31 maggio 2020

Osare con la qualità. Intervista a Francesco Armato e Nicola Leo

 

Intervista a Francesco Armato e Nicola Leo

Come suggerisce il marchio della casa editrice, per intercettare l’idea e l’utopia che hanno dato vita a il Palindromo bisogna procedere “a passo di gambero”. Non basta dire che è nata nel 2013. È necessario fare qualche passo indietro, di una dozzina d’anni, quando Francesco Armato e Nicola Leo si conoscono all’Università di Palermo per studiare Storia e decidono, poi, di trasferirsi a Roma per studiare Editoria alla Sapienza. «Partiamo da un dato incontrovertibile», dicono, «ci piace programmare, progettare».

Durante il periodo romano nasce la loro rivista on-line, il Palindromo. Storie al rovescio e di frontiera, una palestra intellettuale e nucleo primigenio della casa editrice che sarebbe stata avviata qualche anno dopo (obiettivo già allora dichiarato). Molti dei rapporti professionali di oggi affondano le radici in quell’esperienza: collaboratori e illustratori, amici e colleghi, sono gli stessi.

 

L’utopia che ha animato inizialmente il vostro progetto è cambiata o è rimasta invariata?

Non sarebbe corretto asserire che l’utopia che ci ospita sia la stessa di allora, diversa è oggi la consapevolezza del mestiere; fare i conti diventa col tempo sempre più importante e il lavoro intellettuale deve vivere in osmosi con i numeri. Ogni buona casa editrice può vivere e portare avanti con dignità il proprio ruolo culturale, ma anche politico e sociale, a patto di trovare il giusto equilibrio tra propulsione intellettuale ed economia aziendale. È un’attività imprenditoriale unica, potremmo dire un capitolo a sé stante nel grande registro che allinea i “produttori di beni”.

 

È più difficile, per un editore emergente del Sud, affermarsi nel mondo del libro, nel suo mercato?

Il Palindromo è entrato in scena con un mercato già in flessione, i tempi d’oro del libro erano un miraggio. È complicato costruire un progetto editoriale solido e riconoscibile, ma non ne faremmo una questione geografica. La Sicilia rappresenta per noi l’avamposto d’osservazione, il tessuto di relazioni che coltiviamo più agevolmente, ma non il mercato di riferimento. La categoria dei lettori è unica e accoglie tutti coloro che leggono l’italiano. La filiera professionale con cui lavoriamo e ci confrontiamo quotidianamente – oltre a molti autori, la gran parte degli illustratori e i tipografi – risiede in Sicilia, ma le librerie che accolgono i nostri libri sono sparse in tutta Italia.

 

Quali sono state, in questi anni, le reali difficoltà che avete incontrato?

Se proprio dovessimo individuare ed indicare un aspetto critico assai diffuso dalle nostre parti ci concentreremmo sulla diffidenza che incontra chi avvia attività “ambiziose” come la nostra. Il salto avviene con quello che definiremmo riconoscimento di rientro: articoli sulla stampa nazionale, posizioni di classifica conseguite da un libro, attestati di stima vergati da personaggi e intellettuali di fuori… A quel punto avviene l’agnizione di ritorno e si inizia a dare il giusto peso e a calibrare meglio i giudizi sugli intraprendenti conterranei. Fino ad allora (sono necessari anni), anche chi frequenta il tuo mondo tende a sottostimarti, a guardare all’attività con circospezione, chissà per quale ragione o convinzione. Ci sono poi quelli che adottano un mellifluo fare paterno e compassionevole: «sono giovani, mossi da sana follia, dei bravi ragazzi…» (ma questo rispecchia un più generale indirizzo del mondo delle lettere italiano, in cui si è “giovani” fino alla soglia dei cinquanta); e infine, i disillusi, gli altezzosi e gli invidiosi: una pletora di scettici che, dopotutto, ha alimentato le nostre aspirazioni. Per fortuna nelle librerie di Roma, Milano o Torino molte proposte del Palindromo hanno ricevuto immediate e calorose accoglienze, ottenendo grande visibilità, e senza che nessuno ci conoscesse o ci avesse “presentato” ai librai: più che i lettori, a funzionare diversamente è il mercato. Ma sarebbe ingeneroso generalizzare: in Sicilia, ad esempio, esistono una decina di libraie e librai straordinari che fanno egregiamente il proprio lavoro.

 

In Sicilia, a Palermo, siete promotori di letture pubbliche, di festival letterari. Anche in questi mesi di lockdown, avete dato vita a una rassegna di letture sui social. All’interno di una comunità, quale pensate debba essere il ruolo sociale di una casa editrice?

Qualsiasi attività, iniziativa o produzione di carattere culturale ha delle implicazioni sociali. È bene però distinguere chi lavora ogni giorno in questo settore, quindi gli operatori culturali di mestiere, e chi invece porta avanti questo impegno come attività collaterale, un passatempo insomma. Il discrimine vero sta proprio qui, tutti possono promuovere “cultura” con ruoli ed esiti sociali diversi, ed è importante che lo spettro di chi si adopera in tal senso sia il più ampio possibile. Tuttavia, lavorando nell’universo-libro ci si accorge presto dello scarto enorme che intercorre tra chi dell’editoria ne fa una professione e chi un hobby (per non parlare della piaga degli editori a pagamento che sarebbe bene definire pubblicatori a pagamento, in modo da marcare la giusta differenza). Banalmente potremmo divertirci a proporre un parallelo sportivo: i professionisti di uno sport si allenano ogni giorno per offrire una prestazione significativa durante una gara o una partita, ma tutti possono pagare una palestra o l’affitto di un campetto per allenarsi o giocare con gli amici. Una cosa è lo sport praticato dai professionisti, ben altro l’attività sportiva amatoriale. L’editoria è cosa molto diversa dall’offrire la possibilità, facendo pagare gli autori, di “stampare libri”.

 

Spesso i titoli delle vostre collane sono dei palindromi. Come dialogano titoli delle collane e i testi in catalogo?

E la mafia sai fa male è un palindromo talmente evocativo che presto è stato scelto come nome di collana. Aggiunge contenuti militanti, impegno civile, storia politica al nostro catalogo, più orientato con consapevolezza alla letteratura. C’è, poi, I tre sedili deserti che segue, anche grazie alla supervisione di Giuseppe Aguanno, una nostra inclinazione e intercetta una fascia di pubblico composta da appassionati del genere fantastico; si tratta di operazioni di recupero, classici del genere rispolverati, romanzi mai tradotti o addirittura inediti, il tutto accompagnato da corposi apparati critici.

 

I titoli delle altre collane non compongono palindromi, ma sono comunque molto suggestivi: Kalispéra, ad esempio, o Le città di carta. Di cosa si occupano?

Le città di carta è il nostro primo progetto editoriale, quello a cui siamo più affezionati. La collana è diretta da Salvatore Ferlita e Fabio La Mantia e gli autori dei libri, per lo più critici letterari, elaborano ricognizioni e percorsi a partire dall’indissolubile nesso che unisce letteratura e città; si tratta di vere e proprie mappature letterarie (ogni volume ha una mappa letteraria in allegato). La narrativa, invece, è raccolta in Kalispéra; la sezione [DOC] accoglie alcune riscoperte che ci hanno dato notevoli gratificazioni e confessiamo che ci emoziona associare il “marchio del gambero” ad autori come Nino Savarese, Giuseppe Antonio Borgese e Carlo Collodi (di cui abbiamo portato per la prima volta in libreria la stesura originale di Pinocchio). Operazioni molto apprezzate dalla critica nazionale.

 

 All’inizio pubblicavate più narrativa, molti esordienti, cosa vi ha portato a cambiare direzione?

Contiamo di ristabilire il giusto spazio per la narrativa contemporanea, è d’altronde uno degli aspetti più affascinanti del nostro lavoro: dare voce a nuovi autori. Questi anni ci hanno però dimostrato – per tornare alla logica dei numeri – che un editore “indipendente” viene più facilmente premiato dai lettori per progetti editoriali ritenuti originali e validi più che per il lancio di un autore o di un romanzo, seppur di qualità. In buona sostanza uno scrittore di narrativa ancora poco noto, pubblicato da una piccola casa editrice, non riesce a ottenere una ribalta adeguata o comunque all’altezza degli sforzi che il progetto richiede.

 

Cos’è che va storto? C’è un motivo, una colpa da attribuire a un particolare tratto della filiera del libro?

Probabilmente dovremo crescere ancora per competere sull’agguerrito fronte delle nuove proposte di narrativa, ma è giusto attribuire una quota di responsabilità ai diversi attori, un concorso di colpe: promotori e distributori dovrebbero riconoscere e incentivare il lavoro delle case editrici indipendenti che generano lettori e rianimano il mercato, distinguendoli da coloro i quali aggiungono solo carta e confusione; gli editori avrebbero il dovere deontologico di immettere più qualità tra gli scaffali, selezionando e filtrando in modo più accurato i testi che pervengono a centinaia nelle redazioni, aiutando indirettamente l’intera filiera a decongestionare l’ipertrofia che la soffoca e a sgonfiare la bolla finanziaria che regge il mercato dell’editoria; e infine sarebbe opportuno che i librai distinguessero la loro offerta, premiando in visibilità l’editoria di qualità, a prescindere dal brand stampato in copertina. Oggi solo chi si applica, indaga e osa (un pizzico) riesce a rintracciare la qualità.

 

La casa editrice ancora non ha un catalogo digitale. State pensando di crearlo? Cosa pensate degli ebook?

Non abbiamo alcuna preclusione, pensiamo nel medio periodo a una produzione parallela digitale, che riguardi soprattutto alcune collane, per esempio le riscoperte di cui parlavamo poco fa, o ancora la collana Officina Elicona dedicata a studi accademici. Dunque, per il Palindromo, almeno in una prima fase sperimentale, potrebbe rivelarsi interessante accostare l’immissione digitale di alcuni testi alla tradizionale pubblicazione cartacea; ma per altre collane restiamo convinti che una casa editrice come la nostra debba insistere a lavorare su carta. D’altronde siamo palindromi, quindi procediamo per natura al rovescio…

 

Quali sono i vostri progetti per reagire al terribile momento di crisi che stiamo attraversando? 

Guardiamo con fiducia all’estate. In questi giorni abbiamo mandato in stampa due novità (slittate di un paio di mesi rispetto al programma), si tratta di due libri importanti: Genova di carta. Guida letteraria della città di Alessandro Ferraro, nuovo fondamentale tassello per Le città di carta e Bestiario contemporaneo di Sicilia di Rosario Battiato e Chiara Nott, il resoconto fantastico della traslazione in bestie di personaggi tipici che affollano i paesaggi urbani isolani. Per noi la cura migliore in tempi di crisi resta quella prescritta da Gesualdo Bufalino: «libri e acqua, libri e strade, libri e case, libri e occupazione. Libri». Perché il libro è sempre il rimedio.

 

Crediti immagine: beeboys / Shutterstock.com

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