbero dovuto educare alla legalità, ma non lo hanno fatto. Ci sono ritardi notevoli che spaventano perché hanno legalizzato l’illegalità. Vorrei vedere i giovani fare quello che ha fatto Peppino cinquant’anni fa, ecco perché mi auguro che questo anniversario possa accendere in loro qualche scintilla e spronarli a non restare indifferenti, perché dall’indifferenza alla rassegnazione il passo è breve. Questo pericolo incombe. Il problema, parliamoci chiaro, sono anche le persone che si scelgono di mandare al potere: personaggi improponibili che promuovono politiche di odio e di vuoto. La democrazia è in serio pericolo, ma confido nella coscienza rivoluzionaria dei giovani.

 

Giovanni, quel che facciamo in vita riecheggia nell’eternità. Quale insegnamento di suo fratello consegna definitivamente alla storia? 

Oltre al coraggio, il valore della carica umana e dell’umiltà intellettuale. Era preparatissimo, ma non ne faceva un vanto, soprattutto quando si rapportava con le persone che non avevano mai letto un libro. Peppino mi ha insegnato, soprattutto, che a volte un po’ di leggerezza e di spregiudicatezza sono fondamentali per affrontare la vita. Mio fratello anche in questo è stato un gran maestro. Era speciale. Peppino era speciale. Davvero speciale. 

 

Crediti immagine: da Valentina Mignano. Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0).

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