5 dicembre 2018

Nel Vallo di Diano, alla certosa di Padula

di Valeria Canavesi

In provincia di Salerno, incastonata tra il massiccio del Cervati e i Monti della Maddalena, si distende una vasta pianura attraversata dal fiume Calore e dall’autostrada A2: è il Vallo di Diano, zona un tempo paludosa, più volte bonificata e oggi luogo per lo più di cittadine, capannoni e campi agricoli. In prossimità della sua parte meridionale, in altura, si riconosce facilmente l’abitato di Padula: qui sorsero fortificazioni già in epoca mesolitica e qui fu fondata l’antica Cosilinum, dopo l’arrivo dei Romani. La cittadina domina la valle sottostante e si presenta come un agglomerato fitto fitto di abitazioni – sebbene si distinguano ancora il nucleo originario, arroccato sul monte, e l’insediamento più recente edificato a partire dal XVII secolo.

Nel Duecento Padula fu assegnata al feudo di Tommaso II Sanseverino, esponente di una delle famiglie più illustri del Regno di Napoli. Fu lui a fortificare la città e a ricostruire il castello normanno; fu lui a fondare nel 1306 una delle più grandi certose del Sud Italia: quella di San Lorenzo (alla graticola, strumento del suo martirio, è infatti ispirato il disegno della pianta). Da quel momento, sotto l’attenta guida dei Certosini, il complesso accrebbe sempre più la sua estensione, le sue funzioni e il suo potere diventando nel corso dei secoli il maggiore polo di attrazione religioso, culturale ed economico di tutto il territorio. Un’autentica città sui generis, dove si intrecciarono per decenni funzioni e preghiere, lavori agricoli e opere artistiche, trattative politiche e affari commerciali. Il Seicento fu probabilmente il suo periodo d’oro, durante il quale la certosa acquisì nuovi, importanti possedimenti – come i feudi di Padula e Buonabitacolo (1645).

Nel XIX secolo iniziò invece il suo declino e con esso anche il depauperamento del complesso monumentale. Allestimenti interni, arredi, opere artistiche e oggetti di valore vennero illecitamente sottratti in concomitanza di chiusure e infauste destinazioni di utilizzo: nel 1807 la certosa fu soppressa dai Francesi; nel 1866 cessò definitivamente le sue attività; durante le due guerre mondiali, nonostante fosse già stata dichiarata Monumento nazionale (1882) divenne perfino sede di campi di concentramento.

Eppure, a vederla oggi, la sua magnificenza rimane potente e ancora capace di incutere sentimenti di ammirata soggezione. Il consiglio è quello di muoversi attraverso la vastità del luogo soffermandosi sui particolari, come le decorazioni settecentesche in facciata, i pavimenti maiolicati, la loggia affrescata della foresteria nobile, il monumento funebre del fondatore, la chiesa con i fregi barocchi, l’altare in scagliola e madreperla, i cori lignei. E ancora, la scala elicoidale della biblioteca, la cappa annerita delle cucine, gli stalli del refettorio, gli affreschi nella sala del Tesoro, l’appartamento del Priore. Tra gli interni e l’esterno c’è un dialogo costante: si entra e si esce, attraversando il chiostro tardomanierista della foresteria, quello del cimitero antico, quello dei Procuratori. Dentro e fuori, fino al cuore dell’intero complesso: il Chiostro Grande, su cui affacciano i quartieri dei monaci con gli alloggi e i locali dedicati alle attività quotidiane. L’effetto prospettico è imponente, dovuto in gran parte ai 12.000 m2 di estensione e ai camminamenti che convergono al centro del giardino, presidiato da una fontana a coppa. In fondo al percorso perimetrale si raggiunge invece la torre ottagonale, con lo scalone ellittico a due rampe per accedere al secondo livello. Fuori dal corpo di fabbrica centrale, un itinerario minore conduce alla corte esterna con le storiche pertinenze di servizio: scuderie, mulini, frantoi e caseifici che un tempo erano direttamente connessi alle attività agricole nei possedimenti circostanti.

Prima di tornare alla realtà, vale la pena soffermarsi sull’atmosfera dominante di questo luogo immenso: 51.000 m2 dove si avvertono, quasi palpabili, l’eco della Storia e una sacralità diffusa. La certosa ci appare per un momento come un luogo assoluto, immobile, fermo nel tempo.

E forse, a pensarci, lo è davvero.


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